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Viaggi al femminile nella letteratura latina: unintroduzione (e qualche esempio) Seminario interdisciplinare, a.a. 2010/2011 Facoltà di Lettere e filosofia,

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1 Viaggi al femminile nella letteratura latina: unintroduzione (e qualche esempio) Seminario interdisciplinare, a.a. 2010/2011 Facoltà di Lettere e filosofia, Seconda Università degli Studi di Napoli Dott.ssa Arianna Sacerdoti

2 1) Parole in movimento: viaggio e viaggiatori dal latino allitaliano Viaticum, i: provvista per il viaggio; meton. Viaggio; gruzzolo dei soldati; sussidio per uno studente; risorsa; aiuto; soccorso; (eccl.) dono spirituale, grazia viatico, eucarestia somministrata in punto di morte Viaticus, a, um: del viaggio; viator, oris: viaggiatore, viandante, messo, corriere Viaticulum: piccola provvista per il viaggio Iter, itineris: azione di viaggiare; viaggio, cammino, marcia (…) Peregrinatio, peregrinationis: viaggio (part. allestero); soggiorno in un paese straniero; migrazione di uccelli

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5 …e nel passato? Inizia il nostro viaggio di oggi Arma virumque cano, qui primus ab oris… profugus… venit (Virg. Aen. I, 1-2.) E dal tema del viaggio che nasce e trae forza la letteratura occidentale. Perché il viaggio è dinamico, prevede cambiamenti, ed è di conseguenza perfetto materiale letterario; perché lOdissea è la storia di un viaggiatore; perché il viaggio dà forma alla storia e alla letteratura.

6 IL VIAGGIO IN ROMA ANTICA: AL MASCHILE? Il viaggio è dunque un motivo (tema) fondamentale nelle letterature antiche. Chi ne è protagonista, allinterno dei testi Letterari, a nostra memoria? I Greci verso Troia; i Troiani verso il Lazio; Ulisse, Enea; i protagonisti del Satyricon di Petronio; Lucio, protagonista della Metamorfosi di Apuleio… …e le donne?

7 E leroe incontrò la donna del luogo e se ne innamorò… Lo spazio del Mediterraneo era percorso da popoli (guerre, migrazioni, colonie, commercio…); le donne non sono assenti nelle storie di viaggio: gli eroi (e gli anti-eroi) dei testi letterari percorrono il Mediterraneo e spesso le incontrano, se ne innamorano, ma poi, molto spesso, ripartono. ENEA – ULISSE – GIASONE: un confronto

8 Anche nella vita quotidiana… Anche nei generi non fittizi (romanzo) alti (epica, tragedia) sono narrate numerose esperienze di viaggio (tendenzialmente al maschile, oppure condotte dalla famiglia per intero): ad esempio, gli studenti universitari romani di famiglia agiata erano soliti partire per la Grecia per specializzarsi in Filosofia (viaggio di formazione culturale)

9 Il commercio, la guerra, lespansione, la gestione dellimpero, viaggi di piacere, viaggi per incontrare persone care erano tutti buoni motivi per andare per terra e per mare: le testimonianze sono numerosissime, da Plauto a Cesare a Plinio a Tacito, etcetera.

10 Last but not least: un tòpos della letteratura di viaggio era quello del viaggio per lesilio (ancora una volta, al maschile): Cicerone, Ovidio, Seneca son stati scrittori dei propri viaggi dellesilio e narratori delle terre che li hanno accolti …e già esistevano, comè ovvio, ottimi testi di geografia, etnografia, antropologia: trattati, opere storiografiche etcetera (da Erodoto in poi, se pensiamo alla prosa).

