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La «speranza dell'immortalità» (Sap 3,4): la morale della sapienza biblica greca ἡ ἐ λπ ὶ ς α ὐ τ ῶ ν ἀ θανασ ί ας πλ ή ρης www.awodka.net/m141/

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Presentazione sul tema: "La «speranza dell'immortalità» (Sap 3,4): la morale della sapienza biblica greca ἡ ἐ λπ ὶ ς α ὐ τ ῶ ν ἀ θανασ ί ας πλ ή ρης www.awodka.net/m141/"— Transcript della presentazione:

1 La «speranza dell'immortalità» (Sap 3,4): la morale della sapienza biblica greca ἡ ἐ λπ ὶ ς α ὐ τ ῶ ν ἀ θανασ ί ας πλ ή ρης

2 [...] tu hai disposto ogni cosa con misura, calcolo e peso. Prevalere con la forza ti è sempre possibile; chi si opporrà alla potenza del tuo braccio? Tutto il mondo, infatti, davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono ( ἀ γαπ ᾷ ς γ ὰ ρ τ ὰ ὄ ντα π ά ντα) e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l'avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all'esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita (δ έ σποτα φιλ ό ψυχε) Sap 11,20-26

3 Oggi: L'uomo nel cosmo Lezione 17: Ll’equilibrio sapienziale dell’esistenza Lezione 18: Casus: la sofferenza del giusto in Sap.

4 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Equilibrio L’equilibrio sapienziale umano è una particolare dinamica fra quello che è fissato nell’ordine dell’universo e fra il momento contingente che non segue la stessa logica. Fra i due principi (l’ordine e il momento adatto) media il principio sapienziale del timore del Signore, il quale è l’inizio e corona di ogni sapienza, nonché la chiave a quella particolare rivelazione che la Sapienza può offrire a chi la segue con un’adeguata disposizione.

5 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Il libro della Sapienza non ricorre al principio del jirat JHWH (timore del Signore), almeno nella sua veste semantica del phobos. Il timore del Signore diventa ormai l’amore della giustizia e ricerca di Dio con cuore semplice e non contorto dai pensieri poco trasparenti. La giustizia, immortale come Dio stesso, garantisce l’incorruttibilità del sapiente-giusto e lo fissa nella sua presenza, aprendo e mantenendo la relazione trans- temporale (e post-temporale) dell’uomo creato con il suo Creatore. La Sapienza diventa disponibile tramite la preghiera, per diventare la sua compagna “simbiotica” in tutto, accompagnando, conducendo, educando, raddrizzando, amando l’uomo che la scelse come sposa al di sopra di ogni altro bene.

6 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Equilibrio Gli elementi che concorrono all’equilibrio sapienziale del giusto, specialmente nella prova, sono appunto “sapienziali”, in quanto permettono al giusto di cogliere il mistero del disegno di Dio, nella apparenza all’uomo contrarie, invitandolo addirittura al mantenimento fedele della tensione fra gli opposti (già Qoelet) e di aprirsi alla prospettiva oltretombale nella speranza dell’immortalità.

7 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Giobbe La sofferenza può essere vista come punizione (Proverbi), ma ciò non si può dire della sofferenza del giusto. Giobbe è un uomo giusto e retto, timorato di Dio e alieno dal male, eppure viene colpito da terribili calamità. La storia di Giobbe fa da cornice a un grande problema teologico: il rapporto fra creatura e Creatore. Una soluzione: la creatura non può essere giusta davanti a Dio, ne reclamare alcun diritto o chiamarlo a rendere conto del suo operato. Un’altra soluzione: la sofferenza può essere un atto di grazia, che Dio manda allo scopo di suscitare pentimento e lode nella creatura.

8 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Giobbe La sola ragione umana, per quanto teologica possa essere, non è in grado di soddisfare chi soffre. La soluzione del problema può venire solo dalla visione di Dio e dalla contemplazione della sua sapienza. Dio è colui che ha creato gli esseri più forti dell’universo e controlla le forze che sono al di fuori della portata dell’uomo. La contemplazione del potere divino sull’universo può rendere accettabile la sofferenza incomprensibile. Può convincere la creatura che la sofferenza ha un senso nel piano superiore di Dio.

