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Université de Fribourg Faculté des Lettres Domaine dItalien Semestre Autunnale 2012-2013 Corso di storia letteraria moderna Fondamenti e sviluppi di una.

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1 Université de Fribourg Faculté des Lettres Domaine dItalien Semestre Autunnale Corso di storia letteraria moderna Fondamenti e sviluppi di una tradizione Prof. Uberto Motta MIS 3026, martedì 17-19h 1

2 Calendario delle lezioni Martedì 18 settembre 17:15 – 19:00 MIS 3026 Martedì 25 settembre 17:15 – 19:00 MIS 3026 > 26 settembre MIS 3028 Martedì 2 ottobre 17:15 – 19:00 MIS 3026 Martedì 9 ottobre17:15 – 19:00 MIS 3026 Mercoledì 10 ottobre17:15 – 19:00 MIS 3026 SOSPESA Martedì 16 ottobre17:15 – 19:00 MIS 3026 Martedì 23 ottobre: Giornata di studi italiani Martedì 30 ottobre17:15 – 19:00 MIS 3026 Martedì 6 novembre17:15 – 19:00 MIS 3026 Martedì 13 novembre17:15 – 19:00 MIS 3026 Martedì 20 novembre: lezione sospesa Martedì 27 novembre17:15 – 19:00 MIS 3026 MERCOLEDI 28 NOVEMBRE 17:15 – 19:00 MIS 3028 Martedì 4 dicembre17:15 – 19:00 MIS 3026 Martedì 11 dicembre17:15 – 19:00 MIS 3026 Martedì 18 dicembre17:15 – 19:00 MIS

3 Bibliografia (1) Manuale di riferimento G. Tellini, Letteratura italiana. Un metodo di studio, Firenze, Le Monnier,

4 Bibliografia (2) Opere di consultazione G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Firenze, Molini Landi, F. De Sanctis, Opere, a cura di G. Contini, 2 voll., Torno, UTET, F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, a cura di N.Gallo, Torino, Einaudi- Gallimard, G. Getto, Storia delle storie letterarie, Firenze, Sansoni, C. Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, Torno, Einaudi, A. Battistini – E. Raimondi, Le figure della retorica: una storia letteraria italiana, Torino, Einaudi, E. Irace, Itale glorie, Bologna, Il Mulino, Storia della letteratura italiana, a cura di A. Battistini, 6 voll., Bologna, Il Mulino, S. Jossa, LItalia letteraria, Bologna, Il Mulino, C. Vecce, Piccola storia della letteratura italiana, Napoli, Liguori, Atlante della letteratura italiana, a cura di S. Luzzatto e G. Pedullà, 2 voll., Torino, Einaudi, F. Bruni, Italia. Vita e avventure di unidea, Bologna, Il Mulino,

5 Prima di Dante La tradizione umbra: da San Francesco (m. 1226) a Iacopone da Todi (m. 1306) Dai siciliani agli stilnovisti: da Iacopo da Lentini (m. 1260) a Guinizelli (m. 1276) La letteratura settentrionale: Bonvesin de la Riva (m. 1315ca.) 5

6 San Francesco, Cantico, 1224 ca. v. 1: «Altissimu, onnipotente, bon Signore» v. 4: «et nullu homo ène dignu te mentovare» v. 5: «Laudato sie, mi Signore cum tucte le tue creature» v. 10: «Laudato si, mi Signore, per sora Luna e le stelle» v. 20: «Laudato si, mi Signore, per sora nostra madre Terra» vv : «Laudato si, mi Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore / et sostengono infirmitate et tribulatione» vv : «Laudato si, mi Signore, per sora nostra morte corporale, / da la quale nullu homo vivente pò skappare: / guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; / beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, / ka la morte secunda no l farrà male» vv : «Laudate et bendicete mi Signore et rengratiate / et serviateli cum grande humilitate» 6

7 Giacomo da Lentini Madonna à n sé vertute con valore più che nulaltra gemma prezïosa, che isguardando mi tolse lo core, cotantè di natura vertudiosa. Più luce sua beltate e dà splendore che non fa l sole né nullautra cosa, de tutte lautre ellè sovrane frore, che nulla aparegiare a lei non osa. Di nulla cosa non à mancamento, né fu ned è né non serà sua pare né n cui si trovi tanto complimento. E credo ben, se Dio lavesse a fare, non vi metrebbe sì su ntendimento che la potesse simile formare. 7

