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Sviluppo Economico e Istituzioni Lezione 9 5/11/2013 Sistemi Economici Comparati Anno accademico 2013-2014 Prof.sa Renata Targetti Lenti.

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1 Sviluppo Economico e Istituzioni Lezione 9 5/11/2013 Sistemi Economici Comparati Anno accademico Prof.sa Renata Targetti Lenti

2 Letture - Targetti Lenti R. Democrazia e sviluppo: una relazione complessa, “Rivista Internazionale di Scienze Sociali”, 2009, n. 2, pp Volpi Franco, Lezioni di economia dello sviluppo, Franco Angeli, Milano, 2011, 83-88, pp

3 Il ruolo delle Istituzioni E’ necessario tener conto dell’importanza di un altro fattore, oltre all’accumulazione in capitale fisico e umano, al progresso tecnico, come fattore che influenza il processo di sviluppo inteso come mutamento strutturale. Un’importante fattore è da individuarsi nelle variabili Istituzionali (norme, valori, Istituzioni). Le caratteristiche istituzionali dei PVS (diritti di proprietà, forma dei contratti) devono considerarsi ostacoli al processo di sviluppo. Le Istituzioni sono definite come le regole e le organizzazioni che riducono la complessità. Le Istituzioni caratterizzano il contesto specifico d’ogni paese all’interno del quale si svolge l’attività economica. Esse si modificano nel corso di un processo di sviluppo che implica delle trasformazioni strutturali. Le Istituzioni sono complementari. I diritti di proprietà sono complementari alle norme ed all’apparato giuridico che ne assicurano il rispetto.

4 Le Istituzioni possono essere: a)formali: hanno la loro fonte nei poteri dello Stato. Queste sono tipiche dei paesi industrializzati: mercato e Stato b) Informali (regole, norme, comportamenti). Una delle istituzioni più importanti per il funzionamento dei mercati e per favorire la nascita delle imprese è costituita dal quadro normativo ed in particolare dai diritti di proprietà che riducono i rischi e le incertezze.

5 Una delle principali Istituzioni è, ovviamente, lo Stato. Nella maggior parte dei PVS lo Stato ha operato non solo come garante delle regole, ma è intervenuto direttamente nel sistema produttivo sia nell’assicurare forme di protezionismo per le imprese, sia come proprietario di imprese. Lo Stato minimale definisce: a) il sistema dei diritti di proprietà dando certezza all’oggetto delle trattative e contribuendo a rendere completo l’insieme dei mercati b) l’insieme delle norme che disciplinano le forme e l’oggetto dell’attività delle imprese. Lo Stato e il mercato non sono concorrenti, ma complementari.

6 Lo Stato deve anche agire per : i) correggere i fallimenti del mercato ii) fornire beni pubblici iii)assicurare protezione sociale e nelle politiche di welfare. Deve curarsi del «"contratto sociale" che lega i cittadini tra loro e al loro governo», Lo Stato entra, direttamente o indirettamente, in quasi tutte le sfere dell’attività economica. Nei PVS lo Stato può essere “developmental”, orientato allo sviluppo.

7 Nei PVS mancano: a) imprese intese come forme di organizzazioni dei fattori di produzione ed una classe imprenditoriale che possano sostenere un processo di industrializzazione. b) forme di proprietà e contratti che garantiscano diritti e impegni (proprietà comune della terra, latifondo, divieto di trasferibilità). In agricoltura sono da preferirsi forme di contratto basate sulla ripartizione del prodotto tra proprietario e coltivatore simili alla mezzadria; c) istituzioni di intermediazione finanziaria che consentano di far fronte ai rischi di impresa (microcredito).

8 Capacità imprenditoriale L‘esistenza di un contesto istituzionale adeguato può favorire la nascita e la crescita di una rete di piccole medie imprese (cluster sull’esempio dei distretti)  effetti di agglomerazione, interdipendenza, economie esterne. La cooperazione favorisce la specializzazione e le economie di scala. Esiste un forte grado di complementarietà tra le diverse Istituzioni. E’ proprio questa mancanza di complementarietà che rende difficile il sorgere delle imprese nei PVS.

