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Liceo scientifico “Carlo Urbani” - San Giorgio a Cremano L’attesa d’amore Progetto didattico con la Biblioteca Universitaria di Napoli.

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1 Liceo scientifico “Carlo Urbani” - San Giorgio a Cremano L’attesa d’amore Progetto didattico con la Biblioteca Universitaria di Napoli

2 L’attesa d’amore Se dovessimo caratterizzare “il lanternone del Medioevo”,per usare un’espressione cara a Pirandello,per la sua peculiarità più pregnante, senza dubbio lo definiremmo il tempo dell’attesa,il tempo in cui ogni esperienza della vita umana acquisiva valore solo se rapportata alla dimensione soprannaturale. Nel libro della vita umana ogni gesto,ogni affetto trovava la sua giustificazione e il suo pieno compimento nella prospettiva della vita eterna e per questo la realtà,sia quella esterna all’individuo,sia quella più intima dei suoi sentimenti, era un segno che rimandava a significati di ordine spirituale. In tale ottica rientra la concezione dell’amore medievale,che,pur con variabili specifiche,presenta una connotazione prevalentemente ideale,se non mistica,come è in Dante. L’amore nel medioevo è,dunque,un sentimento che trova in sé il suo appagamento,che trova la sua affermazione proprio dalla sofferenza e dall’eterno stato di attesa in cui l’amante vive,nella consapevolezza che è proprio questa sua condizione che lo rende un eletto,perché il suo percorso è un percorso di elevazione. Tale prospettiva è già presente nella poesia provenzale e si realizza più compiutamente nello Stilnovismo,per poi diventare vera ascesi nel rapporto d’amore che Dante instaura con la sua Beatrice.Quando tale angolazione inizia a sfumare e si fa più rarefatta,perché inizia a dissolversi l’immagine dell’uomo del tutto sottomesso a Dio,il tempo dell’attesa si incupisce,perde il significato positivo,perché non ha valore in sé,ma diventa semplicemente il tempo dell’angoscia dell’amante inappagato. E’questo il senso dell’amore in Petrarca,per il quale il sentimento non corrisposto da Laura causa tormento ed è il segnale di un allontanamento dell’uomo da Dio.

3 Il nostro lavoro si configura come un approfondimento del programma curricolare che quest’anno verte sulla letteratura medievale,nella quale il tema dell’attesa trova la sua naturale collocazione per i motivi sopra esposti ed ancor di più quello dell’attesa d’amore,privilegiato dagli autori del tempo. La nostra analisi parte dalle testimonianze di autori provenzali,per poi passare in rassegna i componimenti della scuola siciliana,dello stilnovismo,di Dante e di Petrarca.Infine,per completare la nostra indagine sul tema,ci è parso doveroso soffermarci sull’autore di letteratura latina che ha fatto dell’amore il fulcro della sua breve vita e della sua poesia,Catullo,i cui versi testimoniano la flebile speranza,che nell’accezione che Borgne dà,è sostanzialmente uno spossante stato di attesa,che la sua Lesbia possa cambiare e corrispondere alla “puella”da lui amata. Prima di iniziare il percorso sul Medioevo,abbiamo letto alcuni testi poetici di autori del ‘ 900 sul tema dell’attesa d’amore e tra essi abbiamo privilegiato una bellissima poesia di Vincenzo Cardarelli,che riportiamo ad apertura del nostro lavoro perché riteniamo possa essere paradigmatica di una condizione emotiva che caratterizza il poeta di ogni tempo e di ogni luogo. L’approccio ai testi,al di là dell’analisi tecnica,ha privilegiato l’aspetto più emozionale,con la ricerca,l’individuazione e quindi l’immedesimazione nel mondo poetico dell’autore e l’assunzione del ruolo dell’io lirico che si interfaccia con i lettori contemporanei con un testo epistolare e,in un caso,con un originale testo poetico. La III D del Liceo Scientifco “Carlo Urbani”di San Giorgio a Cremano

4 Nacque in provincia di Viterbo nel 1887 e fu giornalista de “l’Avanti! E collaboratore di molte altre riviste”.Nonostante i numerosi premi e i riconoscimenti ricevuti per la sua attività letteraria,visse in povertà e solitudine fino alla morte,avvenuta a Roma il L’ attesa Oggi che t’aspettavo Non sei venuta. E la tua assenza so quel che mi dice La tua assenza che tumultuava Nel vuoto che ha lasciato Come una stella. Dice che non vuoi amarmi. Quale un estivo temporale S’annuncia e poi s’allontana, Così ti sei negata alla mia sete. L’amore,sul nascere, Ha di questi improvvisi pentimenti. Silenziosamente Ci siamo intesi. Amore,amore,come sempre Vorrei coprirti di fiori e d’insulti. PROVENIENZA: Italia AUTORE: Vincenzo Cardarelli EPOCA: 1900

5 Roma 24 - ottobre – 1920 Amata Rina, piove sulla città da settimane. Roma è grigia. Solo il Tevere sembra essere vivo e scorre impetuoso come il sangue nella mia testa, che duole e non conosce argini riparatori. Chi può fermare la piena dell’acqua e degli avvenimenti irruenti o tanta forza devastante? Forse solo il fluttuare dei giorni, dei mesi e degli anni in un vortice di inconsapevolezze che ricadono però su loro stesse e ritornano sempre a far male, seppure non si ricorda più la loro origine. Ma è adesso che mi strazio. Ti anelo e ti odio. Bacerei la tua pelle bianca e la tua bocca vogliosa cento e mille volte e cento e mille volte ti infangherei e ti coprirei di terra e i tuoi occhi neri avrei sempre fissi lì nei miei, Paradiso o Inferno che sia, la mia anima sarebbe sempre perduta. Il sofà è diventato l’alcova delle mie notti insonni, dei miei amplessi vuoti, vuoti come il pozzo nel quale non si vede mai la fine. Dalla persiana di legno, un fitto, ma sottile raggio di sole si infrange sulla lampada Tiffany e sento la tua voce… E poi non me la ricordo più. Questi scintillii nella stanza sono inafferrabili e tu sei il prisma che mi ha ferito; ma a te nulla scalfisce, perche sei carne viva. Hai il giorno nelle mani, sei la dea e ne divori le ore senza pudore, ma appena cala la sera, la creatura indifesa incomincia ad avere paura, ad essere mortale. Ed io non sono la cura. Fuori dalla finestra il fiume chiama fragoroso, passa sotto il ponte Milvio sfrontatamente, domina la città eterna e in lui annego la mia attesa. Per sempre tuo Nazareno Federica Aricò

6 Guglielmo, duca d'Aquitania, nacque nel 1071 e morì nel Impegnato nell'attività poetica, fu il primo trovatore a scrivere poesie d'amore in volgare. Di lui ci sono arrivati undici componimenti poetici che trattano sia l'amore sia l'avventura. La canzone analizzata presenta alcuni dei temi tipici dell'amore cortese, che poi diverranno vere e proprie convenzioni della produzione trobadorica. La scena è ambientata in un paesaggio primaverile, stagione favorevole alla nascita e allo sviluppo dell'amore. L'io lirico non riesce però a provare gioia dalla natura, poiché non riceve notizie della sua amata, dalla quale è diviso da un contrasto e si augura che, come in passato, ritrovi la pace. Della donna amata non vengono lodati la bellezza o gli occhi; non viene citata con gli appellativi consueti, ma viene nascosta attraverso il senhal del “Buon Vicino”, come prescrive il codice cavalleresco. Questa metafora personale è probabilmente l'elemento più caratteristico del campo metaforico della feudalità. Nella terza strofa, a giudizio di tutta la critica, è molto felice la similitudine dell'amore con il “ramo del biancospino”, tremante al gelo della notte come il poeta è tremante dinnanzi alla donna. “Come il ramo di biancospino” PROVENIENZA: Francia AUTORE: Guglielmo D’Aquitania EPOCA: XI-XII sec.