8 Guido Guinizelli Io voglio del ver la mia donna laudare ed asembrarli la rosa e lo giglio: più che stella dïana splende e pare, e ciò chè lassù bello a lei somiglio. Verde river a lei rasembro e lâre, tutti color di fior, giano e vermiglio, oro ed azzurro e ricche gioi per dare: medesmo Amor per lei rafina meglio. Passa per via adorna, et sì gentile chabassa orgoglio a cui dona salute, e fa l de nostra fé se non la crede; e no lle pò apressare om che sia vile; ancor ve dirò cha maggior vertute: nullom pò mal pensar fin che la vede. 8

9 Lesilio di Dante:

10 Cronologia e diffusione della Comemdia Le date Inferno: o con revisioni fino al 14 Purgatorio: con revisioni fino al 15 Paradiso: I primi lettori Cino da Pistoia, giurista Andrea da Barberino, notaio Anastasio, frate Andrea Lancia, giurista Giovanni Quirini, poeta Tieri degli Useppi, notaio 10

11 La circolazione della Commedia nel XIV s.: antica vulgata: ante 1355 nuova vulgata: post

12 Convivio, IV iv 3-4 Con ciò sia cosa che lanimo umano in terminata possessione di terra non si queti, ma sempre desideri gloria dacquistare, sì come per esperienza vedemo, discordie e guerre conviene surgere intra regno e regno, le quali sono tribulazioni delle cittadi, e per le cittadi de le vicinanze, e per le vicinanze de le case, e per le case de luomo; e così simpedisce la felicitade. Il perché, a queste guerre e a le loro cagioni torre via, conviene di necessitade tutta la terra, e quanto a lumana generazione a possedere è dato, essere Monarchia cioè uno solo principato, e uno prencipe avere; lo quale, tutto possedendo e più desiderare non possendo, li regi tenga contenti ne li termini de li regni, sì che pace intra loro sia, ne la quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze samino, in questo amore le case prendano ogni loro bisogno, lo qual preso, luomo viva felicemente; che è quello per che esso è nato. 12

13 G. Contini, Preliminari sulla lingua del Petrarca, 1951 Dunque Petrarca, rispetto alla propria tradizione, nega, o almeno limita. Ma per il nostro punto di partenza, dico litaliano letterario, bisogna piuttosto ragionare a rovescio: non che sia lecito valutare unesperienza dalla sua continuabilità, pragmaticamente dal suo successo; ma ogni successo (istituzione, tradizione) risale a uniniziativa firmata. La scuola siciliana, ossia litaliano come lingua letteraria nazionale, ha una firma probabile, quella del Notaio da Lentini, e perfino una data probabile, quella medesima dei documenti che lo mostrano attivo nel decennio fra il 1230 e il 40. Allo stesso modo la vigente tradizione si richiama proprio alliniziativa petrarchesca, e sarà per definizione uniniziativa linguistica di tonalità media, di escursione modesta. Allora il nostro punto di partenza non sarà il genio più ricco e più inventivo, e con tutto ciò anche il più propriamente intelligente della nostra letteratura, non è Dante, o almeno non è di sicuro il Dante della Commedia, è il Petrarca volgare, quanto dire il Petrarca del Canzoniere. Per qualificare tale esperienza, unitaria, esauriente, perciò stesso autolimitata entro stabili confini, nulla giova meglio duna rapida e massiccia opposizione di queste due, come le chiamerebbe Roberto Longhi, persone prime del nostro linguaggio poetico. 13

14 F. Petrarca, R.v.f. 189 Passa la nave mia colma doblio per aspro mare, a mezza notte il verno, enfra Scilla et Caribdi; et al governo siede l signore, anzi l nemico mio. A ciascun remo un penser pronto et rio5 che la tempesta e l fin par chabbi a scherno; la vela rompe un vento humido eterno di sospir, di speranze et di desio. Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni bagna et rallenta le già stanche sarte,10 che son derror con ignorantia attorto. Celansi i duo mei dolci usati segni; morta è fra londe la ragione et larte, tal chincomincio a desperar del porto. 14

