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Antropologia filosofica A.A. 2011-2012 Questioni di Antropologia filosofica *** Questioni di genere in Antropologia filosofica.

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Presentazione sul tema: "Antropologia filosofica A.A. 2011-2012 Questioni di Antropologia filosofica *** Questioni di genere in Antropologia filosofica."— Transcript della presentazione:

1 Antropologia filosofica A.A Questioni di Antropologia filosofica *** Questioni di genere in Antropologia filosofica

2 I N D I C E Modulo I (istituzionale): -I. Questioni di Antropologia filosofica -I. 1. L’antropologia filosofica. Nodi teoretici e storici “Che cos’è l’antropologia filosofica?” a) approccio etimologico (cfr.: M. Scheler, “Parola ed espressione”, in: Sull’idea dell’uomo, pp ) b) approccio teoretico (cfr.: Appendice I: Antropologia filosofica e antropologie settoriali) c) approccio antropologico-evoluzionistico (cfr.: Allegato T) - I.2. Aporetica dell'AF (cfr.: PDF da Il segmento mancante, “Dissoluzione del corpus filosofico” e ss.) - I.3. L’idea di uomo di Max Scheler (M. Scheler, Sull’idea dell’uomo)

3 I N D I C E (segue) Modulo II (monografico): - Questioni di genere nel pensiero antropologico di Edith Stein

4 MODULO I Questioni di Antropologia filosofica (Istituzionale) I.1. L’antropologia filosofica. Nodi teoretici e storici

5 Che cos’è l’antropologia filosofica? NOTA DI METODO DI CONOSCENZA: Per affrontare l’ignoto, bisogna partire dal noto e niente ci è più noto del linguaggio con cui ci esprimiamo. Le parole che usiamo rappresentano, infatti, quel terreno solido del noto, a partire dal quale possiamo avventurarci in ambiti meno noti, alla conquista conoscitiva dell’ignoto (cfr.: M. Scheler, “Parola ed espressione”, in: Sull’idea dell’uomo, pp ).

6 a) Un approccio etimologico Nel nostro caso, per instaurare il procedimento che va dal noto all’ignoto, possiamo trasformare i termini della domanda e chiederci: Che cosa ci dicono le parole di cui è composta la domanda? L’approccio che così assumeremo sarà un approccio etimologico, come quello utilizzato da Isidoro di Siviglia nel VI/VII sec. d. C.

7 L’etimologia L'etimologia è la scienza che studia l'origine e la storia delle parole per scoprirne il vero e genuino significato. Viene dal greco ἔ τυμος (=étymos), "vero, genuino” (significato della parola)" e da λόγος lógos, "discorso". * Cerca su Wikipedia!

8 Isidoro di Siviglia Isidoro di Siviglia (570 ca.-636) è vescovo di Siviglia tra il VI e il VII sec. d. C., quando nella Spagna visigotica, appena stabilizzata, si comincia ad avvertire il pericolo islamico.* *Gli arabi, infatti, seguendo la predicazione di Maometto, dopo la sua morte nel 632 d. C., cominciarono a conquistare i territori circostanti ai loro primitivi insediamenti nella penisola arabica. Incursioni e razzie nella Spagna visigotica furono effettuate tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII sec., partendo dalle basi nel Nordafrica, da poco conquistata e convertita all’Islam.

9 Isidoro di Siviglia Temendo la perdita o la dispersione del prezioso patrimonio della cultura antica, egli si dedica a scrivere le Etymologiae, un’opera enciclopedica che tratta dei più vari argomenti (grammatica, agricoltura, teologia, storiografia, politica, fino ad abbigliamento e giardinaggio), utilizzando il metodo della ricerca e della individuazione dell’origine (=etimologia) delle parole stesse. L’opera è stata paragonata ad una delle attuali finestre di Internet, dalla quale si accede ad un mondo quanto mai ricco di informazioni, «navigando», come in una Internet ante litteram. Ciò diede alcuni anni fa lo spunto a vari estimatori di Isidoro per designarlo «Patrono di Internet».