7 Mia amata, Sì proprio così decido di chiamarti in questa mia epistola. Non intendo rispettare alcun ideale cavalleresco, non qui. Per quanto potrò apparire ardito, voglio che queste righe riescano a farti capire quello che realmente provo. Non mi è giunta ancora alcuna risposta alla mia precedente missiva, l'attesa mi strazia, perciò ho deciso di riprovare. Non intendo conoscere il motivo della tua mancata risposta, del resto so giungere all'unica risposta possibile: è lo stesso motivo per cui ti sei allontanata da me. Hai ragioni validissime per dubitare della nostra unione, che ha tutti i caratteri di un affare, senza prima chiederci il consenso ! Inizialmente pensavo anch'io in questo modo, ma dopo averti veduta, questi pensieri, sono andati via come le nuvole in balia del vento. Vorrei porre fine al tormento che provi per via di quest'obbligo, ma non posso, no, non c'è nulla al mondo capace di persuadermi ! Sono conscio che tu potresti considerare queste mie parole menzogne per poterti ingannare, ma ho bisogno di esternare quello che assilla la mia mente e il mio cuore giorno e notte. Non cesso, giorno dopo giorno, di scriverti affinchè possa ricevere una risposta, non importa di che tipo, ma l'attesa mi logora. Vorrei, con tutto me stesso essere forte, ma la forza che ho, quando ti ho incontrata è svanita, portando via con essa tutto me stesso. Vorrei cancellare la nostra afflizione con una vera proposta di matrimonio, che ti provi che queste parole non sono vuote e prive di valore. Nella speranza che tu riconsideri le tue opinioni, ma soprattutto che mi riscriva per dare il minimo sostentamento al mio animo, ti auguro tutto il bene di questo mondo. Tuo per sempre, Guglielmo Nello Cappiello

8 Jaufré Rudel, principe di Blaia, è stato un poeta e trovatore francese. Seguì nel 1147 Luigi VII alla crociata in Terra Santa, dove probabilmente morì. Restano di lui sei canzoni che lo rivelano gentile poeta d'amore; due celebrano un "amore di terra lontana", e da queste derivò la leggenda della sua passione ideale per la contessa Melisenda di Tripoli di Siria, che egli incontra in punto di morte: leggenda che appare in un'antica biografia. “L’amore di terra lontana” PROVENIENZA: Francia AUTORE: Jaufré Rudel EPOCA: 1100

9 Mia signora, io son cupido di questo amore, che cerca vagamente di venir verso te. Più corro lontano, più mi pare di tornar indietro. Tu posi in un castello e vivi col tuo signore che a te promette ricchezze e agi. Io non son altro che un trovatore, che per te sa sol scriver versi e combatte incessantemente con l’intrepida attesa di vederti, se mai Dio vorrà. Benchè io soffra, mia cara donna sposata e lontana, non mi sfugge la speranza e per questo io son gioioso, perché mi perdo nel sogno. Mi chiamo Jaufré Rudel e so che son solo un povero uomo, ma portami a corte almeno una volta e di me farò il tuo schiavo, così quando ripartirò, ricorderai le cortesi conversazioni ed io le belle parole di conforto. Amore non mi è d’aiuto. Egli scoccò le frecce che invece di colpire te, ferirono solo me. Jaufré Chiara Falcone

10 Uno dei massimi poeti trobadorici,vissuto alla corte di Eleonora di Aquitania. Fu autore di canzoni di argomento amoroso,che fanno di lui uno dei poeti più raffinati e sinceri della letteratura medievale. La lettura della sua canzone “Amore e poesia”ha generato una nuova canzone,dal titolo” T’ho amata per immemore tempo”che l’autore di oggi ha composto nel rispetto delle forme metriche e dei valori della cultura e della società del tempo. PROVENIENZA: Francia AUTORE: Bernart de Ventadorn EPOCA: 1100

11 T’ho amata per immemore tempo T'ho amata per immemore tempo, augurandoti gioia da lontano, poiché soltanto col pensiero posso violare un siffatto candore, ch'ogni istante della mia vita m'allieta e, al contempo, strazia il cor. Ed è proprio quello spossato cor chi ora mi sta rievocando il tempo di quando eri bella e pien di vita, e nessun uomo ti stava lontano, attratti com'eran dal tuo candore. E mi domandavo : anche io posso? Sguardi e gesti mi dicon che posso. Mi è concesso un posto nel tuo cor? Posso dunque carezzare il candore, che più d'un astro ha per molto tempo illuminato da un cielo lontano il buio corso della mia vita? Vi ho trascorso una intera vita a domandarlo, e anche ora sol posso sperare che mi rendi men lontano, tu che fra tutte m'ingentilisci il cor, e inchiostrare del passato tempo lo specchio di carta del mio candore. Più bianco delle nevi è il candore delle vesti che indossi, senza vita. Annego, nello scorrere del tempo, mi tiri a fondo, ma ancora non posso star con te, sebbene anche il mio cor si sia fermato, quel giorno lontano. Ma per raggï​ungerti lì lontano, ancora devo elogiare il candore dell'entraîneuse​ che m'ha inebriato il cor e fatto pagare con la mia vita. Eppure, solamente amarti posso. E finalmente esaurisco il mio tempo. D'Ernesto fui 'l cor; con mute urla in vita t'ho lodata, lontano,tutto il tempo. Ma mai posso violare quel candore... Ernesto Casella

12 Jacopo Da Lentini nacque a Lentini intorno al 1210 e morì nel Molto probabilmente fu l’inventore del sonetto e nelle sue opere è possibile ritrovare lo studio della fenomenologia dell’amore. “Meravigliosamente” PROVENIENZA: Italia AUTORE: Jacopo Da Lentini EPOCA: 1200

13 Mia cara amata, il tuo pensiero ormai è fisso nella mia mente e la tua immagine, impressa nel mio cuore, mi provoca un dolce tormento: E' l'amore per te che arde sempre di più e mi avvince in un desiderio di vederti e comunicarti il mio amore. E' un amore profondo come la fede che professo anche se non ti vedo. Vorrei superare questo tormentato impedimento che mi costringe ad agire di nascosto. Vorrei non più girarti intorno per vederti, non più amarti di nascosto ma poterti dire quanto ti amo. Vorrei esserti sempre vicino, vivere in simbiosi con te e solo con te provare le gioie della vita. Anche in Paradiso vorrei andare con te. Questo è il mio tormento, provare il desiderio di amarti e, puntualmente, sentirmi bloccato nel fuoco che arde nel mio cuore. Tutto questo mi angoscia e provo una pena che non riconosco, perché è una condizione nuova per me. Tuo per sempre. Marco Coscia e Daniele Petrone

14 Nacque a Firenze nel 1259 da famiglia aristocratica. Militò tra i guelfi Bianchi e sposò Bice degli Umberti, figlia di Farinata, capo dei ghibellini, nella speranza di favorire la pace fra le due fazioni. A causa degli scontri tra guelfi e ghibellini nel 1300 fu condannato all’esilio, dal quale rientrò in seguito ad un’amnistia. Fu un uomo di vasta cultura, con un animo raffinato e sensibile. Fece parte della cerchia degli stilnovisti. Il tema centrale delle sue opere è l’effetto drammatico dell’amore sull’animo dell’innamorato. Per lui la donna è un essere irraggiungibile e l’amore è un’esperienza devastante che causa angoscia e tormento. “Tu m’hai sì piena di dolor la mente “, “Voi che per li occhi mi passaste ‘l core “, “Perch’i’ no spero di tornar giammai”. PROVENIENZA: Italia AUTORE: Guido Cavalcanti EPOCA: 1200

15 Mia amata, ho un macigno dentro al cuore e se non me ne libero finirò per cadere nel delirio. Non è stato un colpo di fulmine, come si suol dire. L'amore per qualcuno che non conosci profondamente è caduco, effimero, fallace; come ci si può innamorare di qualcuno se non si conosce niente di questi? E osservando il tuo sorriso, guardandoti, ammirando i tuoi modi affabili e gelidi allo stesso tempo, sciogliendomi al cospetto della tua dolcezza, sono caduto in amore. Vado camminando solo e triste per queste vie in cerca di te che con il tuo sguardo mi hai trafitto il cuore ed hai sconvolto la mia mente e la mia vita che trascorreva serena e lieta. Più volte i miei occhi hanno incontrato i tuoi occhi freddi che hanno inferto un’ ulteriore ferita al mio cuore già lacerato a causa della tua indifferenza, togliendo senso alla mia vita ormai priva di ogni speranza. L’amore che provo per te è stato sempre per me fonte di vita, è stato la luce che mi ha guidato nelle notti buie,è stato l’ispirazione di ogni mio piccolo gesto quotidiano. Ora, quello stesso amore mi ferisce e mi fa sanguinare il cuore fino a togliermi il respiro, fino a farmi sentire una goccia dispersa in un oceano. Sei il mio pensiero costante che mi tormenta e non mi fa trovare pace in ogni istante della mia giornata. In Amore trionfa sempre chi non ama ed io ho perso tutto me stesso perché non posso ricevere il tuo amore. Guido Martina Emendato e Francesca De Cicco

16 Nacque a Bologna nel 1235; esercitò la professione di giudice, ma svolse anche un’intensa attività politica. Fu iniziatore di una nuova “maniera” poetica e precursore dello Stilnovo. Egli seguendo i modelli della Scuola Siciliana giunse a soluzioni originali, concependo la donna come creatura angelica e portatrice di effetti benefici nell’animo di chi la incontra. “Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo” PROVENIENZA: Italia AUTORE: Guido Guinizzelli EPOCA: 1200

