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Crepuscolarismo. Marino Moretti (1885-1979) A Cesena Piove. È mercoledì. Sono a Cesena, ospite della mia sorella sposa, sposa da sei, da sette mesi appena.

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1 Crepuscolarismo

2 Marino Moretti ( ) A Cesena Piove. È mercoledì. Sono a Cesena, ospite della mia sorella sposa, sposa da sei, da sette mesi appena. Batte la pioggia il grigio borgo, lava la faccia della casa senza posa, schiuma a piè delle gronde come bava. Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse triste è per te la pioggia cittadina, il nuovo amore che non ti soccorse, il sogno che non ti avvizzì, sorella che guardi me con occhio che sostina a dirmi bella la tua vita, bella, bella! Oh bambina, o sorellina, o nuora, o sposa, io vedo tuo marito, sento, oggi, a chi dici mamma, a una signora; so che quelluomo è il suocero dabbene che dopo il lauto pasto è sonnolente, il babbo che ti vuole un po di bene...

3 A Cesena « Mamma! » tu chiami, e le sorridi e vuoi chio sia gentile, vuoi chio le sorrida, che le parli dei miei vïaggi, poi... poi quando siamo soli (oh come piove!) mi dici rauca di non so che sfida corsa tra voi; e dici, dici dove, quando, come, perché; ripeti ancora quando, come, perché; chiedi consiglio con un sorriso non più tuo, di nuora. Parli duna cognata quasi avara che viene spesso per casa col figlio e non sai se temerla o averla cara; parli del nonno chè quasi al tramonto, il nonno ricco, del tuo Dino, e dici: « Vedrai, vedrai se lo terrò di conto »; parli della città, delle signore che già conosci, di giorni felici, di libertà, damor proprio, damore. Piove. È mercoledì. Sono a Cesena, sono a Cesena e mia sorella è qui tutta dun uomo chio conosco appena. tra nuova gente, nuove cure, nuove tristezze, e a me parla... così, senza dolcezza, mentre piove o spiove: « La mamma nostra tavrà detto che... E poi si vede, ora si vede, e come! sì, sono incinta... Troppo presto, ahimè! Sai che non voglio balia? che ho speranza dallattarlo da me? Cerchiamo un nome... Ho fortuna, è una buona gravidanza...» Ancora parli, ancora parli, e guardi le cose intorno. Piove. Savvicina lombra grigiastra. Suona lora. È tardi. E lanno scorso eri così bambina! Marino Moretti, In verso e in prosa; Mondadori, Milano; ISBN X

4 Sergio Corazzini (1886 – 1907) Desolazione del povero poeta sentimentale I Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange. Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio. Perché tu mi dici: poeta? II Le mie tristezze sono povere tristezze comuni. Le mie gioie furono semplici, semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei. Oggi io penso a morire. III Io voglio morire, solamente, perché sono stanco; solamente perché i grandi angioli su le vetrate delle catedrali mi fanno tremare damore e di angoscia; solamente perché, io sono, oramai, rassegnato come uno specchio, come un povero specchio melanconico. Vedi che io non sono un poeta: sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

5 Desolazione del povero poeta sentimentale IV Oh, non maravigliarti della mia tristezza! E non domandarmi; io non saprei dirti che parole così vane, Dio mio, così vane, che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire. Le mie lagrime avrebbero laria di sgranare un rosario di tristezza davanti alla mia anima sette volte dolente ma io non sarei un poeta; sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme. V Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù. E i sacerdoti del silenzio sono i romori, poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio VI Questa notte ho dormito con le mani in croce. Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo dimenticato da tutti gli umani, povera tenera preda del primo venuto; e desiderai di essere venduto, di essere battuto di essere costretto a digiunare per potermi mettere a piangere tutto solo, disperatamente triste, in un angolo oscuro. VII Io amo la vita semplice delle cose. Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco, per ogni cosa che se ne andava! Ma tu non mi comprendi e sorridi. E pensi che io sia malato. VIII Oh, io sono, veramente malato! E muoio, un poco, ogni giorno. Vedi: come le cose. Non sono, dunque, un poeta: io so che per esser detto: poeta, conviene viver ben altra vita! Io non so, Dio mio, che morire. Amen. Da Piccolo libro inutile (1906)