9 Economia informale Le caratteristiche sono: facilità di entrata, proprietà familiare, imprese di piccola scala, tecniche intensive di lavoro. Economia di sussistenza. Prevalgono organizzazioni informali dove i rapporti tra gli agenti sono regolati prevalentemente da consuetudini e non da leggi nazionali  economia tradizionale a bassa produttività  effetti negativi sulla reputazione e cioè sulla commercializzazione del prodotto;

10 Democrazia e sviluppo A partire dall’inizio degli anni ‘90, con la fine della guerra fredda e l’avvio del processo di transizione al mercato delle economie socialiste, il dibattito sulla relazione tra democrazia e sviluppo si è intensificato. Tutela dei diritti umani, lotta alla corruzione, efficienza e trasparenza nella Pubblica amministrazione sono stati considerati, insieme alla democrazia, non solo princìpi di good governance, ma altresì fattori di sviluppo economico. Tale approccio rappresenta una discontinuità rispetto alle tesi precedenti. Si riteneva infatti che una delle più rilevanti “regolarità” della cosidetta political economy fosse la relazione, positiva e significativa, tra reddito pro capite e democrazia. Tra aumento del reddito e democrazia, e dal primo alla seconda, veniva addirittura sostenuta, nel contesto della teoria della modernizzazione, l’esistenza di un nesso di causalità. A questa impostazione si è contrapposta l’ipotesi secondo cui sarebbe la democrazia a favorire e ad accelerare lo sviluppo.

11 Se si accetta una definizione restrittiva della democrazia, secondo la quale questa sarebbe “un sistema politico caratterizzato dall'esistenza di partiti politici che competono, in cui la maggioranza rispetta i diritti delle minoranze, ed esistono istituzioni che limitano il potere del governo e ne accertano la responsabilità”, risulta evidente come il buon funzionamento di tali istituzioni sia possibile solo se il processo di sviluppo è già in corso. Se invece, seguendo Amartya Sen, si estende la definizione di democrazia, per comprendervi non soltanto le istituzioni di natura strettamente politica ma anche altre caratteristiche rilevanti, è agevole mostrare come proprio la democrazia favorisca il sorgere delle condizioni necessarie all’avvio di uno sviluppo in senso multidimensionale, cioè dello “sviluppo umano”. Nella maggior parte dei casi il passaggio da un sistema autoritario a uno democratico appare infatti essere stato un processo endogeno, determinato da una pluralità di fattori storici, culturali e religiosi. La democrazia evolve inoltre lentamente dal basso e dopo che è stato raggiunto un livello minimo di sviluppo economico e sociale. Solamente in pochi casi la democrazia è stata “importata” dall’esterno.

12 L’opinione di alcuni studiosi è che nei paesi più arretrati, in particolare quelli dell’Africa Sub-Sahariana, la promozione della democrazia non sia né possibile né desiderabile. L’esperienza della Russia, dei paesi dell’Est, di alcuni paesi dell’America Latina o africani ha dimostrato quanto arduo, e in molti casi fallimentare, sia stato il tentativo di introdurre il sistema democratico prima che il processo di sviluppo economico fosse ben avviato. Altri paesi invece, come Singapore, Indonesia, Corea del Sud, Taiwan e Cina, caratterizzati da governi autoritari, hanno conseguito risultati in termini di crescita del reddito pro capite da considerarsi veri e propri “miracoli economici”. La stabilità di governi autoritari avrebbe cioè assicurato, in questi paesi, non solo stabilità macroeconomica, ma altresì l’accumulazione di capitale fisico e umano.

13 Sono numerosi i lavori che mettono in luce l’esistenza di un’ associazione, talora molto stretta anche se non interpretabile come causale, tra sviluppo e democrazia. Sono di natura eterogenea, e non solo economici, i canali attraverso i quali il nesso tra sviluppo e democrazia si realizza. Essi riguardano non soltanto il livello del reddito pro capite, ma anche le condizioni socio-politiche, istituzionali ed economiche, a loro volta interconnesse e caratterizzate dalla necessità di raggiungere livelli minimi “di soglia” al fine di favorire entrambi i processi. La teoria della modernizzazione poggia sul presupposto secondo cui il passaggio alla democrazia è un risultato “atteso” dello sviluppo economico. Secondo questa teoria in paesi sufficientemente ricchi e caratterizzati da un basso livello di povertà la maggioranza della popolazione potrebbe infatti partecipare alla vita civile e politica.

