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30 ANNI DOPO. Cosa successe 30 anni fa? Era accaduto l'inferno, ma l'azienda tranquillizzò tutti. L'esplosione di una «colonna di lavaggio dell'ammoniaca»

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Presentazione sul tema: "30 ANNI DOPO. Cosa successe 30 anni fa? Era accaduto l'inferno, ma l'azienda tranquillizzò tutti. L'esplosione di una «colonna di lavaggio dell'ammoniaca»"— Transcript della presentazione:

1 30 ANNI DOPO

2 Cosa successe 30 anni fa? Era accaduto l'inferno, ma l'azienda tranquillizzò tutti. L'esplosione di una «colonna di lavaggio dell'ammoniaca» aveva provocato la fuoriuscita di 10 tonnellate di anidride arseniosa, 60 di acqua e 18 di anidride carbonica. Tali sostanze ricaddero in gran parte nei pressi dello stabilimento e in parte vennero spinte verso ovest dal vento, ma per i dirigenti dell'Enichem non era successo niente di grave. Cominciò tutto l'ultima domenica di settembre di trent’anni fa. La gente andava ancora al mare perché qui, sulle sponde del Gargano, l'estate finisce quasi sempre in autunno inoltrato. In città ci si apprestava alla consueta passeggiata in centro quando, verso le undici del mattino, si sentì un boato. Era «simile a un tuono», ricordano i testimoni, e veniva dal petrolchimico. Molti però non ci fecero caso, perché sembrava uno dei tanti «botti» già sentiti in passato e provenienti dal solito posto. Non destò paura neanche la nuvola che si alzò nel cielo dopo lo scoppio. Era giorno di festa ma in fabbrica (situata sul golfo, a meno di un chilometro dal centro abitato), c'erano molti operai che lavoravano. Un centinaio rimasero intossicati e furono portati all'ospedale. Con loro anche una trentina di abitanti che si erano recati sul posto per vedere cosa era successo.

3 Al cronista della Gazzetta del mezzogiorno, spiegarono che lo «scoppio, causato da un incidente tecnico, non aveva provocato alcun danno, e che quella nube non era né più né meno che l'effetto che si ha accendendo una sigaretta». Questa noncuranza portò alla morte di diverse decine di operai, specialmente nell’indotto, essendo stati impiegati per i lavori più esposti alla nocività dell’arsenico. E questo credette anche Nicola Lovecchio, operaio simbolo di questa storia. Una storia che non potremmo raccontare se l'ex capoturno del «magazzino fertilizzanti», ucciso da un tumore a 50 anni, non avesse deciso di andare «fino in fondo» prima di morire. Questo venne ripetuto per giorni ai lavoratori, tanto che la direzione dello stabilimento impiegò un numero consistente di operai alle attività di pulizia degli impianti per la rimozione delle polveri fuoriuscite compreso l’arsenico, senza adottare nessuna cautela: gli operai furono messi a lavorare in diretto contatto con la sostanza, pur essendone nota già da tempo la tossicità.

4 La fabbrica era stata pesantemente contaminata dall'anidride arseniosa e da altri veleni, ma non venne mai fermata del tutto, neanche quando, di fronte all'evidenza, l'azienda si era resa conto che la situazione era molto più grave di quanto non voleva ammettere pubblicamente. E infatti continuò a non dire nulla agli operai, violando così l'obbligo di informarli del rischio derivante dall'esposizione ai composti arsenicati.All'opera di bonifica, in sé pericolosa in quanto comportante contatto con polveri d'arsenico tossiche, furono impiegati lavoratori non specializzati o comunque non previamente addestrati a tale compito. Furono mandati allo sbaraglio, anzi al macello. Toglievano il veleno dalla fabbrica a mani nude. Non furono infatti dotati né di maschere per il viso né di tute impermeabili a tenuta stagna, così come aveva prescritto anche dall'ispettorato del lavoro. Le conseguenze di questi atti si avranno dopo un periodo di incubazione di circa quindici anni e saranno mortali per diciassette operai e gravemente lesive per altri cinque lavoratori, tuttora affetti rispettivamente da polineuropatia sensitivo-motoria, dermatite iperpigmentata alle gambe, enfisema, cirrosi epatica e carcinomi polmonali e renali. E' infatti grazie alla sua inchiesta, sfociata poi in una denuncia alla procura di Foggia, che fu aperta una inchiesta che ha portato al rinvio a giudizio di dieci dirigenti e due medici imputati di omicidio colposo plurimo, lesioni plurime e disastro ambientale per l’esposizione per circa 6 anni dei lavoratori alle sostanze tossiche liberatesi dopo l’incidente.