10 Le Etymologiae Isidorus Hispanensis, Etymologiarum libri XX sive Origines Trad. it. a cura di A. Valastro Canale, 2 voll., Torino UTET, 2004 Breve esempio dell’opera: L i b e r I D e g r a m m a t i c a Caput I. DE DISCIPLINA ET ARTE. [1] Disciplina a discendo nomen accepit: unde et scientia dici potest. Nam scire dictum a discere, quia nemo nostrum scit, nisi qui discit. (=Disciplina prende il nome dall’imparare: perciò può essere detta anche scienza. Infatti sapere fu detto da imparare, perché nessuno di noi può sapere, se non ciò che impara)

11 Le Etymologiae (1) L i b e r XI. D e homine et portentis Caput I. DE HOMINE ET PARTIBUS EIUS. [5] Graeci autem hominem άνθρωπον appellaverunt, eo quod sursum spectet sublevatus ab humo ad contemplationem artificis sui. Quod Ovidius poeta designat, cum dicit: Pronaque cum spectant animalia cetera terram, os homini sublime dedit coelumque videre iussit, et erectos ad sidera tollere vultus. Qui ideo erectus caelum aspicit, ut Deum quaerat, non ut terram intendat veluti pecora, quae natura prona et ventri oboedentia finxit. (=I Greci diedero all’essere umano il nome di ànthropos per il fatto che esso, sollevatosi dalla terra, guarda in alto, per contemplare il proprio artefice. A questo allude il poeta Ovidio quando dice: Mentre gli animali tutti guardano la terra,/all’essere umano concesse viso sublime e di guardare il cielo/ ordinò, e di levare agli astri i volti eretti. Questi, eretto, volge il proprio sguardo al cielo alla ricerca di Dio, senza fissare la terra come le bestie, che la natura ha creato prone e schiave del ventre)

12 Etimologia di «antropologia filosofica» L’espressione «antropologia filosofica» è un grecismo άνθροπος + λόγος φιλεìν /φίλος+σωφία ànthropos + lògos filèin/fìlos+sophìa uomo + discorso razionale amico+sapienza Recuperarne l’origine ci trasporta nel mondo dell’antica Grecia, temporalmente lontano dal nostro, in cui però affondano le nostre radici culturali. Secondo l’etimo greco «antropologia filosofica» significa: «discorso razionale sull’uomo che tende a conseguire su di lui una conoscenza di tipo sapienziale»

13 Il logos Ai Greci dobbiamo, infatti, le espressioni e le nozioni di logos, di philèin e di sophìa, che sono portanti per intendere il significato di Antropologia filosofica. Il logos indica: a) la trama di razionalità che pervade l’essere; b) la facoltà tipicamente umana di cogliere tale razionalità e raggiungere la conoscenza del principio e del senso ultimo dell’essere (sophìa).

14 Il philèin (1) E' un tendere amoroso che non aspira al possesso, ma alla fruizione e perciò è tipico della relazione d’amicizia, piuttosto che di quella erotica. Aristotele dedica all'amicizia i libri VIII e IX dell'Etica Nicomachea. L'opera consiste in una raccolta di lezioni che Aristotele tenne probabilmente ad Atene, durante il suo secondo soggiorno nella città, fra il 335 e il 323 a.C.: è il periodo aureo del suo impegno teoretico e didattico, che s'interromperà soltanto alla morte di Alessandro Magno, quando ad Atene si scatena una violenta reazione antimacedone. Allora i legami di vecchia data del filosofo con la dinastia regale della Macedonia lo inducono ad allontanarsi dalla città e a ritirarsi nei possedimenti della madre a Calcide, nell'isola Eubea. Vi morirà di malattia l'anno seguente, il 322, a 62 anni di età.