9 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Qoelet: accettare – godere - riflettere Meditando sulla vanità dell’attività umana, si può arrivare alla disperazione. Nessuna traccia rimane dell’attività umana né vantaggio per chi la compie con tanta fatica sotto il sole. Questa meditazione può portare al punto in cui sapienza e stoltezza s’incontrano e si toccano pericolosa-mente. Il saggio non e capace di abbracciare completamente la sapienza, né di liberarsi del tutto dalla stoltezza. La soluzione di Qoelet: tenere insieme gli opposti in una tensione che è però dolorosa e persino angosciante. La sapienza ha i suoi vantaggi ma non salva dalla morte. Anche il lavoro umano «è vanità e inseguire vento». Cosa resta? La creatura deve accettare ciò che Dio manda: godere quando glielo concede, quando invece è nella sventura deve riflettere.

10 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Qoelet: aurea mediocrità? Il ragionamento di Qoelet: non troppa saggezza, perché anche il saggio muore, ne troppa stoltezza, perché lo stolto muore anzi tempo. Una preoccupante affinità tra le due realtà opposte, e questo stesso fatto consiglia di assumere una certa equidistanza tra sapienza e stoltezza. Solo il timorato di Dio riesce a tenere il giusto equilibrio in questa dolorosa tensione degli opposti. Così inteso, l’insegnamento di Qoelet è ben lontano dall’aurea mediocrità dei pagani, in cui manca del tutto il senso del peccato.

11 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Qoelet: momenti di gioia Nella situazione stressante dell’esistenza umana, di tensione spasmodica tra la sapienza, vantaggiosa e tuttavia insufficiente, e la stoltezza, che spinge a ricercare la gioia nella propria attività anche a rischio di peccato e di morte, Dio concede momenti di gioia. Il saggio e consapevole che questi momenti sono fugaci e che presto verranno sofferenza e frustrazione. Ma niente deve impedirgli di godere il momento di gioia concesso da Dio, perché questa è la sua parte, il suo bene sulla terra. È edonismo? È materialismo o opportunismo etico? Per Qoelet è sapienza, il segreto ultimo del comportamento retto. Dato che l’uomo e limitato e mai del tutto esente da colpa, questa e la saggezza suprema della vita.

12 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Qoelet: importanza e vanità Qoelet rappresenta una proposta singolare e robusta per chi avverte la tremenda importanza del quotidiano: importanza e insieme vanità, per chi desidera andare al fondo delle cose, in particolare del senso del lavoro dell’uomo sulla terra. La soluzione proposta può aiutare ad apprezzare pienamente la realtà materiale, vista in rapporto con l’attività di Dio nel creato, e insieme a vederne l’inquietante relatività, i rischi e le deficienze.

13 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Canticum: l’amore come «sacramento» Con sorpresa (persino scandalo) da parte di molti lungo i secoli, la rivelazione di Dio nel creato ha scelto come intermediario l’amore di due adolescenti che si aprono alla vita attraverso la scoperta reciproca, nel quadro della campagna dove sbocciano piante e fiori. Mediante l’amore dei due si manifesta Dio che è Amore e forza della vita. Nel suo senso letterale, il Cantico dei Cantici non è da rifiutare o da guardare con sospetto a motivo del suo carattere erotico.

14 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Canticum: l’amore come «sacramento» L’amore degli adolescenti è per ogni uomo forma speciale di rivelazione, sacramento di Dio, amore e forza della vita presente nel mondo. Così l’interpretazione allegorica e spirituale sia dei rabbini di Israele sia dei Padri della Chiesa si innesta naturalmente e senza fratture sul senso letterale, semplicemente perché base di tutto non è l’amore dei due ragazzi ma l’Amore di Dio. Amore erotico e amore spirituale nelle sue varie specie non sono forme inconciliabili, ma manifestazioni rivelatrici dell’unico Amore per gli uomini. Il passo chiave per l’interpretazione del Cantico: l’amore è esaltato come forza della vita che contrasta il potere della morte nel mondo:

15 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Canticum: l’amore come «sacramento» Ponimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore, dura come lo sheol è la gelosia; i suoi dardi sono dardi di fuoco, fiamme divine. Acque profonde non possono estinguere l’amore né i torrenti lo portano via. Se uno vendesse tutta la ricchezza della sua casa per l’amore, verrebbe certo solo disprezzato (Ct 8,6-7).