6 Guido Gozzano ( ) La signorina Felicita ovvero la felicità 10 luglio: Santa Felicita I Signorina Felicita, a questora scende la sera nel giardino antico della tua casa. Nel mio cuore amico scende il ricordo. E ti rivedo ancora, e Ivrea rivedo e la cerulea Dora e quel dolce paese che non dico. Signorina Felicita, è il tuo giorno! A questora che fai? Tosti il caffè, e il buon aroma si diffonde intorno? O cuci i lini e canti e pensi a me, allavvocato che non fa ritorno? E lavvocato è qui: che pensa a te. Pensa i bei giorni dun autunno addietro, VillAmarena a sommo dellascesa coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa dannata, e lorto dal profumo tetro di busso e i cocci innumeri di vetro sulla cinta vetusta, alla difesa… VillAmarena! Dolce la tua casa in quella grande pace settembrina! La tua casa che veste una cortina di granoturco fino alla cimasa: come una dama secentista, invasa dal Tempo, che vestì da contadina. Belledificio triste inabitato! Grate panciute, logore, contorte! Odore dombra! Odore di passato! Odore dabbandono desolato! Fiabe defunte delle sovrapporte! Ercole furibondo e il Centauro, le gesta delleroe navigatore, Fetonte e il Po, lo sventurato amore dArianna, Minosse, il Minotauro, Dafne rincorsa, trasmutata in lauro tra le braccia dl Nume ghermitore… Penso larredo - che malinconia - penso larredo squallido e severo, antico e nuovo: la pirografia sui divani della Bella Otero alle specchiere… che malinconia! Antica suppellettile forbita! Armadi immensi pieni di lenzuola che tu rammendi paziente…Avita semplicità che lanima consola, semplicità dove tu vivi sola con tuo padre la tua semplice vita!

7 La signorina Felicita III Sei quasi brutta, priva di lusinga nelle tue vesti quasi campagnole, ma la tua faccia buona e casalinga, ma i bei capelli di color di sole, attorti in minutissime trecciuole, ti fanno un tipo di beltà fiamminga… E rivedo la tua bocca vermiglia così larga nel ridere e nel bere, e il volto squadro, senza sopracciglia, tutto sparso defelidi leggiere e gli occhi fermi, liridi sincere azzurre dun azzurro di stoviglia… Tu mhai amato. Nei begli occhi fermi rideva una blandizie femminina. Tu civettavi con sottili schermi, tu volevi piacermi, Signorina: e più dogni conquista cittadina mi lusingò quel tuo voler piacermi! Ogni giorno salivo alla tua volta pel soleggiato ripido sentiero. Il farmacista non pensò davvero unamicizia così bene accolta quando ti presentò la prima volta lignoto villeggiante forestiero. Talora - già la mensa era imbandita - mi trattenevi a cena. Era una cena daltri tempi, col gatto e la falena e la stoviglia semplice e fiorita e il commento dei cibi e Maddalena decrepita, e la siesta e la partita… Per la partita, verso ventunore giungeva tutto linclito collegio politico locale: il molto Regio Notaio, il signor Sindaco, il Dottore; ma - poiché trasognato giocatore - quei signori mavevano in dispregio… Mera più dolce starmene in cucina tra le stoviglie a vividi colori: tu tacevi, tacevo Signorina: godevo quel silenzio e quegli odori tanto tanto per me consolatori, di basilico daglio di cedrina… Maddalena con sordo brontolio disponeva gli arredi ben detersi, rigovernava lentamente ed io, già smarrito nei sogni più diversi, accordavo le sillabe dei versi sul ritmo eguale dellacciotolio. Sotto limmensa cappa del camino (in me rivive lanima dun cuoco forse…) godevo il sibilo del fuoco; la canzone dun grillo canterino mi diceva parole, a poco a poco, e vedevo Pinocchio e il mio destino… Vedevo questa vita che mavanza: chiudevo gli occhi nei presagi grevi; aprivo gli occhi: tu mi sorridevi, ed ecco rifioriva la speranza! Giungevano le risa, i motti brevi dei giocatori, da quellaltra stanza.