17 Caro Amore, quanto dolore mi provoca quel tuo dolce saluto, quel tuo sorriso ingenuo e delicato che non conosce l’amore che io provo per te. Dal tuo sorriso io riesco a farmi forza per poter continuare a lodarti, anche se questo struggente sentimento, non essendo ricambiato, mi fa patir mille pene. Vederti ogni volta mi spezza il cuore, la tua non curanza dei sentimenti che scateni in me ad ogni tua visione, mi devasta. Sei come un fulmine a ciel sereno, sei quella tempesta inaspettata che distrugge tutto il raccolto, ed io in quella tempesta affogo tutto il mio dolore. Sei entrata nel mio animo e lo hai messo a soqquadro, ed ogni volta è come combattere una battaglia senza armi e senza armatura. Spesso mi ferisci, ma mie non sono ferite curabili con delle pozioni e medicine. Le mie sono ferite molto più profonde,curabili solo col tuo amore, sono consapevole che tu ignori la mia devozione; le mie ferite sono quindi destinate a non chiudersi mai. Sono consapevole che questa continua attesa di un piccolo gesto da parte tua non avrà mai fine, eppure la mia condizione non mi consente di far altro. Nonostante tutto il dolore, io non posso fare a meni di lodarti poiché è tutto ciò che mi resta di quest’amore inespresso, che non trova altre vie di fuga Guido Flavia Fele

18 Nacque a Firenze nel In giovinezza entrò nella cerchia dei poeti stilnovisti grazie all’amicizia con Guido Cavalcanti e nel 1285 sposò Gemma Donati per volontà della famiglia, ma la sua esperienza sentimentale e intellettuale si incentrò sulla figura di Beatrice Portinari. Ebbe un ruolo rilevante all’interno della politica fiorentina schierandosi con i guelfi bianchi. Nel 1301 si recò alla corte del papa Bonifacio VIII per chiedergli di non interferire con la politica di Firenze; intanto, i guelfi neri presero il potere nella sua città natale. Accusato di baratteria e di opposizione al papa, Dante venne esiliato e divenne da intellettuale cittadino intellettuale cortigiano. Morì a Ravenna nel “La donna gentile” PROVENIENZA: Italia AUTORE: Dante Alighieri EPOCA: XIII sec.-XIV sec.

19 Gentilissima, oggi vi scrivo in prosa. Vi scrivo come un bambino che parla alla propria madre o come un contadino al proprio campo; magari la semplicità mi aiuterà a dirvi cosa provo. Voi sapete come calmarmi con un semplice cenno del capo ed io non sono in grado neppure di ricambiarvi il favore. Temo per voi e per me; gli sguardi della gente e le loro dicerie si frappongono tra noi e le dolci emozioni – dagli occhi vostri generate – muoiono, avvizziscono. È per questo che, se avessi il coraggio, mi allontanerei, dedicherei il mio amore ad altre, ma io sono povero, sono debole e non sarei nemmeno in grado di fingere. Il candore di quel viso, la fragilità di quel corpo; i miei occhi cercano ogni giorno la vostra figura nelle altre donne e attendono con ansia la vostra mano moversi per recarmi un gesto di cortesia – accolto con vergogna – basterebbe anche solo quello, un vostro pensiero, le vostre gentili parole – dedicate ad altri, poiché io non son degno di ascoltare il vostro canto – per allietarmi. Attendo, e ogni volta è come la prima in cui vidi cotanto splendore e chiarore, voi di rosso vestita in tono con le guance vostre sorridenti dolcemente in una sbocciante gioventù, e ancora la candida e pura veste adagiata sul vostro ormai adulto corpo, e il core e li occhi miei sussultanti e colmi d’emozione e d’amore. Potranno dirmi che sono patetico e che son sciocco, ma nessun uomo o donna riuscirà mai a farmi gioire come fate voi. Questo, però, voi non lo saprete mai ed io attenderò ardentemente il vostro prossimo sorriso, in silenzio. Sempre vostro, Durante ‘Dante’ di Alighiero degli Alighieri Eleonora Ponticelli

20 La prima poesia analizzata è “Ne li occhi porta la mia donna Amore” un sonetto appartenente alla seconda parte della Vita Nova, che esprime al meglio la concezione stilnovistica dell'amore ed idealizza la figura femminile esprimendosi attraverso la poesia della lode. La seconda poesia analizzata è “Oltre la spera che più larga gira”; essendo essa l'ultimo sonetto della Vita Nova, esprime l'ultima concezione di amore nel percorso poetico di Dante, inteso come strumento di redenzione spirituale ed avvicinamento a Dio. PROVENIENZA: Italia AUTORE: Dante EPOCA:

21 Madonna Beatrice, qual coraggio e al contempo impudenza porta la navicella del mio ingegno a scriverti. Mi pento e mi vergogno, così come quando mi rimproverasti di dilettarmi di vederti. Non posso né mai potrò di te degnamente trattare, non so per quale osare l'anima mia,del mal crudele satura,si accinge a tale impresa. Mai peccato compii più grande. Eppure,la brama di vederti é tale che questa condizione di attesa non mi strugge,anzi affina e intensifica le mie capacità e mi sento pronto a salire, fiducioso di riuscirci. Sento già di far parte della celeste dimensione se solo ti scrivo, ma temo che non riuscirò a trovare parole degne di te e della tua condizione. Posso esser da te compreso e perdonato solo se accetti queste mie parole come sgorganti dal lago del mio core e per questo vere e profonde. Il mio spirito peregrino sa che solo quando sarà al tuo cospetto,di fronte al tuo splendore troverà compimento la vera essenza della mia vita. Tu, che hai l'umana natura nobilitato,sei il segno di Colui la cui gloria per l'universo penetra e risplende ed hai il vanto di aver guidato i miei passi verso la verità. Nel tuo sguardo ritrovo il vero e unico senso dell'Amore:la purificazione del mio spirito e l'avvicinamento a Dio. Durante di Alighiero degli Alighieri Yuri Spaziani

22 “A ciascun’alma presa e gentil core” Cara Beatrice, son passati nove anni da quando ti ho vista per l’ultima volta. Mi sei apparsa come un angelo, vestita tutta di bianco. Mi sentivo spaesato, turbato e quando mi hai salutato mi pareva di vedere la beatitudine, in tutte le sue forme. Beatrice, gentilissima donna, tu causi in me mirabile letizia quando ti vedo. Quando passi per le vie, la gente prova sentimenti di dignità e nobiltà spirituale. Sei un bellissimo angelo del cielo, non una donna. Al contempo, la mirabile visione che mi è apparsa in sogno mi ha fatto comprendere che il sentimento profondo che anima il mio cuore è destinato a farmi soffrire e a farmi trascorrere i miei giorni in un’attesa senza fine, che mai potrà realizzarsi. L’immagine di una creatura mostruosa che ti tiene tra le sue braccia e che reca in mano il mio cuore mi ha generato una forte agitazione,la premonizione di una condizione di angoscia,che potrebbe avere un valore eterno. La mia attesa ha trovato subito conferma dalla successiva immagine:tu,con la grazia e l’abituale dolcezza,divoravi il mio cuore e l’Amore se ne andava via piangendo. E’ dunque questa la vita che mi aspetta…attendere da te anche solo un gesto di affetto,nella consapevolezza di non poter mai essere da te corrisposto. Dante. Giovanna Gison PROVENIENZA: Italia AUTORE: Dante EPOCA:

23 La vita di Francesco Petrarca è stata fortemente influenzata dall’amore per una donna, chiamata Laura, di cui parla soprattutto nell’opera “il Canzoniere”. Non è certa l’esistenza di Laura, difatti alcuni credono che l’amore che egli provava altro non fosse che una metafora per esprimere il suo dissidio interiore tra l’attaccamento ai beni materiali e la ricerca dell’ascesi spirituale. Al di là della veridicità dell’esistenza di Laura, l’amore, per Petrarca, è sempre stato un tormento, che lo allontanava dalla spiritualità verso la quale egli tendeva. Infatti, al contrario di Dante e degli autori stilnovisti, l’amore per Francesco Petrarca era del tutto materiale, legato agli istinti, come egli stesso sottolinea; esso è visto nella sua accezione negativa, esempio, nel sonetto proemiale del Canzoniere “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”. In questo sonetto l’amore è un vaneggiamento, che lo porta, addirittura, ad essere deriso. Il dissidio interiore di Petrarca è una condizione che lo accompagnò per tutta la sua vita che egli coscientemente analizzò, ma che non riuscì mai a risolvere, soprattutto per lo stato di “aegritudo” in cui egli visse, quasi in una sorta di voluttà. Ciò nonostante, per lui esisteva una via di fuga, che però non conosceva, ma attendeva amaramente. Sperava, dunque, in una svolta, che lo accompagnasse, finalmente, nell’ascesi a Dio. Petrarca è quindi l’autore che più rappresenta la tematica da noi analizzata, considerando che tutta la sua vita fu una continua attesa che non si concretizzò mai, non solo in riferimento al suo sentimento d’amore. Egli morì, portandosi nella tomba il suo disagio irrisolto. Alessandro Mattozzi; Lorenzo Molitierno PROVENIENZA: Italia AUTORE: Francesco Petrarca EPOCA: 1300