14 La teoria della modernizzazione si basa, in larga misura, sull’ipotesi che alcune condizioni come la diffusione dell’istruzione, la crescita della classe media e l’urbanizzazione possano favorire l’avvio di un processo democratico. Si verificherebbe una sequenza temporale (da cui il termine "fasi"), secondo la quale prima si assiste ad un fenomeno di urbanizzazione, a cui segue l'alfabetizzazione, a cui segue infine la diffusione di mezzi di comunicazione di massa.

15 Secondo alcuni autori l’istruzione accresce i benefici che gli individui possono trarre dalla partecipazione politica, il cui livello è più elevato in un regime democratico. La frequenza scolastica, si afferma, promuove le relazioni interpersonali e contribuisce al processo di formazione di una cultura civica. La correlazione tra crescita economica, istruzione e democrazia nelle prime fasi dello sviluppo, tuttavia, potrebbe essere debole, in quanto le diverse forze che agiscono in ambito socio-economico presentano caratteri politici ambigui.

16 La transizione da un’economia essenzialmente agricola ad una industriale richiede in via prioritaria la diffusione dell’istruzione primaria, allo scopo di consentire la formazione di un’adeguata forza lavoro nel settore industriale. Un più elevato livello di alfabetizzazione permette la diffusione dell’informazione e l’accesso a molteplici mezzi di comunicazione ulteriori rispetto a quello televisivo. Tuttavia, perché possa avviarsi un processo di crescita democratica, è necessario garantire non solo la quantità ma anche la qualità dell’istruzione. La nascita dell’industria e la riduzione del peso del settore agricolo favoriscono la formazione di una classe media dotata di livelli adeguati di specializzazione e di professionalità.

17 Numerose verifiche empiriche sono state effettuate per meglio stimare la relazione tra sviluppo economico e democrazia e verificare l’esistenza di una correlazione tra i due fenomeni. Le prime stime, effettuate negli anni ‘60 su un campione di paesi in via di sviluppo, rivelavano una relazione statistica molto debole e di segno negativo tra tasso di crescita del reddito pro capite e democrazia. I paesi che hanno registrato uno sviluppo economico più sensibile sono stati infatti anche quelli caratterizzati da regimi autoritari e repressivi. Studi più recenti, degli anni ’90, hanno evidenziato una inversione della relazione tra sviluppo economico e democrazia rispetto alle stime effettuate nei periodi precedenti. La relazione negativa è stata sostituita da una, sia pure ancora debole, positiva.

18 Barro, avendo individuato una debole correlazione positiva tra tasso di sviluppo del prodotto pro capite e indicatori di democrazia, ritiene che il nesso di causalità non vada tanto dallo sviluppo economico alla democrazia, quanto piuttosto dalla modernizzazione alla democrazia. La relazione non sarebbe di natura causale, ma piuttosto di mutua dipendenza da un’altra condizione davvero essenziale e che costituisce il prerequisito di entrambi, cioè la modernizzazione del contesto sociale, istituzionale ed economico, che ha natura multidimensionale e comprende elementi quali il cosiddetto “capitale sociale”, l’eliminazione delle diverse forme di discriminazione basate sulla razza, il genere e l’appartenenza religiosa.

19 Secondo Barro (1999) esisterebbe una relazione di mutua dipendenza tra tre fattori. Lo sviluppo istituzionale e sociale sarebbe cioè la condizione essenziale perché si realizzino contemporaneamente un più elevato sviluppo economico ed una maggiore democrazia. In ogni caso, per Barro lo sviluppo precede sempre l’avvento della democrazia. I risultati delle sue stime lo hanno portato ad affermare che, se il processo di democratizzazione non è preceduto dallo sviluppo economico, sarà il processo di democratizzazione a non essere durevole.