15 F. Petrarca, R.v.f. 189: schede linguistiche verno (al v. 2) è utilizzato ancora dal primissimo Montale, in una delle disperse della sua fase crepuscolare precedente gli Ossi; rio (al v. 5) ricorre in Gozzano e in Cardarelli; scherno (al v. 6) vanta occorrenze da Corazzini a Rebora e Pavese, più fitte nei dintorni di Gozzano, Moretti, Palazzeschi; desio (al v. 8) è in Corazzini (4 volte), Moretti (9 volte), Rebora e Cardarelli (1 volta), Saba (3 volte); lagrimar (v. 9) è tipico di Corazzini e Palazzeschi; sàrte (al v. 10) è in Gozzano e Moretti (notevole, specialmente, luso gozzaniano, in Paolo e Virginia dei Colloqui: vv , «sovra coperta già fremono i flutti,/ spezza il vento governi alberi sàrte»); attorto (al v. 11) si legge in Gozzano e Campana, Sbarbaro e Ungaretti 15

16 G. Contini, Preliminari sulla lingua del Petrarca, 1951 «Linnovazione riduttiva per pacata rinuncia agli estremi è consentita a Petrarca dalla sua introversione. Usiamo termini grossolani, e diciamo: è il suo romanticismo che è condizione del suo classicismo». 16

17 F. Petrarca, R.v.f. 189: storia interna Forma Chigi ( ) in vita A: Voi chascoltate, RVF 1 s B: Passa la nave mia, RVF 189 s in morte C: Ivo pensando, RVF 264 c D: Mentre che l cor, RVF 304 s Forma Vaticana ( ) in vita A: Voi chascoltate, RVF 1 s B: Arbor victoriosa, RVF 263 s in morte C: Ivo pensando, RVF 264 c D: Vergine bella, RVF 366 c 17

18 F. Petrarca, R.v.f. 189 Passa la nave mia colma doblio per aspro mare, a mezza notte il verno, enfra Scilla et Caribdi; et al governo siede l signore, anzi l nemico mio. Cfr. Inf. XXVI 100, « ma misi me per lalto mare aperto » 18

19 Intertestualità interna (a) v. 1, situazioni e immagini molto simili in son. 132, Samor non è, vv : Fra sì contrari venti in frale barca / mi trovo in alto mar senza governo,/ sì lieve di saver, derror sì carca; son. 235, Lasso, Amor mi trasporta ovio non voglio, sptt. ai vv. 9-11, Ma lagrimosa pioggia et fieri venti/ dinfiniti sospiri or lànno spinta,/ chè nel mio mare horribil notte et verno; son. 272, La vita fugge, et non sarresta una hora, sptt. v , veggio al mio navigar turbati i venti; / veggio fortuna in porto, et stanco omai / il mio nocchier, et rotte arbore et sarte, / e i lumi bei che mirar soglio, spenti. Ma cfr. anche Sap. V 10: … tamquam navicula qui pertransit fluctuantem aquam v. 4, cfr. son. 202, Dun bel chiaro…, v. 13, quella dolce mia nemica et donna, e son. 261, Qual donna attende…, vv. 3-4, quella mia/nemica, che mia donna il mondo chiama. 19

20 Intertestualità interna (b) vv. 7-8, cfr. son. 17, vv. 1-2, Piovonmi amare lagrime dal viso/ con un vento angoscioso di sospiri. v. 12, cfr. canz. 73, Poi che per mio destino, ai vv , Come a forza di venti / stanco nocchier di notte alza la testa / a duo lumi chà sempre il nostro polo, / così ne la tempesta / chi sostengo dAmor, gli occhi lucenti / sono il mio segno e l mio conforto solo. v. 13, cfr. ancora canz. 73, ai vv : sì possente è l voler che mi trasporta;/ et la ragione è morta; e inoltre son. 211, Voglia mi sprona, Amor mi guida et scorge, v. 7: regnano i sensi, et la ragione è morta. v. 14, limmagine del porto, già in son. 272 vv

21 La vela rompe un vento humido eterno / di sospir, di speranze et di desio. / Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni Inf. V vv , Io venni in loco dogne luce muto, / che mugghia come fa mar per tempesta, se da contrari venti è combattuto. v. 75, e paion sì al vento esser leggieri v. 82, Quali colombe dal disio chiamate v. 113, quanti dolci pensier, quanto disio vv , a lagrimar mi fanno tristo e pio. / Ma dimmi: al tempo de dolci sospiri Purg. II v. 130, or le bagna la pioggia et move il vento 21