8 La signorina Felicita > - > Nulla sudiva che la sfinge in pena e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto: O mio carino tu mi piaci tanto, siccome piace al mar una sirena… un richiamo salzò, querulo e roco: > - > - > > Le fronti al vetro, chini sulla piana, seguimmo i neri pipistrelli, a frotte; giunse col vento un ritmo di campana, disparve il sole fra le nubi rotte; a poco a poco sannunciò la notte sulla serenità canavesana… > - > - > > - > Ma ti levasti su quasi ribelle alla perplessità crepuscolare: > V Ozi beati a mezzo la giornata, nel parco dei marchesi, ove la traccia restava appena delletà passata! Le Stagioni camuse e senza braccia, fra mucchi di letame e di vinaccia, dominavano i porri e linsalata. Linsalata, i legumi produttivi deridevano il busso delle aiole; volavano le pieridi nel sole e le cetonie e i bombi fuggittivi… Io ti parlavo, piano, e tu cucici innebriata dalle mie parole. >

9 La signorina Felicita Tu mi fissavi…. Nei begli occhi fissi leggevo uno sgomento indefinito; le mani ti cercai, sopra il cucito, e te le strinsi lungamente, e dissi: > > Sposare, Lei, me brutta e poveretta!..>> E ti piegasti sulla tua panchetta facendo al viso coppa delle mani, simulando singhiozzi acuti e strani per celia come fa la scolaretta. Ma, nel chinarmi su di te, maccorsi che sussultavi come chi singhiozza veramente, né sa più ricomporsi: mi parve udire la tua voce mozza da gli ultimi singulti nella strozza; > <

10 La signorina Felicita Tu non fai versi. Tagli le camicie per tuo padre. Hai fatto la seconda classe, than detto che la terra è tonda, ma tu non credi… e non mediti Nietzsche… mi piaci. Mi faresti più felice dunintellettuale gemebonda… Tu ignori questo male che sapprende in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti, tutta beata nelle tue faccende Mi piaci. Penso che leggendo questi miei versi tuoi, non mi comprenderesti, ed a me piace chi non mi comprende. Ed io non voglio più essere io! Non più lesteta gelido, il sofista, ma vivere nel tuo borgo natio, ma vivere alla piccola conquista mercanteggiando placido, in oblio come tuo padre, come il farmacista… Ed io non voglio più essere io! VII Il farmacista nella farmacia melogiava un farmaco sagace: > Narrava, intanto, certa gelosia, con non so che loquacità mordace. > > - > - > - >- > - > - > - > - > - > - > Ed uscii dallodor dipecacuana nel plenilunio settembrino, al rezzo.

11 La signorina Felicita Andai vagando nel silenzio amico, triste perduto come un mendicante. Mezzanotte scoccò, lenta, rombante su quel paese che non dico. La Luna sopra il campanile antico pareva >. In molti mesti e pochi sogni lieti, solo pellegrinai col mio rimpianto fra le siepi, le vigne, i castagneti quasi dargento fatti nellincanto; e al cancello sostai del camposanto come susa nei libri dei poeti. Voi che posate già sullaltra riva, immuni dalla gioia, dallo strazio, parlate, o morti, al pellegrino sazio! Giova guarire? Giova che si viva? O meglio giova lOspite furtiva che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio? A lungo meditai, senza ritrarre le tempia dalle sbarre. Quasi a scherno sudiva il grido delle strigi alterno. La Luna, prigioniera, fra le sbarre, imitava con sue luci bizzarre gli amanti che si baciano in eterno. Bacio lunare, far le nubi chiare come di moda settantanni fa! Ecco la Morte e la Felicità! Luna mincalza quando laltra appare; quella mesilia in terra doltremare, questa promette il bene che sarà… Nel mestissimo giorno degli addii mi piacque rivedere la tua villa. La morte dellestate era tranquilla in quel mattino chiaro che salii tra i vigneti già spogli, tra i pendii già trapunti di bei colchici lilla. Forse vedendo il bel fiore malvagio che i fiori uccide e semina le brume, le rondini addestravano le piume al primo volo, timido, randagio; e a me randagio parve buon presagio accompagnarmi loro nel costume. > - > - > E vidi la tua bocca sillabare a poco a poco le sillabe: giuro. Giurasti e disegnasti una ghirlanda sul muro, di viole e di saette, coi nomi e con la data memoranda: trenta settembre novecentosette… Io non sorrisi. Lanimo godette quel romantico gesto deducanda.