20 La stabilità ed il consolidamento di un regime democratico, ovvero la sua permanenza nel tempo, richiedono inoltre l’esistenza di quello che, da parte di alcuni autori, è stato definito “capitale demoratico” e cioè l’attitudine a comportamenti democratici da parte dei cittadini. In una prima e generale definizione, questo può essere individuato nella propensione ad accettare le regole democratiche da parte della popolazione. La rapidità con cui tale accumulazione si realizza può essere sistematicamente differente in relazione ai diversi contesti storici ed alle diverse “forme” della democrazia.

21 A livello teorico anche la relazione dalla democrazia allo sviluppo appare complessa e contraddittoria. I fondamenti empirici su cui si basa l’ipotesi secondo cui il processo di democratizzazione stimolerebbe lo sviluppo non risultano sempre sufficientemente robusti. A partire dal contributo seminale di North, ed a partire dalla sua definizione di istituzioni come vincoli formali ed informali cui sono subordinate le interazioni politiche, economiche e sociali, si è sviluppata un’ampia letteratura. Molti lavori hanno concentrato l’attenzione sui nessi tra democrazia e sviluppo, rivelando uno spettro di opinioni spesso contrastanti.

22 Alcuni sostengono anche che il regime democratico può essere profondamente illiberale e può causare sofferenza a chi non appartiene alla maggioranza al potere. Per i gruppi più vulnerabili non è forse preferibile la protezione che può offrire un governo autoritario. Secondo altri, invece, le istituzioni democratiche possono favorire la nascita delle condizioni necessarie all’avvio di un processo di sviluppo. Le argomentazioni a favore di questa seconda tesi sono di varia natura. Innanzitutto, si afferma, “le democrazie sono migliori dei regimi autoritari nella gestione dei conflitti.

23 In secondo luogo la nascita ed il consolidamento di istituzioni democratiche, nonché di un contesto normativo favorevole al commercio internazionale, finiscono con l’accelerare il processo di sviluppo. L’esistenza di un sistema giuridico che garantisca il diritto di proprietà ed il rispetto dei contratti, caratteristici di un sistema democratico, ha effetti economici significativi in termini di competitività e di aumento della produttività nei settori più moderni dell’economia. Un sistema democratico, inoltre, facilita la diffusione dell’istruzione, aumentando quindi le potenzialità di sviluppo. Infine, un fattore presente in larga misura nei sistemi democratici, e che negli ultimi anni è stato considerato fondamentale per favorire il processo di sviluppo, è il cosiddetto “capitale sociale”.

24 La relazione positiva tra democrazia e sviluppo può essere meglio spiegata quando non si identifichi quest’ultimo soltanto con la crescita del reddito pro capite, ma si faccia riferimento, invece, ad un concetto di “star bene” (well-being) di natura multidimensionale. Un ruolo centrale nella relazione tra democrazia e sviluppo umano riveste l’informazione, particolarmente quella che, progressivamente, influenza e modifica i comportamenti. Basti sottolineare il ruolo di una corretta informazione su questioni sanitarie di grande rilevanza sociale, come il rispetto delle norme atte a contrastare la diffusione dell’AIDS, oppure sui rischi di un’elevata fertilità, nonché sull’importanza delle vaccinazioni. Anche gli eventi imprevisti come le carestie o le calamità naturali possono avere effetti più gravi, quando non addirittura catastrofici, in assenza di democrazia.

25 I canali attraverso cui la democrazia influenzerebbe lo sviluppo economico sono oggetto di una letteratura empirica che è andata arricchendosi, negli ultimi anni, di numerosi contributi. Queste analisi fanno prevalentemente riferimento ad un concetto tradizionale di sviluppo, quello che si manifesta attraverso l’andamento del reddito pro capite. Le conclusioni, tuttavia, non sono univoche, e quindi non consentono di affermare con sicurezza né che le istituzioni - in questo caso le diverse tipologie di regimi democratici - influenzano lo sviluppo né quali sarebbero i possibili “canali di trasmissione” di natura economica fra i due fenomeni. Né l’autoritarismo né la democrazia sembrano costituire un fattore determinante per spiegare il tasso di crescita economica.


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