11 Il tema del viaggio era anche utilizzato dagli autori latini in senso metaforico Sed iam tu, Antoni, qui hoc diversorio sermonis mei libenter acquiturum te esse dixisti, tamquam in Pomptinum deverteris, neque amoenum neque salubrem locrum, censeo, ut stis diu te putes requiesse et iter reliquum confincere pergas. (Cic., De or., II, 290): "Ma tu Antonio, avevi dichiarato che volentieri avresti trovato un po di riposo in questo mio discorso come in un albergo durante un viaggio. Ebbene, fai conto di esserti fermato a sostare in un luogo né ameno né salubre, come lagro Pontino; sicché puoi dire daver riposato abbastanza, mi pare, e rimetterti in cammino per completare il tuo viaggio ". (trad. di Monaco 1974)

12 MA ESISTEVANO ANCHE VIAGGI AL FEMMINILE? Viaggio / donne: il binomio non è immediato, se si pensa alla letteratura latina, che è una letteratura sostanzialmente scritta da uomini e nella quale i personaggi femminili, pure importantissimi, tendono a essere più stanziali di quelli maschili. N.b. Ho preferito evitare di intendere viaggio come metafora di altro: percorso, cambiamento, viaggio dellanima, ecc.: …

13 Esempi in movimento Nonostante la prevalenza di personaggi maschili in movimento, anche nelle letterature antiche sono presenti eroine che viaggiano, come: la celebre Medea; le divinità (Giunione nellEneide); Calliroe, co-protagonista del Romanzo di Cherea e Calliroe (Caritone di Afrodisia, I sec. a. C.), La storia, scritta in greco, riguarda due promessi sposi che affrontano svariate peripezie (viaggi compresi) per ricongiungersi alla fine… Le terre che attraversano sono parte integrante del racconto. N.B. Calliroe viaggia insieme ai suoi rapitori: lesperienza avventurosa non era comune né auto-determinata

14 ESEMPI DI DONNE IN MOVIMENTO: il viaggio come ricerca in Ovidio (Metamorfosi, V) e Stazio (Tebaide, XII)

15 Non erano donne comuni… Il viaggio al femminile che qui vi proponiamo è viaggio di eroine, donne non comuni: Antigone, Argia, Cerere. Le tre eroine sono al centro di due narrazioni (Stazio, Tebaide, XII; Ovidio, Metamorfosi, VI) Le presento insieme perché percorrono territori ALLA RICERCA DI QUALCUNO, e perché il poeta Stazio cita / richiama il poeta Ovidio nella descrizione di questa ricerca

16 Le Metamorfosi di Ovidio: un viaggio costante Se il viaggio è passaggio, cambiamento, è anche – in senso lato – metamorfosi. Lopera di Ovidio è poema perpetuo e denso di movimenti. Nel V libro, nella selva delle metamorfosi, assistiamo a una ricerca per terra e per mare che vede protagonista Cerere, sulle tracce di sua figlia Proserpina, rapita da Plutone che se ne era innamorato…

17 Ov. Met. V, 385 ss.: metamorfosi, ricerche, viaggi ( ) Quas dea per terras et quas erraverit undas, dicere longa mora est: quaerenti defuit orbis. Sicaniam repetit; dumque omnia lustrat eundo, venit et ad Cyanen. Ea ni mutata fuisset, omnia narrasset: sed et os et lingua volenti dicere non aderant, nec quo loqueretur habebat. Signa tamen manifesta dedit notamque parenti, illo forte loco delapsam in gurgite sacro, Persephones zonam summis ostendit in undis.

18 Troppo lungo sarebbe dire per quali mari e quali terre la dea errò. Non aveva più mondo da girare. Ritornò in Sicilia, e mentre camminava scrutando per ogni dove…

19 Il testo, per intero (in traduzione) Per prima Cerere smosse col vomere dell'aratro le zolle, per prima diede in coltura alla terra messi e frutti, per prima diede leggi: a Cerere dobbiamo tutto. Lei devo cantare; volesse almeno il cielo che potessi dedicare versi degni a una dea così degna di un carme. Immensa sulle membra di un gigante si distende l'isola di Trinacria: sotto il suo enorme peso tiene schiacciato Tifeo, che aveva osato aspirare alle sedi dei celesti. Lui, è vero, si agita dibattendosi per rialzarsi, ma sopra la sua mano destra sta Peloro, vicino all'Ausonia, sopra la sinistra tu, Pachino; Lilibeo gli preme le gambe, sopra il capo gli grava l'Etna; e Tifeo riverso sul fondo dalla bocca inferocito erutta lava e vomita fiamme. Spesso si sforza di rimuovere la crosta che l'opprime e di scrollarsi di dosso città e montagne: allora trema la terra e persino il re dei morti teme che il suolo si squarci, che una voragine ne riveli i segreti e che la luce irrompendo semini tra le ombre terrore e caos.