12 La signorina Felicita VIII Le rondini garrivano assordanti, garrivano garrivano parole daddio, guizzando ratte come spole, incitando le piccole migranti… Tu seguivi gli stormi lontananti ad uno ad uno per le vie del sole… > - > > - > - > Giunse il distacco, amaro senza fine, e fu il distacco daltri tempi, quando le amate in bande lisce e in crinoline, protese da un giardino venerando, singhiozzavano forte, salutando diligenze che andavano al confine… Mapparisti così come in un cantico del Prati, lacrimante labbandono per lisole perdute nellAtlantico; ed io fui luomo daltri tempi, un buono sentimentale giovine romantico… Quello che fingo dessere e non sono!

13 Lamica di nonna Speranza «...alla sua Speranza la sua Carlotta Giugno, 1850». (dall'album: dedica d'una fotografia). Loreto impagliato e il busto d'Alfieri, di Napoleone, i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!) il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col mònito, salve, ricordo, le noci di cocco, Venezia ritratta a musaici, gli acquerelli un po' scialbi, le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici, le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature, i dagherottipi: figure sognanti in perplessità, il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto, il cúcu dell'ore che canta, le sedie parate a damasco chermisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta! I fratellini alla sala quest'oggi non possono accedere che cauti (hanno tolto le federe ai mobili: è giorno di gala). Ma quelli v'irrompono in frotta. È giunta è giunta in vacanza la grande sorella Speranza con la compagna Carlotta. Ha diciassette anni la Nonna! Carlotta quasi lo stesso: da poco hanno avuto il permesso d'aggiungere un cerchio alla gonna; il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine: piú snella da la crinoline emerge la vita di vespa. Entrambe hanno un scialle ad arancie, a fiori, a uccelli, a ghirlande: divisi i capelli in due bande scendenti a mezzo le guancie. Son giunte da Mantova senza stanchezza al Lago Maggiore sebbene quattordici ore viaggiassero in diligenza. Han fatto l'esame piú egregio di tutta la classe. Che affanno passato terribile! Hanno lasciato per sempre il collegio. O Belgirate tranquilla! La sala dà sul giardino: fra i tronchi diritti scintilla lo specchio del Lago turchino. Silenzio, bambini! Le amiche bambini fate pian piano! le amiche provano al piano un fascio di musiche antiche: motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto di Arcangelo del Leuto e di Alessandro Scarlatti; innamorati dispersi, gementi il «core» e «l'augello», languori del Giordanello in dolci bruttissimi versi: «... caro mio ben credimi almen, senza di te, languisce il cor! Il tuo fedel sospira ognor, cessa crudel tanto rigor!»