24 Francesco Petrarca nacque ad Arezzo nel 1304, durante il passaggio dal Medioevo al Rinascimento. Ciò influì sull’autore, difatti, la sua poetica è frutto di una corrente di pensiero tradizionale ed un’altra innovativa. Viene ricordato soprattutto per la sua opera “Il Canzoniere”, una sorta di diario scritto in circa quarant’anni, in cui narra dell’amore profano per Laura. È proprio tramite quest’opera che è stato possibile creare un’identità precisa di uno dei principali autori del ‘300. “Erano i capei d’oro e l’aura sparsi”, “Pace non trovo, et non ò da far guerra” PROVENIENZA: Italia AUTORE: Francesco Petrarca EPOCA: 1300

25 Cara Laura, son passati anni dal primo incontro, eppure sento ancora l’emozione che provai nell’aver visto la chiave della mia felicità e dei miei mali. Mi hai intrappolato in un mondo costantemente in bilico tra gloria e peccato. Non che sia tua la colpa, ma del mio animo troppo umano. Se il mio vaneggiare ti sembra vicino, allora sai come ci si sente ad aver perso le capacità che tanto si ricercano: intelletto e spiritualità. Mi hai messo davanti al più grande ostacolo che io abbia mai affrontato, che mi fa barcollare, ed oltre il quale non posso o non voglio andare. Che sia per egocentrismo o per la mia ricerca gloriosa dell’incomprensione, attendo, e non compio, un cambiamento. Forse, da legami tanto forti non è possibile liberarsi ed io aspetto amaramente un’utopia. Eppure, continuo a chiedermi, da cosa potrei trarre benessere, se non dall’amore. Dalla ricerca della mia coscienza spirituale? Ma quella era barcollante ancor prima del tuo arrivo. Sei stata un ulteriore colpo di fortuna, che ha centrato una cicatrice già marcata. Mi sento debole, mia cara. Credevo che soltanto Dio avesse la possibilità di punirmi, invece, ho ritrovato in una creatura terrena le pene eterne. Tu brilli esattamente come una luce divina per me ed io, nel mio cammino buio, resto confuso. L’amore è il mio inferno, eppure io non cerco redenzione. Forse non esisterà mai una via di fuga dal mio “male” e tantomeno la ricercherò. L’unica mia libertà sarà la fine ed io l’attendo, col cuore pieno di amore inebriante e la mente piena di pensieri inattuabili. Tuo, Francesco Sara Scognamiglio

26 Catullo nacque probabilmente nell’84 a.C in Gallia Cisalpina, precisamente a Verona, da una famiglia benestante, la quale ospitò più volte Cesare. Da giovane il poeta si trasferì a Roma, dove fondò un circolo letterario con alcuni poeti dell’epoca. Rimase tuttavia fortemente legato alla terra d’origine e tornò varie volte nella villa paterna a Sirmione, sul lago di Garda. Soggiornò, al seguito di Gaio Memmio, in Asia Minore, dove rese omaggio alla tomba del fratello. Morì all’età di trent’anni nel 54 a.C. In un clima di crisi e degrado, Catullo si tenne sempre lontano dall’impegno politico, insultando in diversi componimenti la corruzione dei potenti. La poetica di Catullo è incentrata sull’amore per Clodia, cantata con lo pseudonomio di Lesbia, sorella del tribuno Publio Clodio Pulcro e moglie di Quinto Metello Celere. La relazione con l’amata fu molto difficoltosa: durante l’assenza di Catullo da Roma, Clodia si circondò di svariati amanti, provocando così sentimenti contrastanti nell’animo del poeta. Le poesie analizzate sono: “La passione d’amore”, “Il tormento d’amore” e “Amare e voler bene”. “La passione d’amore” è un rifacimento dell’ode 31 della poetessa Saffo. Viene collocata ai primi tempi del rapporto tra Catullo e Clodia. Fu considerata per un certo periodo, così come l’ode di Saffo, un canto della gelosia. Solo più tardi fu rivalutata come analisi dei sentimenti del poeta alla vista della donna amata. “Il tormento d’amore” è un breve carme da cui emerge il dissidio interiore del poeta, diviso tra odio e amore per Lesbia. Catullo, deluso e addolorato per i continui tradimenti dell’amata, non si spiega come due sentimenti così contrastanti possano convivere. Tuttavia riconosce l’esistenza di essi e l’impossibilità di liberazione da questo tormento. Anche in “Amare e voler bene” è messa in risalto la contrapposizione dei sentimenti di Catullo. In questo carme il poeta si sofferma sul cambiamento del suo amore, ormai privo di ogni affetto e unicamente caratterizzato dalla comune passionalità, più vicina alle prospettive di Clodia ma lontana dal reale desiderio del poeta. PROVENIENZA: Gallia Cisalpina AUTORE: Catullo EPOCA: I sec. a.C.

27 Mia Lesbia, spesso ripenso, con ardente sofferenza, al tempo in cui amor pareva cosa vera. Mi addolora il ricordo della tua lieta figura, ormai ridotta in cenere. Nell’apparente calma dei nostri giorni, si celava in realtà una bestia nera, rivelatrice di illusioni. Mai mi travolse più grave dolore come quando, per tua causa, il patto fu violato. Non so dir quanto a lungo ho vissuto nella vana attesa che l’amore tornasse a splendere di sincero affetto e non solo di frivola passione. Ho lottato per tutto il mio cammino, diviso tra odio e amore, distruggendo la tua immagine e riabbracciandola più volte come una vecchia amica. Quanto più mi ferivi, più la passione mi accecava, conducendomi in uno stato di confusione e smarrimento. Mia, Lesbia, mai sei stata. Accetto il mio ruolo di semplice passatempo, identico a tanti altri, e saluto il tuo volto con un solo e tristo bacio, che forse il vento saprà custodire. Tuo Catullo Sabrina Somma

28 Lettere mai scritte Il lavoro si conclude con la sezione”Lettere mai scritte”: un contributo tutto femminile di alcune alunne delle classi quarte che si sono approcciate alla tematica da un’angolazione diversa,frutto di una lettura di un testo sul femminicidio,che è stato oggetto di discussione ed approfondimento. Potrebbe sembrare improprio collegare il tema dell’attesa a quello della violenza sulle donne che negli ultimi anni sta causando un numero sempre più elevato di omicidi,ma dalle storie esaminate è emerso che le vittime,nella maggior parte dei casi,hanno vissuto per anni nell’attesa che i loro compagni cambiassero e che la loro vita potesse rientrare nei canoni della normalità. In tale condizione sono esse stesse diventate complici dei loro aguzzini,nascondendo e addirittura mistificando la loro realtà quotidiana a chiunque si frapponesse nel rapporto coniugale. Non è facile comprendere le motivazioni che spingono le donne a tollerare soprusi e violenze per anni,perché le dinamiche sono molteplici e riconducibili a fattori diversi;del resto il nostro intento è stato semplicemente quello di mostrare interesse e partecipazione emotiva nei confronti di un problema che potrebbe interessare qualunque donna,nella convinzione che solo con la conoscenza e la sensibilizzazione si possa favorire la presa di coscienza da parte delle donne della dignità e del proprio ruolo civile e sociale. Nello specifico,per attenerci all’impostazione data al lavoro,abbiamo immaginato di dar voce ad alcune vittime di femminicidio,scrivendo una lettera per rievocare il loro tempo di attesa estenuante,il cui tragico epilogo era già scritto. Tra le vittime di femminicidio,è stato inserito anche un personaggio storico,che abbiamo immaginato potesse essere inclusa perché è un esempio di abnegazione ed amore nei confronti di un uomo per il quale probabilmente le donne dovevano soddisfare solo i suoi capricci o essere barattate in favore della ragion di stato.