5 Il protagonista Nicola Lovecchio, all'epoca trentenne, fu uno dei tanti lavoratori mandati al macello dai suoi dirigenti. Lo scoprirà però soltanto all'inizio degli anni Novanta. All'ospedale in cui si recava per fare radioterapia, il medico che lo seguiva non riusciva a spiegarsi le cause di quel cancro riscontrato nel polmone destro del suo paziente. Lovecchio era giovane, non fumava e non beveva alcolici, raccontò quindi al medico la vicenda dell'esplosione e di quando, successivamente, furono messi a pulire la montagna di polvere d'arsenico che si era depositata nello stabilimento. Benché malato continuò ad andare in fabbrica, ma da quel giorno ci andò nella doppia veste di operaio e investigatore. Indagando scoprì che una ventina lavoratori dello stabilimento erano morti di cancro, e che altri sette suoi compagni di reparto avevano contratto patologie tumorali. Cercò di convincere questi ultimi a unirsi alla sua battaglia, ma nessuno lo seguì. In fabbrica era proibito parlare di malattie, neanche i sindacati lo volevano. La paura di perdere il posto di lavoro, benché nocivo, spinse chissà quanti lavoratori a soffrire, e poi morire, in silenzio. Lovecchio continuò da solo la sua battaglia per conoscere la verità: «Non posso stare seduto ad aspettare che questa malattia mi consumi del tutto senza aver fatto nulla per riacquistare la mia dignità di uomo», scrisse in una sorta di testamento.

6 Subì interventi chirurgici, dolorosissime terapie. Ma non si diede per vinto. Non aveva «più niente da perdere», ripeteva ai suoi familiari. Sfidare il colosso della chimica italiana appariva assurda, oltre che controproducente, anche ai sindacati che cercarono di dissuaderlo nel denunciare l'Enichem. Aveva inoltre scoperto che i sanitari, contrariamente a quanto raccomandavano gli studi in materia, avevano innalzato anche di otto volte il tasso di arsenico «tollerabile» dall'organismo umano. I due «autorevoli esperti in medicina del lavoro» avevano in altre parole quasi ridotto l'anidride arseniosa in qualcosa di commestibile per l'uomo. Lovecchio morirà nel `97, ma ebbe almeno la soddisfazione di aver determinato l'apertura dell'indagine giudiziaria contro il mostro. Nella sua inchiesta ricostruì cicli produttivi, si informò sulle sostanze che venivano usate. Venne anche a sapere che i medici del lavoro che di tanto in tanto, per conto dell'azienda, andavano a controllare lo stato di salute dei lavoratori, avevano omesso le sue reali condizioni. Per avere le radiografie, dovette ricorrere ai carabinieri. Quando finalmente riuscì a ottenerle, il suo oncologo scoprì che già aveva il tumore già dal `91. I medici aziendali non glielo diagnosticarono due anni dopo, quando il cancro che si portava dentro era ormai in stato avanzato.

