Il capitalismo molecolare. I diversi capitalismi e le nuove forme di lavoro 1 Strategia e governo dell’azienda familiare da: Aldo Bonomi, Il capitalismo.

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Il capitalismo molecolare. I diversi capitalismi e le nuove forme di lavoro 1 Strategia e governo dell’azienda familiare da: Aldo Bonomi, Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia, Einaudi,1997

Indice 2 I diversi capitalismi e le nuove forme di lavoro 1.Diverse tipologie di capitalismi e capitalismo difficile 2.Il capitalismo di coalizione 3.Il capitalismo molecolare 4.La scomposizione del “diamante” del lavoro 5.Il lavoro autonomo e dipendente 6.La fabbrica diffusa

Diverse tipologie di capitalismi e capitalismo difficile 3 La contiguità territoriale e la prossimità sociale sono i modelli che hanno caratterizzato la crescita economica e l’evoluzione del vivere sociale nel 900 Il modello che ha innervato il Nord Italia e che ha introdotto la sua egemonia culturale è il capitalismo urbano industriale --> Al momento, questo tipo di capitalismo è in crisi Il capitalismo difficile Il capitalismo italiano è in difficoltà: si parla di “capitalismo difficile” per un’economia nazionale che sempre più si inserisce nel quadro della globalizzazione L’economia mondiale di mercato è ormai una realtà irrinunciabile e produce mutamenti sul piano giuridico - istituzionale (Wto, accordi sul copyright - sono oggetto di accordi internazionali anche gli elementi immateriali) Emergono anche accordi regionali, per esempio europei, finalizzati alla definizione delle regole che presiedono la costituzione dei mercati nazionali Il bisogno di regole ed istituzioni rientrano nella tendenza in atto alla costituzione di un’economia mondiale di mercato, il cui attore forte è la grande impresa mondializzata in grado di muoversi in una dimensione difficile di competizione tra le imprese  Questi fattori hanno indebolito l’identità nazionale: è in atto una gara mondiale sul sapere, innovazione e competizione tra sistemi territoriali e istituzioni

Il capitalismo di coalizione 4 La coalizione costituisce una modalità di risposta alle sfide dell’integrazione dei mercati, alla fisionomia necessariamente contestuale delle strategie competitive, alla complessità dei rapporti con la clientela, al tasso di innovazione delle nuove tecnologie. Si è creato, inoltre, un nuovo modo di lavorare “comunicando” e di fare impresa “cooperando e confliggendo” Coalizione tra grande impresa e grande finanza: la competizione internazionale richiede una elevata ripartizione del rischio di investimento (il capitale proprio risulta adeguato solamente nella parte iniziale della vita dell’impresa). Entrano, in azienda, nuovi azionisti ed i soci fondatori riducono il patrimonio investito in azienda: è il declino delle grandi famiglie industriali. Coalizione tra imprese della stessa filiera: grazie a questo tipo di coalizione le imprese possono conservare un’ampiezza di raggio d’azione estesa. Inoltre, grazie alla coalizione tra medie imprese e tra medie e piccole imprese è possibile controllare i mercati serviti sulla base della specializzazione e dell’integrazione di prodotti correlati Coalizione tra imprese, università e centri di ricerca. Nel mercato globalizzato è necessario essere competitivi sia sul costo che nella differenziazione di prodotto allo stesso tempo: si rende opportuna, di conseguenza, una strategia di coalizione tra imprese, università, centri di ricerca Coalizioni di distretto. Le coalizioni di distretto sono in declino ed incontrano crescenti difficoltà di fronte all’avanzare dei soggetti sul mercato globale favoriti da un costo del lavoro molto basso e da un simultaneo innalzamento degli standard qualitativi

Il capitalismo molecolare 5 In Italia tra le imprese che si confrontano con il “capitalismo difficile” resiste solo una grande impresa mondializzata (dopo la crisi Olivetti): la Fiat. La Fiat opera una strategia di produzione della world car operando una stretta coalizione tra grande impresa e grande finanza Il corpo intermedio è costituito dalle medie imprese consolidate, che competono nella mondializzazione, aggrediscono nicchie e segmenti di mercato prima che porsi il problema di essere prime nella gara per la world production  Sono aziende che si muovono nel “capitalismo difficile” con tattiche da “multinazionale tascabile”: sfruttano tutte le opportunità sul campo (svalutazione competitiva, delocalizzazione produttiva, coalizioni per R&D) La logica delle medie imprese è “consolidarsi per sopravvivere” La forza di questo sistema risiede in un capitalismo molecolare disegnato dal rapporto tra le medie imprese consolidate e la galassia delle PMI e artigiani disseminati sul territorio Imprese guida: i “gruppi” Aziende di “seconda schiera”: si sono ritagliate una nicchia di mercato Artigiani – microimprese: lavorano nel ciclo della subfornitura I distretti e i localismi produttivi possono essere ordinati secondo una piramide:

La scomposizione del “diamante” del lavoro 6 È ormai consapevolezza diffusa che nel ciclo della grande-media impresa maggiore innovazione e competizione non producono più automaticamente occupazione La grande produzione, in Italia, sta cambiando: Pur rimanendo importante come base del sistema economico, la grande distribuzione perde la capacità di “strutturare” la società Vengono smantellati i grandi blocchi omogenei che si configuravano nell’organizzazione fordista (diffusi principalmente nel Nord Italia) L’area del lavoro dipendente è stata erosa dall’emergere di posizioni professionali indipendenti che hanno dilatato la sfera del lavoro autonomo Questi mutamenti hanno avuto delle conseguenze sociali molto importanti Affiora un nuovo spazio sociale invaso dalla “logica d’impresa” segnato dalla linee forti di un capitalismo molecolare che ha generato numeroso microimprese individuali; al loro interno si creano nuove forme sociali Nel Nord si delinea una società di individui resi interdipendenti da una particolare divisione del lavoro. Questa l’interdipendenza viene vissuta come un rischio e una minaccia: il singolo è portato a percepire il proprio destino come dipendente dalle decisioni e dai comportamenti degli altri individui di cui non conosce i codici di condotta e di cui non si fida.

Il lavoro autonomo e dipendente 7 Con lavoro autonomo e indipendente si intendono tutte le forme di lavoro che necessitano di atteggiamenti acquisitivi di razionalità economica (rientrano in questa categoria sia i lavoratori a tempo determinato che il lavoro sommerso) In Italia su un totale di 24 milioni di lavoratori si hanno 12,6 milioni di dipendenti A fronte di un calo nell’occupazione del lavoro normato e tutelato si hanno aumenti nel settore dei lavori atipici, flessibili e autonomi Nel capitalismo molecolare, a fronte di uno “zoccolo duro” di lavoro salariato si rilevano forme di lavoro territorializzato legate al ciclo della subfornitura e nella esternalizzazione delle imprese; proliferano microimprese territoriali nel ciclo della consulenze e nella produzione di conoscenza Nonostante questi cambiamenti, la rappresentazione formale è ancora focalizzata sui lavoratori “visibili”:gli altri sono invisibili, atipici e spesso definiti come evasori fiscali (la “questione settentrionale” come questione politica ha origine dal disagio di questi soggetti)

Il lavoro autonomo e dipendente 2/2 8 I lavoratori autonomi hanno costituito, comunque, lo sviluppo di alcune regioni italiane La trasformazione che è in corso non riguarda tanto il passaggio da un’organizzazione del lavoro basata su una “grande”dimensione a una fondata sulla “piccola” impresa ma in un processo che vede emergere nuovi profili di lavoro autonomo, di inedite gerarchie funzionali e territoriali, di nuove delimitazioni di aree di interesse Il lavoro autonomo presenta una realtà composita: artigianato, servizi alle imprese, economia della cultura e dell’informazione Il capitalismo molecolare è caratterizzato dai nuovi settori dei servizi alle imprese che richiedono elevate skills professionali, dell’economia della cultura e dell’informazione, da un artigianato controterzista e da subfornitura di qualità  Da questa nuova configurazione sociale emergono conflitti di vario genere in gran parte dovuti a risposte sbagliate delle istituzioni rispetto ai problemi dei lavoratori autonomi.

La fabbrica diffusa 9 Il problema del territorio è spesso considerato come una contrapposizione tra Nord e Sud del paese Nel passaggio dalla fabbrica come luogo centrale e unico nella produzione alla sua dimensione diffusa, il territorio è diventato esso stesso luogo produttivo: territorio come fabbrica interconnesso a reti e processi dove si lavora comunicando La ristrutturazione da “poli” a dinamiche di “estensione territoriale” è avvenuta negli anni ’70: il territorio diviene fattore di produzione come il capitale e il lavoro Si assiste a un processo di contaminazione tra grande impresa, localismi produttivi e distretti. È la fase in cui il capitalismo molecolare prende corpo e si diffonde con logiche da impresa sommersa che spesso coincidono con la territorializzazione del ciclo della grande impresa Non vi è una rottura del modello produttivo fordista: è questo modello che si estende sul territorio contaminando le microimprese e gli artigiani: nella fabbrica diffusa, però, forme del produrre e strutture della società locale si trovano a interagire La fabbrica diffusa si impianta in luoghi dove la manodopera è più disponibile i lavoratori beneficiano di condizioni vantaggiose vivendo nell’ambiente di origine

Il territorio come fabbrica 10 Nel contesto mondializzato dell’economia, dove produrre significa competere, il territorio diventa l’ambiente complesso a cui l’impresa ricorre in maniera selettiva per reperire le risorse esterne che le sono necessarie per essere più competitiva  in questo senso il territorio diventa fabbrica Più che attraverso sistemi di impresa, si compete attraverso sistemi territoriali: si innesta il passaggio tra localismi del produrre a localismi dei saperi. Mutano tre variabili del modello fordista: capitale, lavoro e territorio. Il capitale perché è sottoposto a processi di coalizione finanziaria; il lavoro perché si “scheggia” in una molteplicità di figure atipiche; il territorio perché le funzioni di “forza produttiva” si trasformano a tutto vantaggio di quelle che integrano le esternalità Il territorio diventa fabbrica solo se è in grado di garantire quei margini di flessibilità che rendono risorsa strategica e lo sottraggono alla natura di semplice fattore di produzione  Paradosso: solo se non si limita a porsi come luogo di reperimento di manodopera a basso costo un territorio può competere nella globalizzazione