29 Il trillo della sveglia mi annuncia l’inizio di un nuovo giorno. Come tutte le mattine prego: “Mio Dio, fa che possa sopravvivere ancora un altro giorno per far crescere i ragazzi!” Sono le 6,45 e per le 7 la colazione deve esser pronta a puntino per il mio…maritino. Lui lavora ed io sua schiava, sua serva, sua sguattera, Sua moglie, sempre in allerta per schivare calci, pugni, schiaffi e tante offese ed insulti. Mi chiamo Serena, di nome e non di fatto. La mia vita con Antonio è sempre stata una tortura soprattutto dopo la nascita dei gemelli. Lasciando il lavoro per crescerli è aumentata la sua rabbia ed è aumentata la sua violenza nei miei confronti e verso i nostri figli, che vengono picchiati per qualsiasi sciocchezza. Quando vanno a scuola, con lividi e cerotti, si giustificano e si incolpano a vicenda, “E’ stato Andrea, non è vero è stato Carlo… a mettere lo sgambetto !”, mai menzionato nulla della violenza del padre. La maestra però, da buona madre di famiglia, ha iniziato a sospettare e mi ha convocata a scuola facendomi trovare un assistente sociale. La sera prima, un pugno mal scansato, mi aveva creato una grande striscia livida sulla guancia che ho cercato di nascondere con del fondotinta e del fard. Il trucco non era riuscito a nascondere il livido, tantomeno il mio disagio agli occhi attenti ed esperti dell’assistente sociale. L’incontro con questa meravigliosa persona inizialmente mi aveva terrorizzata, vivevo con il timore di poter perdere i ragazzi, invece mi ha aiutata a prendere nuovamente fiducia in me stessa e nelle mie capacità. Infatti bisogna denunciare la violenza domestica fatta di urla, minacce e botte che molte donne, e spesso anche i loro bambini, vivono quotidianamente. Da quell’incontro è nata una sorta di collaborazione psicologica grazie alla quale l’assistente sociale ha aiutato me, Andrea e Carlo a ricostruire un buon rapporto di fiducia e stima decaduto a causa della mia incapacità a difenderli dalle aggressioni del padre. Antonio è stato allontanato dai servizi sociali. A distanza di 5 anni porto ancora le ferite, ma non più i lividi, Andrea e Carlo sono prossimi al diploma. Io adesso son SERENA… più che mai ! Giulia Grosso

30 Napoli, 11/02/2013 Sono finalmente sola con i miei pensieri. Ho da poco accompagnato la mia bambina a scuola dopo l’ennesimo litigio con Enzo, ma che dico litigio, è un litigio a senso unico, lui sbraita, urla, grida, minaccia, sono volati schiaffi, pugni, calci: una bottiglia di vino bevuta in un attimo e poi via sbattendo la porta. Dopo essermi truccata per coprire i lividi e inforcati un paio di occhiali, di quelli grossi, stile anni ’60, ve li ricordate? Rassicurate le mie due figlie che si trattava di una caduta, ho accompagnato la più piccola a scuola. E ora eccomi qua a fare un bilancio della mia vita. Chi è Enzo oggi? Un mostro, non quel dolce ragazzo che ho conosciuto sul litorale di Bagnoli. Ma cosa è successo? Le sue gelosie, le sue paranoie, poi la perdita del lavoro e unico sfogo l’alcol e le botte. Per fortuna non alza le mani sulle mie figlie o sulla mia nipotina, io le difendo come una tigre, ma loro sono terrorizzate e mi invitano a lasciarlo ed io tento inutilmente di giustificarlo, di coprirlo. Non vuole fare niente, sono io che porto i soldi a casa, lavorando e pulendo scale di condomini. Mi tratta come una sgualdrina, quasi che quei soldi che porto sono il guadagno della vendita del mio corpo. Quando preparo da mangiare, divora tutto, beve e poi vomita e io a pulire tutto. Alle mie sorelle non ho detto mai nulla, anzi per di più ho sempre riferito che andasse tutto bene ammiccando un sorriso. Ma ora basta! Oggi ha minacciato di uccidermi. Ho deciso di rifugiarmi da mia sorella Antonietta a San Felice del Circeo. Ho preso la cornetta e tutto d’un fiato le ho raccontato tutto. Lei aveva già subodorato qualcosa, ma aspettava che io parlassi. Ho preparato le valigie per me e la mia famiglia. Chiudo la porta lasciando il passato e il presente alle mie spalle: voglio un futuro! Ma ecco compare lui, il mostro… E’ finita! Giuseppina Di Fraia, 52 annni, muore l’11 febbraio Investita e poi arsa viva dal marito.

31 Cari lettori, Io sono Matilde una mamma di 49 anni che vive in uno delle periferie più degradati in Campania. Ho deciso di raccontavi una fase della mia vita che io considero la mia lotta contro questo degrado ma soprattutto contro la pedofilia. Qui mi chiamano "mamma coraggio", come se avessi fatto un atto cosi straordinario, questo nome proprio non mi si addice,io ho salvato mio figlio,chi mamma non l'avrebbe mai fatto ? Forse solo una mamma che non ama davvero i suoi figli, ma io quelle non le considero tali. Sono mamma di due bellissime creature,una di nome Salvatore l'altra Fabio, sono tutta la mia vita ed io per loro farei di tutto. Il mio piccolo Salvatore ed altri bambini purtroppo sono stati vittime di mostri. Io lo mandavo a scuola credendo che lì fosse al sicuro, che lì potesse allontanarsi da quell'inferno. Ma quello che doveva essere il rifugio per i miei figli è diventato il loro inferno. Dal 1996 una banda di pedofili abusarono di lui e di altri prima nella scuola elementare di via Isonzo a Torre Annunziata, poi nel rione dei poverelli e poi altri appartamenti. Ora ditemi cosa avreste fatto al mio posto ?. Qui denunciare un reato significa fare un atto eroico, ma per me significa fare giustizia a mio figlio e agli altri bambini, così piccoli e già devono portarsi un peso cosi grande, un ricordo che li segnerà per sempre. Ecco vedo mio figlio sempre con gli occhi che fissano il vuoto, vorrei fargli capire che deve sempre uscire a testa alta da questa casa,che lui non ha colpe, vorrei poter cancellargli questo ricordo. Però non sono sola in questa lotta ma con ci sono anche altre due mamme Annunziata e Bianca. Tutte noi eravamo cosi addolorate, pensavamo di non aver fatto abbastanza per proteggere i nostri figli, qui è una lotta continua, quando sentiamo dei botti non ci affacciamo al balcone per vederne i colori perché in realtà sappiamo che quel rumore è di una pistola. Qui i bambini si esercitano fin da piccoli, sembrano dei piccoli teppistelli come diciamo qui " i guappi". Nel 1999 nel primo troncone giudiziario furono condannati 15 dei 17 imputati ma rimessi subito in libertà per scadenza dei termini di custodia cautelare, a fare "giustizia" non fu lo stato ma i camorristi che uccisero Pasquale Sansone e Ciro Falanga, sembra quasi che anche queste organizzazioni clandestine si impartiscono delle regole ed una di questa è di non toccare i bambini. Io non cercavo questo tipo di giustizia, volevo vederli li in carcere a rimuginare sulle loro colpe. Qui a Torre Annunziata vige anche un altra "sindrome", l' omertà, tutti hanno paura ma soprattutto le donne, perché non fanno nulla?, se abusi avvengono e perché queste tacciano. Questa città ricca di violenza, di atto ignobili, qui le persone che si ribellano vengono messe a tacere subito, mi ricordo che proprio nel 1996 venne ucciso un commerciante, Rosario Pastore che aveva denunciato i camorristi. Inizio a pensare che il vero alleato di queste organizzazioni sia proprio il popolo, sta li fermo a guardare, passa come se niente fosse tra la città. Se solo ci fosse unione, forse potremo sconfiggere questi orchi, ma è solo un'utopia, "nu suonn"!. Ogni mattina prima che i miei figli vanno a scuola cerco di rassicurare a Salvatore, "ti voglio bene a mamma, tu sei un bravo bambino" gli dico,lo abbraccio e gli stampo un bel bacione. Mi piace osservarli mentre vanno a scuola, quanto sono belli. La mia storia è un piccolo pezzo del puzzle, gli altri pezzi devono essere messi insieme man mano e forse solo cosi potremmo costruire un bel quadro senza quei contorni grigi. Questa lettera non è stata mai conclusa da Matilde, perché il 26 marzo 2004 apri la porta di casa credendo che fosse suo figlio, ma fu colpita da sei colpi di arma da fuoco e mori all'istante. Un altra donna morta senza motivo, combatteva per avere giustizia, invece loro hanno preferito tapparle la bocca perché questi esseri hanno paura soprattutto delle parole ma purtroppo Matilde era solo una piccola parola e l'hanno uccisa per far si che non si trasformi in un discorso. Emanuela Inno