20 Proprio temendo queste calamità il sovrano era uscito dal regno delle tenebre e su un cocchio aggiogato a neri cavalli percorreva la Sicilia per saggiarne le fondamenta. Convinto ormai che nessun luogo vacillava, si tranquillizzò, quando in questo suo vagare dal monte Èrice, dove viveva, lo vide Venere che, stretto a sé il suo figliolo alato, disse: "Armi e braccio mio, tu, figliolo, tu che incarni il mio potere, prendi quell'arco con cui vinci tutti, mio Cupido, e scaglia le tue frecce folgoranti in petto al dio, che l'ultimo dei tre regni ha avuto in sorte. Alla tua mercé tu sai ridurre i celesti, Giove stesso, le divinità del mare e persino chi su loro regna: perché l'Averno fa eccezione? Perché non estendi il tuo dominio e quello di tua madre? In gioco è la terza parte del mondo.

21 E invece in cielo, ecco il frutto della mia pazienza, sono derisa e a nulla col mio si riduce il potere di Amore. Non vedi che Pallade e Diana cacciatrice mi scansano? Anche la figlia di Cerere, se non si interviene, rimarrà vergine: non è questa la sua aspirazione? E tu in nome del nostro regno, se un poco ti sta a cuore, fai che la dea si congiunga allo zio". Così Venere; e quello, sciolta la faretra, per ubbidire alla madre, fra mille scelse una freccia, che più acuminata, più stabile e più sensibile all'arco nessun'altra avrebbe potuto essere. Puntando un ginocchio, tese le braccia elastiche dell'arco e con la punta dell'asta colpì Plutone dritto al cuore. Non lontano dalle mura di Enna c'è un lago dalle acque profonde, che ha nome Pergo: neppure il Caìstro nel fluire della sua corrente sente cantare tanti cigni.

22 Un bosco fa corona alle sue acque, cingendole da ogni lato, e con le fronde, come un velo, filtra le vampe del sole. Frescura dona il fogliame, fiori accesi l'umidità del suolo: una primavera eterna. In questo bosco Proserpina si divertiva a cogliere viole o candidi gigli, ne riempiva con fanciullesco zelo dei cestelli e i lembi della veste, gareggiando con le compagne a chi più ne coglieva, quando in un lampo Plutone la vide, se ne invaghì e la rapì: tanto precipitosa fu quella passione. Atterrita la dea invocava con voce accorata la madre e le compagne, ma più la madre; e poiché aveva strappato il lembo inferiore della veste, questa s'allentò e i fiori raccolti caddero a terra: tanto era il candore di quella giovane, che nel suo cuore di vergine anche la perdita dei fiori le causò dolore.

23 Il rapitore lanciò il cocchio, incitando i cavalli, chiamandoli per nome, agitando sul loro collo e sulle criniere le briglie dal fosco colore della ruggine; passò veloce sul lago profondo, sugli stagni dei Palìci che esalano zolfo e ribollono dalle fessure del fondale, e là, dove i Bacchìadi, originari di Corinto che si specchia in due mari, eressero le loro mura tra due insenature. Tra le fonti Cìane e Aretusa Pisea c'è un tratto di mare, che si restringe, racchiuso com'è tra due strette lingue di terra: qui, notissima fra le ninfe di Sicilia, viveva Cìane e da lei prese nome anche quella laguna. Dai flutti emerse la ninfa sino alla vita, riconobbe la dea: "Non andrete lontano," disse; "genero di Cerere non puoi essere, se lei non acconsente: chiederla tu dovevi, non rapirla. Se mi è lecito paragonare grande e piccolo, anch'io fui da Anapi amata, ma fui sua sposa dopo che ne fui pregata, non terrorizzata".