14 Lamica di nonna Speranza Carlotta canta, Speranza suona. Dolce e fiorita si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita. O musica, lieve sussurro! E già nell'animo ascoso d'ognuna sorride lo sposo promesso: il Principe Azzurro, lo sposo dei sogni sognati... O margherite in collegio sfogliate per sortilegio sui teneri versi del Prati! Giungeva lo Zio, signore virtuoso, di molto riguardo, ligio al Passato al Lombardo-Veneto e all'Imperatore. Giungeva la Zia ben degna consorte, molto dabbene, ligia al Passato sebbene amante del Re di Sardegna. «Baciate la mano alli Zii!» dicevano il Babbo e la Mamma, e alzavano il volto di fiamma ai piccolini restii. «E questa è l'amica in vacanza: madamigella Carlotta Capenna: l'alunna piú dotta, l'amica piú cara a Speranza». «Ma bene... ma bene... ma bene...» diceva gesuitico e tardo lo Zio di molto riguardo «ma bene... ma bene... ma bene... Capenna? Conobbi un Arturo Capenna... Capenna... Capenna... Sicuro! Alla Corte di Vienna! Sicuro... sicuro... sicuro...» «Gradiscono un po' di marsala?» «Signora Sorella: magari». E sulle poltrone di gala sedevano in bei conversari. «... ma la Brambilla non seppe... È pingue già per l'Ernani; la Scala non ha piú soprani... Che vena quel Verdi Giuseppe! «... nel marzo avremo un lavoro alla Fenice: m'han detto nuovissimo: il Rigoletto; si parla d'un capolavoro. «... azzurri si portano o grigi? E questi orecchini! Che bei rubini! E questi cammei?... La gran novità di Parigi... «... Radetzky? Ma che! L'armistizio... la pace, la pace che regna... Quel giovine Re di Sardegna è uomo di molto giudizio! «È certo uno spirito insonne e forte e vigile e scaltro. «È bello? Non bello: tutt'altro... Gli piacciono molto le donne. «Speranza!» (chinavansi piano, in tono un po' sibillino) «Carlotta! Scendete in giardino: andate a giuocare al volano!» Allora le amiche serene lasciavano con un perfetto inchino di molto rispetto gli Zii molto dabbene. Oimè! Ché, giocando, un volano, troppo respinto all'assalto, non piú ridiscese dall'alto dei rami d'un ippocastano!

15 Lamica di nonna Speranza S'inchinano sui balaustri le amiche e guardano il Lago, sognando l'amore presago nei loro bei sogni trilustri. «... se tu vedessi che bei denti! Quant'anni? Vent'otto. Poeta? Frequenta il salotto della Contessa Maffei!» Non vuole morire, non langue il giorno. S'accende piú ancora di porpora: come un'aurora stigmatizzata di sangue; si spenge infine, ma lento. I monti s'abbrunano in coro: il Sole si sveste dell'oro, la Luna si veste d'argento. Romantica Luna fra un nimbo leggero, che baci le chiome dei pioppi arcata siccome un sopracciglio di bimbo, il sogno di tutto un passato nella tua curva s'accampa: non sorta sei da una stampa del Novelliere Illustrato? Vedesti le case deserte di Parisina la bella non forse? Non forse sei quella amata dal giovane Werter? «... Mah!... Sogni di là da venire. Il Lago s'è fatto piú denso di stelle... che pensi?... Non penso... Ti piacerebbe morire? «Sí Pare che il cielo riveli piú stelle nell'acqua e piú lustri. Inchínati sui balaustri: sognamo cosí fra due cieli... «Son come sospesa: mi libro nell'alto!... Conosce Mazzini... E l'ami? Che versi divini!... Fu lui a donarmi quel libro, ricordi? che narra siccome amando senza fortuna un tale si uccida per una: per una che aveva il mio nome». Carlotta! Nome non fine, ma dolce! Che come l'essenze risusciti le diligenze, lo scialle, la crinoline... O amica di Nonna conosco le aiuole per ove leggesti i casi di Jacopo mesti nel tenero libro del Foscolo. Ti fisso nell'albo con tanta tristezza, ov'è di tuo pugno la data: vent'otto di Giugno del mille ottocento cinquanta. Stai come rapita in un cantico: lo sguardo al cielo profondo, e l'indice al labbro, secondo l'atteggiamento romantico. Quel giorno malinconia! vestivi un abito rosa per farti novissima cosa! ritrarre in fotografia... Ma te non rivedo nel fiore, o amica di Nonna! Ove sei o sola che forse potrei amare, amare d'amore? Da I colloqui


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