32 ‘Care lettrici, sono Gelsomina Verde, ho 22 anni, vivo a Napoli e sono diplomata in ragioneria. Considero la mia città una delle più belle del mondo: il mare, il Vesuvio, la bontà e la socievolezza della gente non possono essere paragonate a nessun’altra città italiana. Proprio perché amo il calore delle persone e il forte legame che instauro con loro ho deciso di intraprendere la carriera del volontariato. Abito a Scampia, un delle zone più brutte di Napoli, dove regna la malavita e la droga, la gente è costretta a vivere in luoghi lugubri e freddi, vere topaie e i bambini non sanno né leggere né scrivere; la mia più grande preoccupazione sono loro, vorrei prenderli e portarli via da qui. Eppure Le Vele dovevano riprodurre i vicoli del centro storico napoletano, invece riproducono solo il degrado nella sua forma più assoluta in cui vi è puzza di umido ovunque e lunghi corridoi corrosi dalla ruggine. Ogni mattina vado dai miei adorati bambini a riempire le loro giornate, dalle loro mamme, povere donne che affrontano una vita misera e inaspettata, mogli di detenuti che non fanno altro che conservare le loro lettere con la speranza che la giustizia si faccia sentire. Tra queste donne c’è Amalia, una donna bellissima che ammiro molto, ha il marito in carcere e si occupa del figlio giorno e notte, la aiuto a leggere e scrivere le lettere per il marito. Qui a Scampia è normale avere almeno un parente detenuto. Non ci sono negozi, cinema, teatri, c’è solo una villa comunale che è l’unico “polmone verde” del quartiere e una palestra. Ai bambini questo resta, a parte varie associazioni anticamorra. La colpa di tutto questo scempio non è la loro ma della politica in quanto non si interessa che siamo nella merda ma cura solo i propri interessi; quella che servirebbe è una vera rivoluzione che deve venire dall’alto. Ciò che faccio non è semplice volontariato, ma amore per gli altri, pura umanità. Per me è come se fosse naturale aiutare gli altri, sti creature hanno bisogno di assistenza ogni momento, Totò, Genny, Sasà e Mario sono i miei preferiti e molti di loro non hanno neanche fatto il battesimo o la comunione. Ogni giorno mi aspettano come se fossi la madonna: >. Totò e Genny frequentano la seconda media al “Carlo Levi” per fortuna c’è una preside che ha la capa tosta come me, non si arrende di fronte a nulla e cerca in ogni modo di educare tutti i suoi ragazzi. Le cose che più amo al mondo sono la mia famiglia e la mia fiat 600, ho fatto mille sacrifici per comprarla, grazie anche e soprattutto a mio fratello Francesco che mi ha prestato i soldi. Ma un lato importante della mia vita non l’ho raccontata.. Circa 3 anni fa posi fine alla mia storia d’amore con un ragazzo a cui tenevo particolarmente, ma il rispetto e la fiducia non erano il suo forte per questo la nostra storia non poteva andare avanti. Non voglio un fidanzato geloso, voglio essere libera e non voglio giustificarmi su ogni cosa. ‘ Questa lettera incompleta è stata trovata circa un mese fa, dalla madre di Gelsomina. Ci racconta la donna che Mina era una ragazza bellissima piena di vita e con una forza d’animo invidiabile. Tutta la sua storia l’aveva dedicata ad aiutare gli altri, amava i bambini e purtroppo, come cita la madre, >. Era troppo geloso, non sopportava che Mina avesse tempo per gli altri, che rincasasse tardi e che fosse sempre in giro, proprio per questo il 21 Novembre 2004, mentre tornava a casa, il mandante di Cosimo, Ugo De Lucia, la uccise nella sua amata fiat 600 con tre colpi di pistola alla nuca dopo varie torture e, successivamente, bruciò il corpo. L’11 Marzo 2010 lo stesso Di Lauro risarcì la famiglia Verde con la somma di euro. A Mina è dedicata un’associazione fondata dal fratello Francesco, che opera a favore dei bambini ricoverati all’ospedale. Tale lettera è un messaggio che voleva trasmettere Mina a tutte le donne; era convinta che nella gelosia ci fosse più egoismo che amore, e che ogni donna deve farsi sentire se qualcuno le fa del male,che non deve avere paura di parlare perché non è sola e che un solo grido può uccidere un solo uomo. Germana Gigliano

33 Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi vita ci spense Il violento deve essere punito, se lo risparmi, lo diventerà ancora di più. Quante volte sono stata sul punto di farlo sul serio? Probabilmente nessuna, non sono quel tipo di persona, anzi non ero quel tipo di persona. Ero la persona che dava sempre una seconda possibilità; la ragazza che poneva nel prossimo la propria fiducia. Quella donna che non cedeva di fronte a nulla, che cercava di portare calore anche nei cuori più freddi, di mettere insieme i pezzi di un mondo distrutto dal dolore. Era un portento, quella donna! Capace di qualsiasi cosa, avrebbe attraversato mari e monti, sarebbe stata in bilico sull'orlo di un precipizio per vedere sparire anche per un solo istante la sofferenza dal volto di un uomo. Almeno fino a che non l'hanno brutalmente spinta giù dallo stesso precipizio da cui cercava di scrutare l'orizzonte del suo futuro. Ricordo bene la luce del sole che da sola bastava a rendermi felice, ora sostituita dall'oblio della tua violenza. La gelosia accecava i tuoi occhi, non mi hai mai vista per la persona che ero e che sarei potuta diventare! Allora hai deciso di portare giù con te tutto ciò che di buono c'era in me... Assassino! Hai tentato di farmi affondare e io, ingenua, nonostante abbia lottato, ho lasciato che la tua corrente mi portasse alla deriva. Il nostro amore è stato un naufragio, ma solo tu ti sei salvato. Quando ti conobbi tutto sembrava rose e fiori, sulla prima pagina della nostra storia tutto sembrava tanto perfetto! Il nostro futuro era radioso, era quello che tutti definiscono "un sogno". Riuscivo a perdermi nei tuoi occhi, il tuo volto era incantevole. Non avrei mai pensato che espressioni quali "toccare il cielo con un dito" fossero vere, ma mi sbagliavo perché il cielo lo raggiungevo ogni volta che mi sorridevi. Anche quando nelle nostre voci c'era imbarazzo dopo un litigio, tu eri il mio eroe, il mio mondo. Io che giovane e ingenua ti guardavo e pensavo a noi due tra vent'anni, sognavo a come sarebbe stata la nostra vita insieme: riuscivo a immaginarci in una casa tutta nostra, a te che tornavi da lavoro, alle nostre labbra che unendosi pronunciavano un muto "ti amo", ai nostri figli che giocano in giardino e noi che li guardiamo dolcemente dal portico. Tu mi hai illusa, ferita, uccisa, hai infranto tutti i miei sogni: ora posso solo sedere in eterno su quel portico in compagnia della mia solitudine, travolta incessantemente da un'ondata di tristezza tale da togliere il respiro. Il torrente dei ricordi mi devasta, e mi consuma lentamente così come le onde del mare corrodono gli scogli. Dagli occhi le lacrime copiose rigano il viso, dico addio alle illusioni e alle speranze, il cuore si spezza per poi ricomporsi, e tutto riprende dal principio. E nonostante ciò sono sempre in attesa di qualcosa che non potrò mai più avere: l'amore che desideravo e che meritavo. Non sentirò più il sole carezzarmi la pelle, o il vento tra i capelli; non potrò più percepire il dolce profumo della primavera, o sentire la pioggia in autunno. Tutto questo perché tu miserabile mi hai gettato nella prigione di cui nessuno ha la chiave, l'unica porta a non avere una serratura sbarra la mia strada, ma ancora mi chiedo: qual è stata la mia colpa? …

34 Miseri i miei occhi! In quante occasione mi avete ingannato? Ogni volta che ti guardavo mi stupivo di non vedere un paio di ali candide spuntare dalla tua schiena, perché ai miei occhi eri un angelo, brillavi di una luce tutta tua, calda quanto il fuoco, tanto forte da scaldare anche me; ma avrei fatto bene a non avvicinarmi troppo, perché, si sa, chi scherza con il fuoco prima o poi si brucia. Solo allora ho capito che quelle erano le fiamme del mio inferno, dell'incubo in cui ero piombata. Il nostro amore era solo un'illusione, come fumo insieme ai nostri ricordi; nelle nostre foto sembravamo così felici, perché non potevamo essere così ? Io ho creduto davvero nell'amore, ma tu l'hai trasformato in una menzogna, mi hai nutrito di favole create di tua mano con parole violente e terribili minacce. Persino gli angeli hanno i loro schemi malvagi, io ci sono cascata due volte: anche se perdesti la testa, afferrai la tua mano quando la tendesti una seconda volta. Se solo potessi tornare indietro e ascoltare il mio stesso consiglio, mi direi di essere forte, indipendente, tutto ciò che avrei voluto essere. Ma mi sono accontentata di vivere nell'ombra di una donna sola, forse se avessi urlato qualcuno avrebbe ascoltato le mie parole. Se fossi stata un uomo penso che avrei capito come ci si sente ad amare una donna giuro che sarei stato un uomo migliore l'avrei ascoltata, perché so quanto fa male quando perdi l'unica persona che vuoi solo perché lui ti dà per scontato e tutto quello che avevi si distrugge. ma tu, assassino, sei solo un ragazzo non capisci, vorresti essere un uomo migliore ma non mi hai ascoltata non ti è importato di quanto abbia fatto male e tutto quello che avevamo si è distrutto... Eri solo un ragazzo. La donna dall'altra parte dello specchio è così bella e radiosa, brilla forse più del Sole! È la stessa donna che avrebbe combattuto, non si sarebbe lasciata sopraffare, non avrebbe permesso a nessuno di decidere della sua vita, avrebbe di certo fatto la cosa giusta. Avrebbe capito che era ora di lasciarti andare, che era ora di dire addio a te che scherzavi con la mia mente e il mio cuore. Ma io non sono la ragazza nello specchio, non più ormai. Valeria Formisano