24 Così disse, e allargando le braccia cercò di fermarli. Il figlio di Saturno non trattenne più la sua rabbia: aizzando i terribili cavalli, brandisce con tutto il vigore del braccio lo scettro regale e l'immerge nelle profondità dei gorghi: a quel colpo un varco sino al Tartaro si aprì nella terra e il cocchio sprofondò nella voragine scomparendo alla vista. Addolorata per il rapimento della dea e per l'oltraggio inferto alla fonte, Cìane ammutolì serrando nel proprio cuore l'inconsolabile ferita: tutta in lacrime si strusse e si dissolse in quelle acque delle quali una divinità insigne era stata innanzi. Avresti visto snervarsi le sue membra, le ossa flettersi, le unghie perdere durezza; e per prime si sciolsero le parti più sottili: i capelli color del mare, le dita, i piedi e le gambe (basta un attimo per mutare in acque gelide l'esilità delle membra). Poi furono le spalle, il dorso, i fianchi, il petto ad andarsene, svanendo in rivoli evanescenti; infine in luogo del sangue vivo penetra l'acqua nelle vene in dissoluzione e nulla più rimane che si possa afferrare.

25 Intanto Cerere, angosciata, in ogni terra, in ogni mare cercava invano la figlia. Mai Aurora, affacciandosi coi suoi capelli roridi, la vide in pace, mai Vespero. Accese due torce di pino alle fiamme dell'Etna, vagò senza requie, tenendone una in ogni mano, nel gelo della notte; e ancora, quando la luce del sole rese pallide le stelle, cercava la figlia da ponente a levante. Sfinita dalla fatica, era tormentata dalla sete (a nessuna fonte aveva bagnato le labbra), quando per caso vide una capanna di paglia: bussò alla piccola porta. Ed ecco: ne esce una vecchia, che vedendola implorare un sorso d'acqua, le porse una bevanda dolce insaporita con orzo tostato.

26 Mentre beveva quel dono, un ragazzo sfacciato e insolente le si fermò davanti, scoppiò a ridere e la chiamò ingorda. Si offese la dea e, senza terminare di bere, gli getta in faccia, mentre parla, il liquido con l'orzo. Al ragazzo il volto si coprì di macchie, e se prima aveva braccia, ora gli sono zampe, e alle membra mutate si aggiunge una coda; perché poi non potesse più nuocere, il corpo si contrasse sino a ridursi in misura più piccolo di una lucertola. Di fronte alla vecchia che, inebetita dal prodigio, piange e cerca di toccarlo, egli fuggì in cerca di un rifugio, e si ebbe un nome appropriato all'aspetto del corpo, che era costellato di chiazze.

27 Troppo lungo sarebbe indicare tutte le terre e i mari che alla ricerca percorse la dea: le venne meno il mondo… …Ritornò in Sicilia e, mentre camminando scrutava in ogni luogo, arrivò nei pressi di Cìane, che tutto le avrebbe raccontato, se non si fosse trasformata e che, per quanto volesse parlare, non aveva bocca e lingua, né altro per potersi esprimere. Ciò malgrado le fornì un indizio inequivocabile, mostrandole a pelo d'acqua una cintura a lei ben nota, che in quel punto era per caso caduta a Proserpina tra i flutti sacri. Non appena la riconobbe, come se solo allora intuisse ch'era stata rapita, la dea si strappò i capelli scarmigliati e ripetutamente si percosse il petto con le mani.

28 e maledice tutte le contrade della terra… Ancora non sa dove sia, e maledice tutte le contrade della terra, chiamandole ingrate e indegne del dono delle messi, e più di tutte la Trinacria, dove aveva scoperto le tracce della disgrazia. E lì con mano spietata spezzò gli aratri che rivoltano le zolle, furibonda condannò a morte uomini e buoi insieme, e impose ai seminati di tradire le speranze in essi riposte avvelenando le sementi. La fertilità di quella regione, decantata in tutto il mondo, è smentita e distrutta: le messi muoiono già in germoglio, guastandosi per troppo sole o troppa pioggia; stelle e venti le rovinano, con avidità gli uccelli ne beccano nei solchi i semi; loglio, rovi e inestirpabile gramigna soffocano il suo frumento.

