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La forza del gruppo. Il gruppo è onnipotente? Cosa ci interessa l’unione che fa la forza, o la fragilità che ci spinge a riconoscerci l’un l’altro Ci.

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Presentazione sul tema: "La forza del gruppo. Il gruppo è onnipotente? Cosa ci interessa l’unione che fa la forza, o la fragilità che ci spinge a riconoscerci l’un l’altro Ci."— Transcript della presentazione:

1 La forza del gruppo

2 Il gruppo è onnipotente? Cosa ci interessa l’unione che fa la forza, o la fragilità che ci spinge a riconoscerci l’un l’altro Ci serve ricercare l’unità per vincere su un nemico o la solidarietà per tollerare sconfitte e frustrazioni? … e quando restiamo soli?

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4 Un’esperienza che deve sostenerci nella difficoltà  La riflessività è una attività gruppale che non assorbe l’individuo, ma al contrario serve a sostenerlo anche quando resta solo. Nel momento di separarci vi lasciamo un incoraggiamento a giovarvi della fiducia costruita in questi giorni citando alcuni bambini che dal loro apprendimento hanno tratto forza per conservare la loro neonata libertà.

5 La mia libertà è sempre la stessa. La mia vera libertà è di non stare sotto al comando dei fratelli maggiori e dei miei genitori. In questi ultimi giorni di scuola la mia libertà si fa più vasta ed allegra. … Quando la mia libertà scompare è perché c’è qualcuno che la vuole combattere e me la ruba. Però io combatto per riprenderla nella mia mente. Gli adulti sono persone che si credono i capi degli altri. Io qualche volta incontro un adulto che mi dice: “non stare in mezzo alla strada, tirati via”. …. Sugli adulti penso che sono come re perché ti possono far lavorare quando ne hanno bisogno. Per esempio quando sto giocando mio padre mi interrompe per mandarmi a raccogliere la legna. Ho finito questo episodio dicendo che gli adulti si credono grandi eroi, ma non é vero. (Achille)

6 Una bambina prigioniera  Patrizia Tacchella, a 10 anni è stata 80 giorni prigioniera dei suoi rapitori. I giornali hanno scritto che durante la prigionia Patrizia ha scritto un racconto dal titolo “Due gatti ed un cane”. Angelo e Maria ci dicono che la scrittura, quella che si impara a scuola, se non può liberarti dalle mani dei rapitori può aiutarti a superare l’angoscia e la paura e aiutarti a conservare la voglia di vivere.

7 Una bambina prigioniera  Io penso che i due rapitori sono i gatti e Patrizia é il cane, perché lei ha preferito di essere il cane perché é più fedele invece i gatti sono cattivi; infatti i due uomini erano cattivi e Patrizia li ha detti gatti, invece per il cane ha pensato a sé stessa.  Un giorno Patrizia che era abbandonata in una prigione, per passare il tempo si é messa a scrivere, e chissà se sapeva che in mano ai rapitori stava 80 giorni.  Quello che ha detto mio fratello al maestro ci interessa. Angelo ha detto proprio come ho pensato io, che lei si sentiva abbattuta e sola e si mise a scrivere.  Questo vuol dire che se si mette a scrivere non sta sola ma riflette e pensa come se nel quaderno stesse parlando con la madre e il padre.

8 Racconto di cane e gatti  C'erano una volta due gatti che il padrone era ricco e aveva fabbriche. Un giorno perse tutto e cacciò i gatti. I gatti videro un cane che stava coccolato in braccio al padrone ed erano gelosi e si raggrupparono e pensarono che il padrone era ricco e loro potevano rubarlo e chiedere il riscatto. Un giorno il padrone andò a comprare qualcosa al cane e loro entrarono nel cancello, presero il cane e andarono in una villa abbandonata.  Poi il cane che è fedele, pensò di parlare con i gatti. Mentre parlavano passavano i giorni e i gatti e il cane fecero confidenza.  Voi pensate che solo i gatti soffrivano ad aspettare, anche il cane soffriva perché non vedeva l'ora che il suo padrone lo coccolasse. In questo modo il cane e i gatti si capirono e così i gatti liberarono il cane e lui era tutto felice perché pensava che quando andava dal padrone lo coccolava e facevano una vita felice.  Io Angelo, della IV di Barra, penso che se tu scrivevi questa storia ti immaginavi che si avverava e così prendevi coraggio.