22 Due navigazioni a confronto PetrarcaDante Passa la nave mia colma doblio per aspro mare, a mezza notte il verno, enfra Scilla et Caribdi; et al governo siede l signore, anzi l nemico mio. A ciascun remo un penser pronto et rio che la tempesta e l fin par chabbi a scherno; la vela rompe un vento humido eterno di sospir, di speranze et di desio. Guido, i vorrei che tu e Lapo e io Fossimo presi per incantamento, E messi in un vasel chad ogni vento Per mare andasse al voler vostro e mio, Sì che fortuna od altro tempo rio Non ci potesse dare impedimento, Anzi, vivendo sempre in un talento, Di stare insieme crescesse l disio. 22

23 Intertestualità esterna v. 2, per aspro mare, a mezza notte il verno: cfr. Verg. Aen. VI , con maria aspera e con hibernas immensa per aeqora noctes (luogo di grande tensione emotiva: dove il nocchiero Palinuro, che Enea aveva perduto e ora ritrova agli inferi, rievoca la sua morte durante la navigazione). v. 3, enfra Scilla et Caribdi: cfr. Verg. Aen. III v.6, la vela rompe un vento traduce Aen. I 102-3, procella velum adversa ferit vv. 3-4, limmagine di Amore quale nocchiero è assai rara, e prima di Petr. si trova solo in un sonetto di Noffo di Bonaguida, che comincia così: Io veggio star sul canto de la nave/ Amor

24 F. Petrarca, R.v.f. 1, vv. 1-4 Voi chascoltate in rime sparse il suono di quei sospiri ondio nudriva l core in sul mio primo giovenile errore quandera in parte altruom da quel chi sono. F. Petrarca, R.v.f. 364, vv. 5-8 Omai son stanco, et mia vita reprendo di tanto error che di vertute il seme à quasi spento, et le mie parti extreme, alto Dio, a te devotamente rendo. 24

25 Cic. Tusc. disp. III 1 «Nella nostra indole è innato il seme della virtù, e se esso potesse crescere, la natura stessa ci guiderebbe alla felicità. Orbene, non appena noi veniamo alla luce e siamo accolti e riconosciuti, ecco che ci troviamo subito in mezzo a ogni sorta di storture e al più grande pervertimento ideologico, sicché sembrerebbe che, assieme al latte della nutrice, noi avessimo succhiato anche lattitudine allerrore. [...] Ci rimpinziamo di errori così svariati, che sulla verità ha la meglio linganno e un preconcetto consolidato prevale sulla natura stessa». 25

26 La letteratura volgare del Trecento La poesia TOSCANA Poesia allegorico-didattica (Fazio degli Uberti, Dittamondo, ) Poesia lirica (tra epigoni dello Stilnovo e emuli di Petrarca) Tradizione canterina (i cantari di Antonio Pucci: ) VENETO Poesia lirica (Niccolò de Rossi, ms. Barb. Lat. 3953) Letteratura franco-veneta (1320 ca., Entrée dEspagne) La prosa (primato assoluto della Toscana) Volgarizzamenti Scritture religiose e mistiche Giordano da Pisa, Domenico Cavalca, Iacopo Passavanti e S. Caterina da Siena Storiografia La Cronica di Giovanni Villani Novellistica Il Trecentonovelle di Francesco Sacchetti ( ) 26