29 O madre della vergine che hai cercato in tutto luniverso… Dalle acque dell'Elide la ninfa amata da Alfeo sollevò allora il capo e, scostatesi le chiome stillanti indietro dalla fronte, disse: "O madre della vergine che hai cercato in tutto l'universo, o madre delle messi, interrompi la tua fatica senza fine e per la collera non adirarti con la terra a te fedele. Non ha colpe la terra: suo malgrado si è dischiusa al rapitore. Non ti supplico per la mia patria: qui sono un'ospite; la mia patria è Pisa, dall'Elide io vengo.

30 (viaggi e narrazioni di donne, incastonate nella narrazione principale) Straniera sono in Sicilia; ma questa regione mi è cara più d'ogni altra: ora col nome di Aretusa ho qui la mia dimora, questa è la mia terra, e tu, che sai essere così mite, risparmiala! Perché mi sia trasferita lungo la vastità del mare per giungere in Ortigia, verrà il momento opportuno di narrarlo quando avrai superato questa angoscia e più sereno sarà il tuo volto. Per farmi passare, la terra mi schiude un cammino ed io scorrendo nei suoi profondi abissi, qui riemergo a rivedere le stelle quasi dimenticate.

31 …e passando sottoterra… E passando sottoterra tra i gorghi dello Stige, ho visto laggiù con i miei occhi la tua Proserpina: triste, sì, e con l'aria ancora un po' spaventata, ma regina, suprema entità di quel mondo tenebroso, consorte incontrastata del re dell'Averno". A quella rivelazione la madre rimase di sasso e a lungo come paralizzata, ma poi quando lo stordimento fu sostituito da un dolore non meno profondo, col cocchio si lanciò verso gli spazi del cielo. Lì, rannuvolata in volto, piena d'odio, si parò coi capelli arruffati davanti a Giove e: "Per il sangue mio e tuo" disse, "vengo, Giove, a supplicarti. Se non v'è riguardo per la madre, che il padre abbia almeno a cuore sua figlia; e spero che l'averla partorita io non t'induca ad occupartene di meno.

32 Ecco che dopo tanto cercare l'ho alfine ritrovata, se chiami ritrovare il perdere con più certezza o chiami ritrovare il sapere dove sia finita. Rapita? pazienza, purché lui me la renda: tua figlia non può avere un predone per marito, anche se come mia figlia lo potesse!".

33 Rispose Giove: "Da comune affetto e obblighi siamo legati entrambi a questa figlia; ma se vuoi dare alle cose il giusto nome, non è un affronto ciò che è accaduto, è frutto dell'amore; ed io non mi vergognerò di un tale genero, se anche tu, dea, lo vuoi. Pur se il resto gli mancasse, che titolo essere fratello di Giove! Ma il resto poi non gli manca, e inferiore mi è solo per sorte.

34 Però se desideri tanto che si separino, Proserpina rivedrà il cielo, ma a una condizione precisa: che lei non abbia laggiù toccato cibo alcuno con la sua bocca: questo hanno decretato le Parche". Così disse; ma se Cerere era certa di riottenere la figlia, non lo permetteva il destino, perché la vergine aveva rotto il digiuno: mentre innocentemente si aggirava in un giardino, da un ramo spiovente aveva colto una melagrana e staccati sette granelli dal pallido involucro,

35 li aveva succhiati con le labbra. L'unico a vederla fu Ascàlafo, che, a quanto si dice, Orfne, non certo la più sconosciuta tra le ninfe dell'Averno, aveva dal suo amato Acheronte partorito nel folto di una selva oscura. La vide e con la sua spietata delazione ne impedì il ritorno. Mandò un gemito la regina dell'Èrebo e mutò il testimone in uccello di sventura: irrorato dall'acqua del Flegetonte, il capo assunse becco, piume ed occhi enormi. Sottratto a sé stesso, s'ammantò d'ali fulve, gli crebbe il capo e le unghie allungandosi s'incurvarono in artigli: a stento agitava le penne spuntategli sulle braccia inerti.