9 Guida sintetica al lavoro educativo

10 Se amiamo abbastanza il mondo  “L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo dei giovani” (Hannah Arendt)

11 C'è chi insegna guidando gli altri come cavalli passo per passo: forse c'è chi si sente soddisfatto così guidato. C'è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo: c'è pure chi si sente soddisfatto essendo incoraggiato. C'è pure chi educa, senza nascondere l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d'essere franco all'altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato. L’assurdo ch’è nel mondo

12 Restituire il futuro ai giovani  La scuola non riesce a creare una “versione del mondo” in cui i nostri adolescenti possano immaginare “un posto per sé”. (Jerome Bruner)

13 L’educazione difficile  La difficoltà dell’educazione è emotiva e non riguarda la desiderabilità delle mete che proponiamo, ma dal fatto che nella psichiche di molti giovani uscire dalla propria situazione viene percepito come pericoloso. Questi giovani non si sentono sufficientemente protetti per compiere dei passi in avanti.

14 Superare un ponte sull’abisso  «Solo lentamente ci siamo resi conto di quanto la nostra presenza e la nostra azione, proprio perché accogliente, potesse essere percepita come pericolosa, aprendo prospettive di relazioni e di vita sentite come inaccessibili. (..) Noi ci stiamo rendendo conto solo oggi, dopo diversi anni, che a questi ragazzi spesso chiediamo di scavalcare un ponte su un abisso» (Melazzini, 2011, pp. 152 e 210).

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16 Un ponte sconnesso  Spesso la nostra scuola si presenta come un ponte di corde, precario e sconnesso su un fiume in piena mentre nella mente dei giovani forse appare uno scenario apocalittico come quello che si ritrova in certe favole tra lingue di fuoco e draghi volanti.

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18  Ed insieme a questo noi stessi, di fronte alla burocrazia, al ‘sistema’, alle relazioni con tutto quanto c’è fuori della scuola è come un mare pronto a richiudersi su di noi e a punirci per qualsiasi audacia.

19 il rischio che il mare si richiuda su di noi

20 … un insegnante circense che ama il rischio? (Detto da un docente partecipante al seminario METIS)

21 Docenti che accompagnano i bambini a scuola (Sul fiume Panaro nel 1959)

22 ….. acrobati ma gentili

23 … o un cavaliere del Santo Graal chiuso in una solida armatura?  Per fronteggiare i rischi, per evitare pericolose acrobazie molti docenti ergono solide difese intorno ad una sacra missione, ma l’armatura - come nel film Lancillotto e Ginevra di Bresson - diffonde intorno a sé quel senso di morte che alla fine porterà alla fine di colui che la indossa, secondo la profezia di una contadina che afferma …

24 “Colui che giunge annunciato dal rumore dei propri passi morirà prima del tramonto”

25 ma perché accade che evitiamo di fermarci a pensare alle situazioni scolastiche difficili entro le quali ci troviamo? armature Si indossano così ‘armature’ simboliche, come la routinizzazione, la rimozione delle componenti emotive, l’attribuzione di responsabilità a agenti esterni, massima attenzione agli obiettivi formali… (Parrello, 2013) inciampi interni Non è facile prendere contatto con i propri inciampi interni: insicurezza, senso di inadeguatezza, senso di colpa, ansia, paura, senso di frustrazione… Nella scuola è assai poco diffusa la pratica del riflettere insieme: “è più facile e diffuso erigere barriere difensive e gerarchiche per proteggersi dal coinvolgimento emotivo…inevitabile” (Melazzini, 2006)

26 Professioni rigide ed arroccate  Aggrapparsi ad una professionalità rigida ed arroccata nei propri linguaggi invece di aiutare la persona la mettono in una situazione difficile in cui alla fine non potrà svolgere il proprio ruolo: si tratta di una morte professionale che consiste in inefficacia educativa e burn-out personale.  non possiamo assumere un atteggiamento di ostilità nei confronti dei colleghi arroccati, perché questo non fa altro che rafforzare la loro chiusura. Cercare la via del dialogo è possibile solo se accettiamo che la loro chiusura ha le stesse origini dolenti del nostro impegno