27 L. B. Alberti, I libri della famiglia, Proemio Repetendo a memoria quanto per le antique istorie e per ricordanza de nostri vecchi insieme, e quanto potemmo a nostri giorni come altrove così in Italia vedere, non poche famiglie solere felicissime essere e gloriosissime, le quali ora sono mancate e spente, solea spesso fra me maravigliarmi e dolermi se tanto valesse contro agli uomini la fortuna essere iniqua e maligna, e se così a lei fosse con volubilità e temerità sua licito famiglie ben copiose duomini virtuosissimi, abundante delle preziose e care cose e desiderate da mortali, ornate di molta dignità, fama, laude, autoritate e grazia, dismetterle dogni felicità, porle in povertà, solitudine e miseria, e da molto numero de padri ridurle a pochissimi nepoti, e da ismisurate ricchezze in summa necessità, e da chiarissimo splendore di gloria somergerle in tanta calamità, averle abiette, gittate in tenebre e tempestose avversità. Ah! quante si veggono oggi famiglie cadute e ruinate! Né sarebbe da annumerare o racontare quali e quante siano simili a Fabii, Decii, Drusii, Gracchi e Marcelli, e agli altri nobilissimi apo gli antichi, così nella nostra terra assai state per lo ben publico a mantener la libertà, a conservare lautorità e dignità della patria in pace e in guerra, modestissime, prudentissime, fortissime famiglie, e tali che daglinimici erano temute, e dagli amici sentiano sé essere amate e reverite. 27

28 Delle quali tutte famiglie non solo la magnificenza e amplitudine, ma gli uomini, né solo gli uomini sono scemati e disminuiti, ma più el nome stesso, la memoria di loro, ogni ricordo quasi in tutto si truova casso e anullato. Onde non sanza cagione a me sempre parse da voler conoscere se mai tanto nelle cose umane possa la fortuna, e se a lei sia questa superchia licenza concessa, con sua instabilità e inconstanza porre in ruina le grandissime e prestantissime famiglie. Alla qual cosa ove io sanza pendere in alcuna altra affezione, sciolto e libero dogni passion danimo penso, e ove fra me stessi, o giovani Alberti, rimiro la nostra famiglia Alberta a quante avversità già tanto tempo con fortissimo animo abbia ostato, e con quanta interissima ragione e consiglio abbino e nostri Alberti saputo discacciare e con ferma constanza sostenere i nostri acerbi casi e furiosi impeti de nostri iniqui fati, da molti veggo la fortuna più volte essere sanza vera cagione inculpata, e scorgo molti per loro stultizia scorsi ne casi sinistri, biasimarsi della fortuna e dolersi dessere agitati da quelle fluttuosissime sue unde, nelle quali stolti sé stessi precipitorono. E così molti inetti de suoi errati dicono altrui forza furne cagione. 28

29 Trovare i classici nel XV sec. (I) 29

30 Trovare i classici nel XV sec. (II) 30

31 Poggio Bracciolini a Guarino Veronese, 15 dic È solo il discorso quello per cui perveniamo ad esprimere le virtù dellanimo, distinguendoci dagli altri animali. Bisogna quindi essere sommamente grati sia agli inventori delle altre arti liberali, sia soprattutto a colore che, con le loro ricerche e con la loro cura, ci tramandarono i precetti del dire e una norma per esprimerci con perfezione. […] Fra tutti illustre ed eccellente fu M. Fabio Quintiliano […]. Ma egli presso di noi italiani era così lacerato, così mutilato, per colpa, io credo, dei tempi, che in lui non si riconosceva più aspetto alcuno, abito alcuno duomo. […] Era penoso e a mala pena sopportabile, che noi avessimo, nella mutilazione di un uomo così grande, tanta rovina dellarte oratoria. […] Un caso fortunato per lui, e soprattutto per noi, volle che, mentre ero ozioso a Costanza, mi venisse il desiderio di andar a visitare il luogo dove egli era tenuto recluso. Vè infatti, vicino a quella città, il monastero di S. Gallo, a circa venti miglia. Perciò mi recai là per distrarmi, e insieme per vedere i libri di cui si diceva vi fosse un gran numero. Ivi, in mezzo a una gran massa di codici che sarebbe lungo enumerare, ho trovato Quintiliano ancor salvo ed incolume, ancorché tutto pieno di muffa e di polvere. 31

32 C. Dionisotti, Discorso sullUmanesimo italiano (1956) «Fin dal Trecento la rivoluzione umanistica si sviluppò nellItalia divisa e discorde come un moto nazionale e unitario, atto a superare, sulla base della nuova latinità, differenze e contrasti regionali e municipali, che la sola tradizione toscana, dantesca, non era in grado di superare a quella data». 32