36 Diventò un uccello sinistro, messaggero di lutti imminenti, un gufo indolente, presagio di calamità per i mortali. Costui però s'era meritato, a quanto pare, la pena parlando troppo e facendo la spia: ma perché voi, Sirene, avete penne e zampe d'uccello, con volto di fanciulla? Forse perché, quando Proserpina coglieva fiori in primavera, voi, sapienti figlie di Achelòo, foste fra le sue compagne?

37 Dopo averla cercata invano per tutta la terraferma, perché anche il mare sapesse quanto eravate angosciate, ecco che desideraste di potervi reggere sui flutti remigando con le ali e, trovati gli dei ben disposti, d'un tratto vi vedeste gli arti farsi biondi di penne. Ma perché al vostro famoso canto, fatto per ammaliar l'udito, perché al talento delle vostre labbra non mancasse l'espressione, vi rimasero volto di fanciulla e voce umana.

38 Quanto a Giove, arbitro tra il fratello e la sorella in lacrime, divise il corso dell'anno in due parti uguali: ora la dea, divinità comune ai regni di cielo ed Averno, vive sei mesi con la madre e sei con il marito. E subito lei cambia d'umore e d'aspetto: se sino allora poteva apparire cupa persino a Plutone, ora ha la fronte lieta, come il sole che, prima coperto da nubi di pioggia, fra squarci di nubi s'affaccia. L'alma Cerere, rasserenata per aver riavuto la figlia, ti chiede, Aretusa, perché fuggisti e consacrata sei sorgente. (E LA STORIA CONTINUA: ARETUSA…)

39 Stat. Theb. XII: un libro di donne in movimento SCHEMA DELLA NARRAZIONE DELLULTIMO LIBRO DELLA TEBAIDE: vv : visione del campo di battaglia dopo il duello tra Eteocle e Polinice: i Tebani cercano i loro morti. Creonte sancisce il divieto di sepoltura per Polinice e allestisce, invece, una cremazione ufficiale e solenne per suo figlio, Meneceo. Discorso di Creonte. vv : le donne Argive (presentate in un catalogo) vengono a sapere dellesito, per loro funesto, degli scontri e partono alla ricerca dei mariti caduti (VIAGGIO). vv : Argia si distacca dal gruppo e cerca Polinice (VIAGGIO – RICERCA). Contemporaneamente, anche Antigone parte alla ricerca del cadavere…

40 …due in movimento:ununica mèta. vv : incontro tra Argia e Antigone e ritrovamento del corpo di Polinice, che viene posto su un rogo ancora acceso. Prodigio: diviso vertice flammae, i corpi senza vita dei due fratelli manifestano persino sul rogo la loro ostilità, dividendo la fiamma in due punte. vv : Le donne Argive giungono allAra clementiae e incontrano Teseo di ritorno dalla Scizia. Appello a Teseo perché muova contro Creonte, il quale nel frattempo ha espresso un severo divieto di sepoltura dei nemici ed ha fatto catturare Argia e Antigone. vv : preparativi per lo scontro; aristia di Teseo e morte di Creonte. vv : conclusione, sphraghìs e congedo metatestuale

41 Le donne sono eccezionali: superano i propri limiti. Personaggi femminili percorrono lultimo libro della Tebaide: sono caratterizzati da una forte componente emotiva, che dà loro la forza di superare limiti biologici, fisici, gerarchici Antigone, Argia e le altre donne sono caratterizzate in maniera iperbolica

42 Argia, il viaggio come ricerca e il rapporto con Ovidio (…) dixit, tectumque adgressa propinquae pastorale casae reficit spiramina fessi ignis, et horrendos inrumpit turbida campos. Qualis ab Aetnaeis accensa lampade saxis orba Ceres magnae variabat imagine flammae Ausonium Siculumque latus, vestigia nigri raptoris vastosque legens in pulvere sulcos; illius insanis ululatibus ipse remugit Enceladus ruptoque vias inluminat igni: Persephonen amnes silvae freta nubila clamant, Persephonen tantum Stygii tacet aula mariti. (Theb. XII, )

43 Per luoghi comuni: possibili rapporti intertestuali Argia è sulle tracce del corpo del marito, Cerere su quelle di sua figlia, ancora viva; rapita, comè noto, da Plutone (nigri raptoris, vv ). Entrambe le donne illuminano la propria via con del fuoco; anzi, più precisamente, entrambe compiono lazione di accendere (Theb. XII, 270: accensa lampade) o ravvivare (Theb. XII, 267-8: reficit spiramina fessi / igni) la fiamma.