7 I danni per la città Gli effetti della contaminazione chimica sulla popolazione è l'altro capitolo del disastro provocato dalla fuga tossica di 26 anni fa. Buona parte di quelle «dieci tonnellate» di veleni sono ancora presenti in oltre trecento ettari di terreno e in una vasta area marina, pari a ottocentocinquanta ettari. Uno studio dell'Organizzazione mondiale della sanità ha di recente registrato tra la popolazione «un eccesso di mortalità per tumore allo stomaco nei maschi e un aumento dei tumori alla laringe, alla pleura e mielomi multipli nelle donne». La stessa ricerca mostra inoltre un aumento generale di leucemie e malattie non tumorali all'apparato genito-urinarie. «Gli eccessi riscontrati - dice l'OMS - possono essere indicativi di effetti dalle esposizioni da arsenico, e in particolare all'emergere dei primi effetti a lunga latenza che potrebbero aggravarsi negli anni successivi». Ad una bassa mortalità generale, comune a tutte le regioni del Sud, si contrappone quindi un eccesso di mortalità per alcune patologie specifiche, con un andamento temporale in aumento, specialmente per alcuni tumori, per cui, concludono gli autori, «è possibile che si stia assistendo all'insorgere di rilevanti effetti a lungo termine sulla salute»

8 Sono stati diversi gli incidenti che hanno coinvolto il petrolchimico, oltre a quello terribile del 1976: il 3 agosto del 1978 la fuoriuscita di una nube di ammoniaca diffusasi sulla città, il 22 settembre dello stesso anno un violento incendio nell’impianto di produzione di fertilizzanti, sei anni dopo, il 17 maggio 1984, un incidente distrusse completamente il magazzino di caprolattame. Il 16 giugno 1987 lo stabilimento di Manfredonia occupa di nuovo le prime pagine della cronaca nazionale con una grave ed insolita moria di pesci nel basso adriatico addebitabile alle acque di scarico del petrolchimico dell’Enichem. Grazie all’intervento delle associazioni ambientaliste, furono bloccati gli scarichi a mare dell’Enichem, che si impegnò a realizzare una discarica per i sali sodici che non fu mai realizzata. Nel novembre del 1988 lo stabilimento ha fermato la produzione di caprolattame lasciando senza lavoro oltre 700 lavoratori tra diretti e indotto. Gli altri incidenti

9 Nello stabilimento esistono tuttora discariche contenenti materiale contaminato da arsenico in attesa di essere rimosso. L'incapacità dell'azienda di smaltire correttamente le ingenti quantità di sali sodici, per anni scaricati in mare, ha portato alla sospensione nel 1988 della produzione di caprolattame. La legge n. 426/98 ha inserito l'area di Manfredonia, con i suoi 306 ettari di superficie a terra e 859 ettari a mare inquinati da scarico non controllato di rifiuti speciali e pericolosi, tra i 15 siti di interesse nazionale, nei quali sono più urgenti le operazioni di bonifica. La commissione tecnica della Provincia ha evidenziato inquinamento diffuso delle falde acquifere con superamento dei limiti di legge, attribuito ad una serie di sostanze strettamente connesse ai cicli di produzione Enichem.

10 L’impianto Il petrolchimico entrato in funzione nel 1971 per produrre fertilizzanti, ammoniaca anidra, urea, solfato ammonico e caprolattame (sostanza utilizzata per la produzione di fibre di plastica), era diviso in 17 aree (isole) delimitate da strade. I principali prodotti e reagenti impiegati nei cicli produttivi erano: toluene, zolfo, ammoniaca, gas naturale, fuel oil, cloro, soda caustica e anidride carbonica e ovviamente arsenico. La scelta di localizzarlo a Manfredonia era legata alla scoperta di giacimenti di metano verso Candela e alla presenza del Golfo che permetteva l’attracco di navi per il trasporto dei prodotti via mare.