33 La letteratura del secondo Quattrocento Firenze (Medici): Lorenzo il Magnifico ( ), Angelo Poliziano ( : Stanze per la giostra), Giovanni Pico della Mirandola ( : Oratio de hominis dignitate, 1486), Marsilio Ficino ( ), Cristoforo Landino ( : Disputationes Camaldulenses, 1480), Luigi Pulci ( ). Ferrara (Este): Matteo Maria Boiardo ( : Amorum libri tres, 1476; Inamoramento de Orlando, ). Napoli (Aragonesi): Giovanni Pontano ( : De prudentia, De fortuna, De principe, De sermone) e Jacopo Sannazaro ( : Arcadia, ; De partu Virginis, 1526). 33

34 La Venere Medici, I sec. A. C., Firenze, Galleria degli Uffizi S. Botticelli, La nascita di Venere, 1480 ca., Firenze, GdU 34

35 Poliziano, Stanze per la giostra, I Nel tempestoso Egeo in grembo a Teti si vede il frusto genitale accolto, sotto diverso volger di pianeti errar per l'onde in bianca schiuma avolto; e drento nata in atti vaghi e lieti una donzella non con uman volto, da zefiri lascivi spinta a proda, gir sovra un nicchio, e par che 'l cel ne goda. Vera la schiuma e vero il mar diresti, e vero il nicchio e ver soffiar di venti; la dea negli occhi folgorar vedresti, e 'l cel riderli a torno e gli elementi; l'Ore premer l'arena in bianche vesti, l'aura incresparle e crin distesi e lenti; non una, non diversa esser lor faccia, come par ch'a sorelle ben confaccia. Giurar potresti che dell'onde uscissi la dea premendo colla destra il crino, coll'altra il dolce pome ricoprissi; e, stampata dal piè sacro e divino, d'erbe e di fior l'arena si vestissi; poi, con sembiante lieto e peregrino, dalle tre ninfe in grembo fussi accolta, e di stellato vestimento involta. 35

36 Inni omerici, II, Ad Afrodite, vv La dea augusta dalla corona doro io canterò, la bella Afrodite che ha in suo dominio le mura di tutta Cipro circondata dal mare, dove la forza di Zefiro che umido soffia la portò sullonda del mare risonante tra la soffice spuma: e le Ore dallaureo diadema laccolsero lietamente; la vestirono con vesti divine, sul capo immortale posero una ben lavorata corona, bella, doro, ed ai lobi traforati fiori di oricalco e di oro prezioso; intorno al delicato collo e al petto fulgente ladornarono coi monili doro di cui anchesse, le Ore dallaureo diadema, si adornano quando vanno allamabile danza degli dèi, e alla dimora del padre. 36

37 Adolph Bayersdorfer: «Allegoria della Primavera. Al centro sta Venere; sopra la sua testa, in aria, sta Amore [bendato] che lancia frecce infuocate verso sinistra in direzione delle ninfe danzanti accanto alle quali è raffigurato Mercurio che, con il caduceo, disperde le nebbie tra le cime degli alberi. Nella parte destra Flora procede spargendo rose sui prati. A contatto con Zefiro [vento primaverile], allerrante ninfa terrena [Clori] sbocciano fiori dalle labbra. Dipinta per la Villa di Cosimo a Careggi». 37

38 Poliziano, Stanze, I Candida è ella, e candida la vesta, ma pur di rose e fior dipinta e d'erba; lo inanellato crin dall'aurea testa scende in la fronte umilmente superba. Rideli a torno tutta la foresta, e quanto può suo cure disacerba; nell'atto regalmente è mansueta, e pur col ciglio le tempeste acqueta. Folgoron gli occhi d'un dolce sereno, ove sue face tien Cupido ascose; l'aier d'intorno si fa tutto ameno ovunque gira le luce amorose. Di celeste letizia il volto ha pieno, dolce dipinto di ligustri e rose; ogni aura tace al suo parlar divino, e canta ogni augelletto in suo latino. Sembra Talia, se in man prende la cetra, sembra Minerva se in man prende l'asta; se l'arco ha in mano, al fianco la faretra, giurar potrai che sia Diana casta. Ira dal volto suo trista s'arretra, e poco, avanti a lei, Superbia basta; ogni dolce virtù l'è in compagnia, Biltà la mostra a dito e Leggiadria. 38