35 A tutte le donne Ricordo ancora la prima volta che lo incontrai. Ero in pizzeria aspettando una mia amica,lui molto carino,gentile mi chiese se poteva accomodarsi al mio fianco. Quel suo sguardo lo terrò per sempre fisso nella mia mente. Lo sguardo di un uomo che mi ha amata e che io ho amato. A cui ho creduto. Che stupida. Veramente ho creduto che potesse cambiare. Mi chiamo Fiorinda, per gli amici, parenti, e per i miei alunni Fiore. Questo è un piccolo, piccolissimo passo del mio racconto. Della mia storia,anzi del mio incubo. Di un film horror il cui regista è stato quest’uomo, presentatosi a me con affettuosa tenerezza. Sono sempre stata una donna che ha difeso i più deboli, che ha visto il buono in persone che di buono non avevano nulla che ha amato i propri alunni e soprattutto suo figlio Michele, avuto da un precedente matrimonio. Ed infine che ha creduto perdutamente nell’amore. Sì, proprio nell’amore. Un pomeriggio, decisi di non aver più paura e chiese aiuto a persone in grado di potermelo dare. Era il 4 Novembre 2008 quando entrai nell’ufficio denunce del commissariato di pubblica sicurezza Arenella. Ero pronta e sicura di andare avanti in questa mia scelta. Incominciai a raccontare, tremando, tutto quello che avevo subito dall’uomo che avevo al mio fianco. Narrai dell’orribile notte trascorsa a casa sua il 31 Ottobre Un incubo che durò ben sei ore, chiusa a chiave in una stanza, per paura che con la sua brutalità, potesse farmi del male. Continuò anche nei giorni a seguire. Quando si presentò fuori la mia scuola, dove insegnavo, prendendomi a calci e pugni senza fermarsi. Non seppi difendermi e solo grazie ad un passante riuscii a mettermi in salvo. Ma le sue minacce e i suoi insulti non finirono lì. Passò un anno. Faceva molto caldo, era Luglio, e a Napoli c’era un aria afosa. I miei genitori e il mio bambino erano al mare, in vacanza, presso la nostra casa ai Camaldoli. Io non so come,ma decisi di recarmi a casa sua, intenta a voler parlare con lui. Speravo fosse cambiato dopo tutto questo, ma fu il più grande sbaglio della mia vita. Aprii la porta e lo vidi più nervoso del solito. Furioso, senza lasciarmi parlare, mi trascinò in salotto. Da quel momento non ricordo più NULLA. Il mio viso e il mio collo furono avvolti da un foulard. Ma desidero che le persone che ho amato e che amo mi ricordino sempre con il sorriso che viveva sul mio volto. Care donne, dopo aver letto la mia storia riflettete, agite se il vostro uomo dice di amarvi e poi vi maltratta. Abbiate il coraggio di lasciare da parte il vostro amore, un amore malato, di denunciare, di difendervi, di VIVERE. Ricordate sempre che ci vi ama, non vi dovrebbe sfiorare neanche con un dito. Con affetto La vostra Fiorinda.

36 "Cari ragazzi, É il 26 marzo del 2004, l'alba non ha sapore, tutto è cupo. All'alba mi piace osservare la mia stanza da letto, mi piace sentire i sospiri pesanti di mio marito Antonio e dei miei due angeli, Salvatore e Fabio. Immagino i loro sogni che sicuramente saranno pieni di gioia, colore e di meraviglia. Ora che ci penso anch'io ho fatto un sogno. Ero in sala parto, intorno a me era tutto bianco, dovevo partorire ma sembrava che il travaglio non finisse mai, urlavo tanto ma più urlavo e più la mia voce non si sentiva. Quando nacquero i miei bimbi mi dissero subito che avevano i capelli neri neri come i miei e che mi somigliavano tanto. Ho sempre conosciuto solo una verità : quella di essere madre. Quando successe la disgrazia della scuola dei Poverelli non ebbi un momento di esitazione, difesi il mio bambino senza ascoltare pareri altrui. Su tutti i giornali raccontavano di me come un'eroina, ma essere madri significa essere eroine? "Mamma coraggio" non è un appellativo adatto a me, mi sa tanto di un sacrificio, di una morte implicita. Sul caso della scuola dei Poverelli furono condannati 15 dei 17 indagati, due di loro, Ciro Falanga e Pasquale Sansore furono assassinati, si suppone dalla camorra. Suona la sveglia, devo alzarmi altrimenti i ragazzi faranno tardi a lavoro. La mattina tutti sono taciturni, si preferisce solo sorseggiare caffè e latte. Mi piace seguirli con lo sguardo quando scendono, ma questa mattina si sta alzando una gran polvere, sarà forse per questo che mi viene da piangere." Matilde Sorrentino, 49 anni, la sera del 26 marzo 2004 fu raggiunta da sei colpi di pistola che la portarono via dai suoi bambini. Lei, insieme ad altre due donne, denunciarono la banda dei pedofili che abusarono dei propri bambini. Il marito di Matilde era a conoscenza di questa lettera e del messaggio che voleva trasmettere la donna : quando si è madri si va oltre tutto, si affrontano le cose più difficili per le proprie creature. A Matilde Sorrentino è stata intitolata la casa famiglia "Mamma Matilde" di Torre Annunziata. Emanuela Iaccio

37 Vostra altezza, mi ritrovo a vagare per i corridoi del vostro castello, lo stesso che ha visto sbocciare l'amore tra di noi e la passione che ci avvolgeva come un caldo mantello ogni volta che mi guardavate, la stessa che ardeva come le fiamme di un braciere per avervi rifiutato innumerevoli volte quando eravate ancora della spagnola. Ahimè, ora che la signora morte mi ha accolto ingiustamente nel suo abbraccio, voi non siete più mio e giacete tra le braccia di un'altra che quando ancora sentivo il caldo sangue scorrere nel corpo reputavo mia fedele dama. Voi, Enrico avete accusato me di avervi sedotto con l'arte del demonio a scegliere tutto ciò che di sbagliato avete fatto, addirittura pensaste che per un mio capriccio feci in modo che vi allontanaste dal vescovo di Roma, ma mai neppure una volta vi siete accorto del mostro nero della lussuria che vi seguiva come un'ombra e giocava le carte al posto vostro. Che colpa posso averne io ora che vago per la vostra casa e vi vedo sorridere per un'altra, quando la stessa lussuria che ora anima le vostre notti e i vostri giorni era solo per me che sono stata una fedele moglie e madre giusta? Se solo aveste ricordato le parole che sussurravate al mio orecchio durante le calde notti di giugno quando il vostro cuore batteva solo per me, quando mi faceste arrossire per la vostra spregiudicatezza chiedendomi di sposarvi ed esser vostra per sempre anche se eravate ancora legato ad un'altra donna, ma quell'uomo dov'è finito quando accettava che mi tagliassero la testa? L'uomo che seppur già adulto conservava lo spirito della giovinezza e quel cuore da ragazzino che giurerei di aver visto balzare fuori dal vostro petto qualche volta, è forse morto con me? Sta forse vagando anche lui cercandomi disperatamente? …

38 Mi parlavate di un amore che vi faceva sospirare a tutte le ore del giorno distraendovi dai vostri impegni di sovrano d'Inghilterra, un sentimento così puro e nobile da farvi pensare di lasciare la vostra Caterina e poi avete ascoltato gli sciocchi pettegolezzi del vostro primo ministro che vi hanno convinto che io potessi tradire ciò che ci legava, addirittura che potessi farlo nel peggiore dei modi tradendo il re d'Inghilterra con mio fratello George; ci legava si un amore, ma nulla, mai e poi mai mi avrebbe fatto pensare a lui nel modo in cui tutti hanno creduto potessi fare. Fu Thomas Cromwell a indurvi a credere che io mi fossi macchiata di tutti i tradimenti per cui ho pagato con la vita, io che fui sempre fedele alla corona inglese nonostante i miei sudditi mi detestassero e l'ho fatto per voi, voi che aspettavo mi risparmiaste la vita in nome di quello che pensavo provaste per me; ho aspettato in vano giorno e notte quei tre giorni rinchiusa nella torre di Londra che qualcuno mandato da voi venisse a liberare la regina, ma voi eravate a consolarvi già tra le braccia di un'altra, voi avete tradito, voi meritereste il patibolo. Avreste dovuto sapere che il dolore batteva su di me come un tamburo e che io trovo sempre il modo di avere ciò che voglio, forse avete sottovalutato chi era al vostro fianco e sappiate che non vi libererete di me così facilmente. Ora chiamami strega, chiamami traditrice chiamami pure come meglio credi, tu rimetterai i tuoi peccati al Signore che tanto avevi paura di tradire sposandomi e ti sei allontanato dalla Sua via non per l'amore di un'altra ma per l'amore di te stesso e basta; ti auguro le fiamme dell'inferno, amato marito mio e oso darti del tu ora che neppure i miei piedi toccano il pavimento freddo perché pure se mi incontrassi sfuggirei dalle tue braccia come l'aria. Giuro, sul mio onore che sarò la tua persecuzione e che non ti abbandonerò mai finchè non mi raggiungerai all'altro mondo. Mi nasconderò nelle ombre della notte e per far si che tu non scordi il mio viso, lo rivedrai sempre riflesso nelle tende del tuo letto e nei tuoi sogni, sentirai la mia voce risuonare nel vento delle fredde tormente invernali e implorerai con pietà di lasciarti stare e io, regina legittima d'Inghilterra devota solo a te, non ti lascerò andare mai, mai, mai, mai. Tua, sinceramente e per sempre Anna Bolena, regina d'Inghilterra. Martina Francier