44 Motivo topico, presente in entrambi i poeti, è quello della ricerca per terra e per mare: Ov. Met. V, : Interea pavidae nequiquam filia matri / omnibus est terris, omni quaesita profundo; Ov. Met. V, 474: Terras tamen increpat omnes Stat. Theb. XII, 276: Persephonen amnes silvae freta nubila clamant

45 Altri echi verbali: vestigia compare sia in Ov. Met. V, 476 che in Stat. Theb. XII, 272; Persefone è stata rapita con violenza (Ov. Met. V, 520: rapta; 492: rapinae: Stat. Theb. XII, 273: raptoris).

46 in Ov. Met. V, Cerere, nel corso della sua ricerca, arriva ad una capanna: tectam stramine vidit / forte casam; così Argia, in Theb. XII, : tectumque adgressa propinquae / pastorale casae.

47 Le rheseis delle due protagoniste sono rivolte a soggetti diversi (Argia a Polinice prima: Theb. XII, ; a Tebe poi: Theb. XII, ; Cerere a Giove: Ov. Met. V, ), e in Stazio la seconda rhesis (quella rivolta alle mura tebane) si risolve in una sorta di monologo; ma compare unespressione simile, che riassume il senso ultimo delle parole delluna come dellaltra.

48 (…segue) (…) si tratta della richiesta di restituzione: Ov. Met. V, : quod rapta, feremus, / dummodo reddat eam! Neque enim praedone marito / filia digna tua est, si iam mea filia digna est; Stat. Theb. XII, 262-3: illum, oro, extorrem regni belloque fugatum, / illum, quem solio non es dignata paterno, / redde mihi. Il verbo reddere è comune ai due testi; come eco verbale, vè pure linsistenza sulla dignità (Ovidio) o sullo stimare degno (Stazio), espressa dallaggettivo dignus e dal verbo dignari.

49 …e sono entrambe più forti dei limiti… Né il giorno, né la notte valgono a scoraggiare le due eroine. Ov. Met. V, : Illam non udis veniens Aurora capillis / cessantem vidit, non Hesperus; V, 443: perque pruinosas tulit inrequieta tenebras; Stat. Theb. XII, : Iam pater Hesperio flagrantem gurgite currum / abdiderat Titan, aliis rediturus ab undis, / cum tamen illa gravem luctu fallente laborem / nescit abisse diem: nec caligantibus arvis / terretur, nec frangit iter.

50 Non feminae virtutis… linstancabilità è una delle caratteristiche principali di Argia, che viene qualificata come dotata di virtù inusuali, non femminili, fin dallinizio della sua presentazione, a Theb. XII, : hic non femineae subitum virtutis amorem / colligit Argia, sexuque inmane relicto / tractat opus: placet (egregii spes dura pericli!) / comminus infandi leges accedere regni, / quo Rhodopes non ulla nurus nec alumna nivosi / Phasidis innuptis vallata cohortibus iret.

51 Il viaggio e il coraggio di donne non sono, insomma, da donne Argia, che viaggia sola, ha virtù non femminili Eppure, le donne nella letteratura latina erano in grado di ben altre azioni ardite (suicidio, omicidio, infanticidio…) Il tema (qui solo accennato) è stimolante, vasto, ricco, tanto da meritare ricerche più articolate e dettagliate.

52 Lultimo viaggio di questa giornata di studio è quello del poema… Theb. XII : Durabisne procul dominoque legere superstes, / o mihi bissenos multum vigilata per annos / Thebai? Iam certe praesens tibi Fama benignum / stravit iter coepitque novam monstrare futuris (…) Vive, precor (…) …Et meriti post me referentur honores.


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