16 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Canticum: l’amore come «sacramento» La preziosità dell’amore richiama i passi di Proverbi che esortano a vendere tutto per acquistare la sapienza (4,7; 16,16), e l’affermazione di Giobbe che nessun tesoro può essere scambiato con essa (28,15-19). La convergenza tra amore e sapienza è significativa e importante: sono due realtà divine seminate nel mondo, due veri tesori tra molti falsi, due rivelazioni che interpellano l’uomo tramite le creature. Il lettore e chiamato a costruire da sé, poco a poco, il mosaico della concezione del mondo, della vita, di Dio che deriva dai singoli insegnamenti. L’unità delle diversità si fa all’interno della casa della sapienza, con il timore di Dio e con la rivelazione tramite il creato.

17 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Un etica «flessibile» Nel linguaggio biblico, timore non si oppone ad amore, e un rapporto di timore non è un rapporto di sudditanza per paura della punizione. Solo i patiti della libertà ad ogni costo possono pensarlo. La sapienza biblica, con il suo principio del timore di Dio, insegna la somma libertà e la somma dipendenza, la somma creatività e la somma remissività, la somma grandezza e la somma piccolezza. Sapienza è tenere insieme gli estremi.

18 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Un etica «flessibile» L’etica della sapienza è l’etica del tempo adatto. È un’etica che conosce un atteggiamento costante, quello del timore di Dio, ma nessun comportamento fisso, definito una volta per tutte. Il timore di Dio è uno stimolo a vivere costantemente aperti all’imprevedibile Dio: occhi, orecchi e cuore, esterno e interno. Siccome Dio è imprevedibile, il comportamento dell’uomo non sarà mai univoco. Dovrà sempre adattarsi alla circostanza o alla rivelazione di Dio per quel momento.

19 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Un etica «flessibile» È un’etica che impegna tutte le facoltà dell’uomo, soprattutto il cuore, scrigno interiore dove l’individuo ritrova se stesso e insieme sperimenta la presenza sovrana di Dio, crogiolo di ogni esperienza, sede della rivelazione e luogo dell’incontro (cf. la coscienza). Chi non sa impegnarsi fino al livello del cuore, non raggiungerà mai la sapienza, perché non incontrerà mai Dio, per quanto sapienza e Dio siano in ogni cosa, lo circondino e quasi lo avvolgano. Morale del tempo adatto, ma non opportunismo, perché il criterio non è il tornaconto dell’uomo ma la volontà di Dio nella situazione.

20 L’equilibrio umano L’equilibrio umano nella corrente sapienziale Un etica «flessibile» La sapienza è dunque profondamente teologica, benché essa non si richiami alla rivelazione del Sinai. Anche nella fase più antica, la sapienza biblica ha una teologia, una morale, una spiritualità e una soteriologia proprie. La sapienza interpella l’uomo nelle situazioni concrete, piccole o grandi, dell’esistenza. È una fede che affronta i problemi dell’individuo e della vita sociale, non toccati quasi dal resto dell’AT. È una morale laica che, senza rifiutare il tempio e il culto, è orientata in senso mondano. Il suo tempio è il mondo. Dal mondo viene la volontà di Dio che si rivela e va incontro all’uomo. Nel mondo si dispiegano il compito dell’uomo e della donna: in se stessi, nella famiglia e nella società.