15 Il philèin (2) Aristotele costruisce un articolato impianto teorico inteso a sussumere la pluralità di significati dell'amicizia (= philìa). Egli distingue tre cause di philìa: l'utile, il piacere e il bene. Ne individua il fine nella realizzazione di un equilibrio fra due individui, ammettendo espressamente l'amicizia fra diseguali, accanto a quella – ritenuta più stabile e sincera – fra uguali. Estende il concetto dal rapporto fra individui a quello fra membri della stessa famiglia, sovrapponendolo al legame di sangue, e alla relazione fra membri di una stessa comunità e della città (=polis). Philìa è il vincolo di fiducia leale e sincera, presupposto condiviso delle amicizie personali, dei legami affettivi familiari, sia naturali sia acquisiti, della coesione interna alla comunità sociale e allo Stato. L’amicizia per eccellenza, stabile ed egualitaria, è quella per il bene.

16 Il philèin (3) Questa potenza della philìa (=amore di amicizia) che abbraccia le relazioni dell'individuo a partire dalla sua dimensione privata fino a quella pubblica e collettiva, è riconosciuta da Aristotele nel carattere attivo e transitivo dell'amare: «la philìa pare consistere più nell'amare (philèin) che nell'essere amati (philèisthai)» (Etica Nicomachea, 1159a 26-27).

17 Il philèin (4) Il rigore dell'argomentare filosofico richiede che l'affermazione sia suffragata da una prova logica. E colpisce come all'esigente e severo raziocinio del filosofo basti, una volta tanto, l'evidenza irrefutabile di un'argomentazione puramente empirica, e cioè l'esempio toccante fornito dal gratuito amore materno: «segno [della natura attiva del philèin] è il fatto che le madri provano piacere nell'amare: infatti alcune danno i loro figli ad allevare e continuano ad amarli, sapendo di loro, senza cercare di essere amate in contraccambio, se entrambe le cose non sono possibili; ma sembra che a loro basti sapere che stanno bene e li amano, anche se quelli, per ignoranza, non ricambiano affatto con l'amore che si deve a una madre» (Etica Nicomachea,1159a 27-33).

18 La sophìa Fu Aristotele (IV sec. a. C.) che distinse la sapienza (sophìa) dalla saggezza (phrònesis). La saggezza è la virtù della ragione (=dianoetica) che ha per oggetto le faccende umane, che sono mutevoli e contingenti = in quanto possono essere così o diversamente da così. La sapienza, invece, ha per oggetto il necessario = ciò che non può essere altrimenti. La sapienza perciò è il più perfetto dei saperi, perchè non solo sa ciò che deriva dai principi, come la scienza che è “abito”(=ciò che si possiede stabilmente) delle dimostrazioni dai principi, ma conosce anche la verità dei principi, avendo con l’intelletto (nous) conoscenza diretta dei principi.

19 La sophìa In quanto grado di conoscenza più alto e più completo, comprensivo di intelletto e scienza, la sapienza è anche il sapere delle cose più alte e sublimi, quelle che non mutano e dalle quali dipende il senso delle cose mutevoli. Come dice Aristotele: «Vi sono altre realtà di natura ben più divina degli uomini, come risulta chiarissimo se non altro dagli astri luminosi di cui è costituito l'universo...Perciò si dice che Anassagora e Talete e gli uomini come loro vengono chiamati sapienti e non saggi, giacchè non si applicano a conoscere ciò che è vantaggioso per loro ma conoscono cose straordinarie e meravigliose, difficili e divine, ma inutili giacchè essi non indagano intorno ai beni umani». (Etica Nicomachea, VI, 7, 1041b 1)

20 Il significato etimologico di «antropologia filosofica » Collegando i significati delle parole greche di origine, άνθροπος + λόγος φιλεìν /φίλος+σωφία ànthropos + lògos filèin/fìlos+sophìa uomo + discorso razionale amico+sapienza possiamo, per via etimologica, ipotizzare che, quando si parla di «antropologia filosofica», si intende una disciplina razionale, che ha come proprio oggetto di ricerca l’uomo e che tende a raggiungere su di lui una conoscenza di tipo non empirico o utilitaristico o scientistico, ma sapienziale cioè tale da soddisfare l’esigenza principale di cui la vita umana è portatrice, quella di conoscere il senso dell’essere umano e di ogni altro essere nell’ambito del tutto dell’essere.


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