39 Poliziano, Stanze, I Con lei sen va Onestate umile e piana che d'ogni chiuso cor volge la chiave; con lei va Gentilezza in vista umana, e da lei impara il dolce andar soave. Non può mirarli il viso alma villana, se pria di suo fallir doglia non have; tanti cori Amor piglia fere o ancide, quanto ella o dolce parla o dolce ride. Ell'era, assisa sovra la verdura, allegra, e ghirlandetta avea contesta, di quanti fior creassi mai natura, de' quai tutta dipinta era sua vesta. E come prima al gioven puose cura, alquanto paurosa alzò la testa; poi colla bianca man ripreso il lembo, levossi in piè con di fior pieno un grembo. 39

40 40

41 F. Petrarca, Rime e Trionfi,

42 P. Bembo, Prose della volgar lingua, 1525 Tre conseguenze (1) fine immediata della polivalenza delle lingue, caratteristica della cultura italiana nel periodo delle origini; (2) alto tasso di cura stilistica e retorica, per reggere il confronto con i classici; (3) radicale esautorazione degli elementi psicologici e drammatici. 42

43 I contemporanei di Dante (n ) Cavalcanti, Dino Compagni, Cecco Angiolieri, Francesco da Barberino, Cecco dAscoli, Folgore da San Gimignano, Domenico Cavalca I contemporanei di Petrarca (n ) Jacopo Passavanti, Fazio degli Uberti, Antonio Pucci, Giovanni Boccaccio I contemporanei di Machiavelli (n ) Pietro Bembo, Ludovico Ariosto, Michelangelo, Baldassarre Castiglione, Francesco Guicciardini 43

44 B. Castiglione, Il libro del Cortegiano, Dedica, §3 Altri dicono che, essendo tanto difficile e quasi impossibile trovar un omo così perfetto come io voglio che sia il cortegiano, è stato superfluo il scriverlo perché vana cosa è insegnare quello che imparare non si po. A questi rispondo che mi contentarò aver errato con Platone, Senofonte e Marco Tullio, lassando il disputare del mondo intelligibile e delle idee; tra le quali, sì come, secondo quella opinione, è la idea della perfetta republica e del perfetto re e del perfetto oratore, così è ancora quella del perfetto cortegiano; […] e se con tutto questo [i lettori] non potran conseguir quella perfezion, qual che ella si sia, ch'io mi son sforzato d'esprimere, colui che più se le avvicinarà sarà il più perfetto, come di molti arcieri che tirano ad un bersaglio, quando niuno è che dia nella brocca, quello che più se le accosta senza dubbio è miglior degli altri. 44

45 B. Castiglione, Il libro del Cortegiano, Dedica, §3 La diffesa adunque di queste accusazioni e, forse, di molt'altre rimetto io per ora al parere della commune opinione; perché il più delle volte la moltitudine, ancor che perfettamente non conosca, sente però per istinto di natura un certo odore del bene e del male e, senza saperne rendere altra ragione, l'uno gusta ed ama e l'altro rifiuta ed odia. Perciò, se universalmente il libro piacerà, terrollo per bono e pensarò che debba vivere; se ancor non piacerà, terrollo per malo e tosto crederò che se n'abbia da perdere la memoria. E se pur i mei accusatori di questo commun giudicio non restano satisfatti, contentinsi almeno di quello del tempo; il quale d'ogni cosa al fin scuopre gli occulti difetti e, per esser padre della verità e giudice senza passione, suol dare sempre della vita o morte delle scritture giusta sentenzia. 45

46 N. Machiavelli, Il principe, cap. 15 Perché io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto prosuntuoso, partendomi massime, nel disputare questa materia, da li ordini delli altri. Ma sendo l'intenzione mia stata scrivere cosa che sia utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare dreto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti in vero essere. Perché gli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa, per quello che si doverrebbe fare, impara più presto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene che ruini in fra tanti che non sono buoni. Onde è necessario, volendosi uno principe mantenere, imparare a potere essere non buono e usarlo e non usarlo secondo la necessità. 46

47 N. Machiavelli, Il principe, cap. 18 Quanto sia laudabile in uno principe il mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco si vede per esperienza ne' nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto e che hanno saputo con l'astuzia aggirare e' cervelli delli uomini: e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la realtà. […] Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e' mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa: e nel mondo non è se non vulgo, e' pochi non ci hanno luogo quando gli assai hanno dove appoggiarsi. 47


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