21 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza In Sap 2,12-20 rileggiamo il discorso degli empi: Insidiamo il giusto, perché ci è scomodo: si oppone alle nostre azioni, ci rinfaccia le colpe contro la legge, ci rimprovera le colpe contro l’educazione ricevuta; dichiara di conoscere Dio E si dice figlio del Signore; è diventato accusatore delle nostre convinzioni, il solo vederlo ci dà ribrezzo; conduce una vita diversa dagli altri e va per un cammino a parte …

22 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza Sap 1,1–6,21 si apre con un invito rivolto ai governanti a ricercare il Signore, a evitare i pensieri e i discorsi malvagi, perché nulla sfugge allo Spirito del Signore e verrà fatta un’indagine sui piani dell’empio (1,1-12). L’autore continua ricordando, sulla base di Gen 1–3, che Dio non vuole la morte dell’uomo, che questa non viene da Dio, ma dal diavolo. Dio incvece ha creato l’uomo per l’immortalità, per l’incorruttibilità, che viene concessa alle anime pure (1,13- 15; 2,21-24). Questa tesi dell’autore inquadra un discorso fittizio messo sulla bocca degli empi (2,1-20), che si può dividere in due parti. Nella prima, essi espongono innanzitutto la loro filosofia della vita:

23 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza Breve e triste è la nostra vita; irrimediabile la fine dell’uomo; nessuno risulta tornato dall’abisso. Per caso nascemmo, e passeremo poi, come chi mai è esistito; fumo è il nostro respiro; il pensiero, scintilla del cuore che batte; quando essa si spegnerà, il corpo tornerà cenere e svanirà lo spirito come aria sottile…

24 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza È meglio allora approfittare al massimo della felicità presente: Su, venite! profittiamo dei beni presenti, godiamoci ansiosamente le cose, come la giovinezza; riempiamoci del vino migliore e di profumi; non ci sfugga il fiore primaverile. Cingiamo corone di boccioli di rose, prima che avvizziscano; nessuno di noi sia assente alla nostra orgia; lasciamo ovunque ricordi della nostra allegria: ecco la nostra parte, il nostro destino (Sap 2,6-9).

25 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza La seconda parte del discorso degli empi mostra che per loro non basta approfittare della vita; essi passano bruscamente a propositi aggressivi: Soverchiamo il povero innocente; nessuna pietà per la vedova, né rispetto per la venerabile canizie dell’anziano. Norma del diritto sia la nostra forza: la debolezza – è chiaro – non serve a nulla (Sap 2,10-11; cf. Gb 12,5-6).

26 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza Il fatto che gli sventurati siano giusti irrita gli empi, perché, secondo loro, la miseria rende inutili. La giustizia o la santità dei poveri non deve dunque sussistere davanti alla forza degli empi, regola della loro giustizia. In 2,12-16 gli empi sono esasperati di fronte all’atteggiamento del giusto, che li rimprovera per le loro colpe contro la legge e contro l’educazione ricevuta, pretende di vivere in una relazione privilegiata con Dio, si tiene lontano da loro e assicura che la felicità attende i giusti al termine della loro esistenza.

27 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza Il discorso degli empi, schematicamente: I. 2,1-9 2,1-5: il senso della vita e della morte per gli empi; 2,6-9: intenzione di approfittare al massimo della vita presente; II. 2, ,10-11: la decisione di opprimere i poveri; 2,12-16: il proposito di perseguitare il giusto dalla cui vita e dalle cui pretese essi sono irritati; 2,17-20: il proposito di spingere il giusto a una morte ignominiosa, per verificare la fondatezza delle sue affermazioni.

28 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza In 5,4-13: un nuovo discorso degli empi, l’eco fedele del loro primo discorso in 2,1-20. Ora viene pronunciato nell’aldilà, dove, secondo la dottrina dell’autore, essi si trovano faccia a faccia con il giusto glorificato. In questo nuovo discorso (5,4-13) gli empi riprendono, in senso inverso, le grandi linee del discorso che hanno pronunciato in 2,1-20, per confessare il totale insuccesso del loro empio progetto. In forma schematica, i rapporti tra questi due discorsi si presentano così:

29 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza Sap 5,4-13: l’eco fedele del loro primo discorso 2, ,4- 2,17-20: la morte ignominiosa del giusto; 5,5- 2,12-16: il giusto è figlio di Dio; 5,6-7- 2,6-9: il comportamento degli empi; il fallimento del loro progetto; 5, ,1-5: la concezione empia della vita e le sue conseguenze.