39 Mi chiamo Enza Cappuccio, sono la quattordicesima di quindici figli di una famiglia molto povera. La mia vita è cambiata completamente da quando ho conosciuto Salvatore. Lui non è un essere umano, è un mostro. La persona peggiore del mondo. Con lui ho avuto sei figli, povere creature, sono stati anch’essi vittime della sua cattiveria e mi sono stati portati via dal tribunale per rischio di maltrattamenti ed abusi. Ora sono sola, vivo con mio marito e mia nipote Anna e sono costretta a svolgere tutte le faccende di casa, proprio come se fossi una schiava al servizio del mio capo. Lui comanda tutto qui dentro, ogni sera devo subire le sue botte, le sue parolacce e le sue urla. Passo le mie giornate in casa a cucinare, pulire e stirare. Spesso non mangio e sono diventata magrissima tanto che di me si vedono solo i vestiti, che non cambio spesso dato che non esco quasi mai. Oggi è domenica, ieri ho preparato gli gnocchi e Salvatore, Mimmo ed Anna sono a tavola. 24 ore fa o vissuto un incubo, mi hanno maltrattata come non mai, mi hanno presa a morsi e strangolata. Non sono riuscita a difendermi. Ce l’hanno fatta, si, la loro missione è compiuta, mi hanno uccisa. Hanno caricato il mio corpo in macchina di Salvatore e si sono recati all’ospedale Cardarelli simulando un’aggressione da parte di un ladro. Ma io so benissimo che i ladri in casa mia non ci sono mai stati, c’erano solo bestie, loro. Dopo la mia morte Salvatore e i suoi complici sono stati arrestati ed in mia memoria il 6 febbraio è stato inaugurato un centro di ascolto per dare sostegno alle donne che, come me, subiscono violenze. Bausilio Angela

40 Salve Rosa, avverto un bisogno immenso di scriverti. La situazione con Enzo è sempre peggiore. Sento il suo odio nei miei confronti crescere continuamente. Mi basta guardare i suoi occhi per scorgere un'espressione di rabbia e cattiveria. Io cerco di mantenere un atteggiamento positivo, soprattutto per i miei figli. Li amo con tutto il mio cuore, e non voglio che avvertano eccessivamente il peso di questa situazione. So solo che quando lui c'è io inizio a tramare dalla paura... so già ciò che mi aspetta... urla, schiaffi, calci... il dolore si imprime forte sulla mia pelle, i lividi sono tanti. Ma io li voglio coprire... io li devo coprire! Quando cammino per strada e mi chiedono come va con Enzo, io rispondo "bene, grazie" e porgo un sorriso falsamente radioso. I miei figli dicono che sono sempre simpatica e allegra, ma sapessero internamente come mi sento... L'angoscia ormai si è appropriata di me. Quello che sto vivendo è un vero e proprio inferno! Enzo è arrivato a dirmi che mi vuole uccidere. Ma potrebbe mai fare una cosa del genere? Priverebbe i suoi figli della figura materna? Non posso crederci. Intanto però ho paura... a volte mi chiudo in bagno per dar libero sfogo alle lacrime di sgorgare sulle mie guance. Poi esco, vado dai miei figli e gioco un po' con loro. Spesso sento il mio cuore battere più forte quando lo vedo... ma non è amore... è paura... anzi, è terrore! Quanta tensione c'è dentro di me, quante cose non dette che implodono in me stessa. Almeno ho te, amica mia, a cui posso scrivere una parte delle mie emozioni, le quali sono così difficili da esprimere a parole! Ora ti saluto, è tornato lui. Domani spedirò la lettera e spero di avere presto tue notizie. Ciao! Pina Barbara Nicole Banco

41 Saggio breve: “l’attesa come eterna speranza e angoscia” L’attesa è una delle emozioni più estenuanti nella vita di ogni essere umano ed è presente in ogni momento dell’esistenza. L’ ”attendere” oramai è un’azione abituale,che si compie tutti giorni e nella maggior parte dei casi si attende senza neanche accorgersene. Questo particolare atteggiamento accompagna l’essere umano durante l’arco della sua vita,donandogli speranza e molto spesso dando un senso all’intera esistenza,quindi si può parlare di questo sentimento sia come positivo,che negativo,poiché l’attesa è in una relazione di interdipendenza con la speranza. Quasi sempre l’uomo sfrutta l’attesa come forma di appagamento,come unica via d’uscita da un arco vitale privo di senso,che si potrebbe concretizzare in una speranza remota e ipotetica. L’attesa,per quanto possa essere lunga,colma il tempo e fa sembrare più realizzabile il fine che si pone l’essere umano,restituendogli quel senso che sembra avere perduto quando viene messo al mondo,già incapace e impossibilitato dall’ affrontare la dura realtà che gli si prospetta davanti. Il tempo d’attesa è esclusivamente soggettivo,un periodo indefinito e inquantificabile rispetto all’orologio oggettivo della vita e di tutti giorni,per cui quando si aspetta non si ha una reale percezione dell’attesa in termini di realtà concreta. Nell’opera “Il Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati,il protagonista Giovanni Drogo si ritrova a fare i conti con una realtà scomoda finalizzata unicamente alla buona riuscita dell’obiettivo comune di respingere un nemico di cui non è attestata neanche la reale esistenza,che in questo caso rappresenta la frivola speranza di cui si nutrono gli uomini del racconto per dare un senso alla loro esistenza. Drogo è soggetto alle regole della Fortezza,come tutti i suoi compagni,che in quella condizione di routine e del continuo perpetuarsi di avvenimenti sempre più simili,colma il tempo,ma allo stesso tempo,cala i personaggi in una condizione di apatia e inettitudine,che non gli consente di lasciare la Fortezza. Si può affermare che Drogo sia l’alter-ego di Buzzati,poiché da quanto emerge dalle sue opere e dalla lettura critica di Giuseppe Petronio e di Francesco De Nicola,lo scrittore ristagnava in uno stato di dubbio esistenziale e inquietudine rispetto al valore stesso della vita e “Il Deserto dei Tartari “ è la conseguenza diretta di questa condizione dell’autore,che descrive la sua vita redazionale allegoricamente nel romanzo attraverso Drogo come monotona e pesante,oltre che apparentemente piena di speranze,che poi muoiono col passare degli anni. L’attesa e la speranza prospettano l’uomo nel futuro,lo rendono vivo e l’unica differenza che esiste tra questi due elementi è che l’attesa è più concreta e si rifà ad un futuro non molto lontano,mentre la speranza è ciò che permette di dare una senso alla vita dell’uomo,come scrive Eugenio Borgna ne “L’attesa e la speranza”. Sia l’attesa,che la speranza,sono calate in una visione del tempo del tutto soggettiva,dove chi si trova in una particolare condizione mentale,avrà una percezione del tempo più o meno lunga rispetto ad un altro individuo. Borgna inoltre opera una distinzione netta tra le illusioni e le speranze. Le illusioni sono i nostri sogni più reconditi,ma anche i più irrealizzabili e insostenibili,mentre le speranze sono più fondate e concrete. Più di duemila anni fa,il filosofo greco Eraclito parlava della vita come un fiume che scorre inesorabilmente,del “Pantarei” ed in effetti la vita può essere vista anche sotto quest’ottica,come racchiusa tra due passaggi estremi,la nascita e la morte che condannano l’uomo ad una misera esistenza ed ad un’attesa angosciosa e incerta,per cui l’uomo è destinato a vivere questo “tutto scorre”in maniera dolorosa,come scrive anche Luca Trabucco in “Riflessioni di uno psicoanalista”. L’attesa quindi è angosciosa,ma attendere in vista di un fine,assecondare una speranza non è sbagliato,come non è sbagliato dare un senso alla propria vita attraverso un desiderio ed è proprio per questo che è necessario colmare il vuoto che lascia la speranza con l’attesa. Vincenzo Basile


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