11 L’urea La tecnologia usata nell’Isola 5 per la produzione di urea (H 2 N-CO-NH 2 ) era quella basata sulla reazione tra ammoniaca e anidride carbonica (biossido di carbonio) che avviene a pressione e temperatura elevate e con l’aiuto di catalizzatori (ovvero sostanze capaci di accelerare fortemente la reazione) a base di arsenico. As 4 NH CO 2 2 CH 4 N 2 O +2 H 2 O Viene impiegata come fertilizzante azotato in agricoltura e nella produzione delle resine ureiche termoindurenti.

12 3 H 2 + N 2 → 2 NH 3 LA PRODUZIONE DEI REAGENTI: AMMONIACA E ANIDRIDE CARBONICA CH 4 + H 2 O → CO + 3 H 2 CO + H 2 O → H 2 + CO 2 I prodotti iniziali sono il metano (CH 4 ) presente nel gas naturale estratto a Candela, l’acqua (H 2 O) e l’azoto gassoso (N 2 ) presente nell’aria per quasi l’80% Con il metano e l’acqua si produce anidride carboniosa (monossido di carbonio) e idrogeno gassoso. Quindi sempre con acqua si produce anidride carbonica (biossido di carbonio) e altro idrogeno. Questo infine con l’azoto gassoso produce ammoniaca. Per far avvenire velocemente le varie reazioni si usano catalizzatori formati da metalli (zinco, cromo, piombo, alluminio, potassio e calcio)

13 Arsenico L'arsenico è un membro della gruppo V della tavola periodica. Si lega rapidamente con molti elementi. Si ossida rapidamente ad anidride arseniosa (AsO 3 ), che ha un odore simile a quello dell'aglio. Applicazioni I composti di arsenico sono usati per fare tipi speciali di vetro, come conservante per il legno e, ultimamente, nel semiconduttore gallio arsenico, che converte la corrente elettrica in luce laser, oltre all’uso come catalizzatore. L'arsenico nell'ambiente L'arsenico si trova naturalmente sulla terra in piccole concentrazioni. Si presenta nel terreno e in minerali e può entrare nell'aria, nell'acqua e nella terra attraverso polvere trasportata dal vento e scorrimento superficiale. L'arsenico nell'atmosfera proviene da varie fonti: i vulcani e microrganismi per quasi tonnellate annue, ma l'attività umana è responsabile di molto di più: ben tonnellate di arsenico all'anno sono liberate dalla combustione dei combustibili fossili. L'arsenico è in natura un componente abbastanza mobile, significa in pratica che l'inquinamento da arsenico diventa un grosso problema perché si sparge facilmente dappertutto

14 Effetti dell'arsenico sulla salute e sull’ambiente L'arsenico è uno degli elementi più tossici che esistono. La dose letale è pari ad appena 100 mg. Gli esseri umani possono essere esposti ad arsenico attraverso cibo, acqua ed aria. L'esposizione può anche avvenire attraverso il contatto della pelle con terreno o acqua contenente arsenico. Si possono trovare livelli elevati di arsenico nelle piante che assorbono abbastanza facilmente l'arsenico, pesci (per il fenomeno del bioaccumulo) e in frutti di mare (che filtrano l’acqua per nutrirsi). L'esposizione ad arsenico può causare i vari effetti sulla salute: irritazione dello stomaco e degli intestini, produzione ridotta di globuli rossi e bianchi del sangue, cambiamenti della pelle e irritazione dei polmoni. L'assorbimento di alte quantità di arsenico intensifica le probabilità di sviluppo di cancro della pelle, di cancro polmonare, di cancro al fegato e di cancro linfatico. Un'esposizione molto alta ad arsenico inorganico può causare sterilità ed false gestazioni nelle donne e può causare disturbi alla pelle, bassa resistenza alle infezioni, disturbi a cuore e danni al cervello sia negli uomini che nelle donne. L'arsenico non può essere distrutto una volta che entrato nell'ambiente, per cui le quantità che aggiungiamo si disperdono ed hanno effetti negativi sulla salute agli esseri umani ed degli animali in molte zone della terra..


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