30 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza L’identità degli empi: 1) 1) Qoelet? 2) 2) Sadducei? 3) 3) Epicurei? 4) 4) Giudei? 5) 5) Pagani greco-romani? Sembra che Sap 2 voglia delineare un quadro i cui tratti sono generalizzati e tipicizzati. Il suo testo non fa allusione a nessun fatto concreto, ma evoca atteggiamenti spinti all’eccesso. Essi comunque aiutano a ricordare avvenimenti allusi, noti in Egitto, e forse ancor più in Palestina.

31 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza Chi è il giusto? È impossibile dire a quale personaggio l’autore avrebbe potuto pensare nella sua descrizione del martirio del giusto progettato dagli empi. - Non si può pensare al Maestro di giustizia di Qumran, perché, oltre tutto, non si sa nulla di sicuro sulle circostanze della sua morte. - Lo stesso si deve dire per i farisei perseguitati da Alessandro Janneo: i motivi di tali persecuzioni furono essenzialmente di ordine religioso. Alessandro Janneo non ha perseguitato i farisei per prenderli in parola (cfr Sap 2,17). - La stessa difficoltà s’incontra per il caso di coloro che furono massacrati da Erode.

32 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza Il giusto L’autore di Sap 2 procede in maniera diversa: In Sap 3–4 presenta di nuovo delle figure di giusti, messi di fronte ad altri aspetti dolorosi o paradossali dell’esistenza credente. In In Sap 3,1-9 evoca i giusti che muoiono nella prova che però non sembra essere la conseguenza di una persecuzione: semplicemente anche i giusti sono raggiunti dalla sofferenza. In Sap 3,13-15 e Sap 4,1-2 presenta la sposa sterile e l’eunuco, entrambi fedeli e puri. In Sap 4,7-14 descrive la morte prematura del giusto.

33 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza Il giusto – una nuova tipicizzazione Tre casi di vita fedele al Signore, ma paradossali: la virtù non arreca la felicità, né una discendenza, come era promesso, e neppure lunghi giorni. I tre casi vengono presentati sia al plurale (Sap 3,1-9) sia al singolare (Sap 3,13-15; 4,7-14). Si tratta di casi non puramente astratti, ma non si può dare un nome preciso a questi giusti sofferenti. Non è però soltanto pura fantasia: l’autore ha presentato delle figure in modo schematico; ha fatto dei suoi personaggi senza nome dei tipi, i quali, nella loro generalità, evocano la realtà vissuta da tanti fedeli in ogni tempo.

34 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza Il giusto – una nuova tipicizzazione Lo stesso accade per Sap 2, Più ancora che in Sap 3–4, l’autore spinge qui la sua descrizione all’eccesso, caricando al massimo le tinte del ritratto, accumulando le malversazioni e le provocazioni a cui gli empi progettano di sottomettere il giusto e, d’altra parte, tutti gli aspetti possibili di fedeltà e di fede da parte del sapiente.

35 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza Il giusto – una nuova tipicizzazione Sap 2,12-20 è una generalizzazione aperta ad applicazioni concrete. Quando l’autore carica al massimo le tinte del ritratto, egli non si riferisce a un caso storico determinato. L’espressione iniziale «il giusto», con l’articolo (Sap 2,12), fa di questo personaggio una figura ideale, eminente: il giusto per eccellenza.

36 Il giusto che soffre Il giusto che soffre nel libro della Sapienza Il giusto – una nuova tipicizzazione Sap 5,1-5 || Is 52, ,12 || Sap 2,12-20: - - in entrambi i testi si tratta di un pais (figlio o servo) del Signore (Sap 2,13 e Is 52,13; 53,11), - - sia al giusto perseguitato sia al Servo sofferente venga riservato lo stesso destino: una morte infame. - - l’esaltazione del giusto avviene dopo la sua morte: questa esaltazione non è terrena, ma celeste. L’immortalità come prospettiva di soluzione del dolore… Salvifici doloris - vocatio


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