27  Se ci concentriamo sugli aspetti emotivi della relazione educativa  “...all’asimmetria si oppone il fondo comune di umanità: la condizione di accompagnamento, di “essere con”, è incontrare l’altro a partire da ciò che abbiamo in comune: la vulnerabilità...  È a partire dal riconoscimento della mia vulnerabilità che io posso impegnarmi ad esistere...(A. Zielinski, 2007). Ritorniamo all’idea di una solidarietà che nasce dalla fragilità

28 Uomini soli  E su questo voglio ricordare quanto scrisse mia moglie Carla Melazzini a proposito di Leopardi e del rapporto che l’umanità ha con la natura. Di fronte alla violenza distruttrice del Vesuvio un vicerè impresse una lapide in cui invitava a fuggire; il “pessimista” Leopardi invece ….

29 Il più solo dei poeti  “O posteri, o posteri, di voi si tratta... venti volte da che splende il sole, se non sbaglia la storia, arse il Vesuvio, sempre con immane strage di chi fu lento a scappare... Io vi avviso, questo monte ha il ventre pieno di bitume, presto o tardi si accende... Tu scappa fin che puoi... Anno di salute 1632".  Due secoli dopo dai fianchi dello stesso monte il più solo dei poeti guarda coraggiosamente in faccia la accidentale presenza dell’uomo nel cosmo, e lancia il suo richiamo alla solidarietà.

30 … dal fondo di un campo di sterminio Bruno Bettelheim invita se stesso, per sopravvivere, a non chiudere né il cuore né la ragione e a continuare a guardarsi attorno: per non impazzire, per conservare la libertà umana di scegliere quale atteggiamento assumere in ogni circostanza

31 Non chiudere né il cuore né la ragione  "Quei prigionieri che riuscivano a non chiudere ermeticamente il proprio cuore, né la ragione, né i sentimenti né le facoltà percettive, ma rimanevano coscienti dei propri atteggiamenti interiori anche quando non potevano permettersi di influirvi, ebbene, questi prigionieri sopravvissero, e arrivarono a comprendere le condizioni in cui vivevano. Arrivarono anche a rendersi conto di ciò che prima non avevano intuito: che essi conservavano ancora l'ultima, se non la massima, delle libertà umane: quella di scegliere l'atteggiamento da assumere in qualsiasi circostanza.

32 Fare i conti col nemico interiore "Durante la mia esperienza …., fui impressionato dalla constatazione che la maggior parte dei prigionieri non volesse accettare il fatto che il nemico consisteva di individui diversi, e non di altrettante repliche di uno stesso tipo. Qualsiasi comportamento che mettesse in dubbio la loro idea stereotipata delle SS suscitava la paura che i piani delle SS potessero anche non avere successo. Senza questi piani, avrebbero dovuto affrontare indifesi una situazione pericolosa, affranti dall'angoscia dell'ignoto”.

33 Guardarsi attorno … ci scambiavamo il racconto delle nostre sventure e le voci che correvano sui cambiamenti nelle condizioni del campo o sulle probabilità di essere liberati. Erano solo pochi minuti, ma ciò non toglieva che tutti noi ci lasciassimo completamente assorbire da questo tipo di conversazione. Come nelle precedenti occasioni, il mio animo subiva forti oscillazioni, passando dalla più fervida speranza alla più profonda disperazione, col risultato che prima ancora che il giorno cominciasse mi sentivo già totalmente spossato….

34 Tutto questo mi farà impazzire Mentre ci stavamo scambiando questi discorsi, improvvisamente mi balenò un'idea: 'Tutto questo mi farà impazzire! ….. Decisi allora che, invece di lasciarmi impigliare in questa ridda di voci contraddittorie, avrei cercato di capire quali fossero i moventi psicologici che ne erano all'origine. L'espediente di osservare e cercare di trovare un senso in quello che vedevo mi si offerse spontaneamente come l'unico mezzo per convincermi che la mia vita aveva ancora un certo “valore”.


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