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Ammortizzatori sociali…la riforma non può attendere (2005)

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Presentazione sul tema: "Ammortizzatori sociali…la riforma non può attendere (2005)"— Transcript della presentazione:

1 Ammortizzatori sociali…la riforma non può attendere (2005)

2 Ammortizzatori sociali di Tito Boeri Tito Boeri AMMORTIZZATORI, LA RIFORMA NON PUO' ATTENDERE Il decreto legge sulla competitività introduce, al capo VII, alcune misure di "potenziamento degli ammortizzatori sociali": un modesto irrobustimento dell’indennità ordinaria di disoccupazione, l’introduzione di un sussidio alla mobilità territoriale e l’estensione del raggio di applicazione della cassa integrazione straordinaria. Si tratta di misure provvisorie, che si applicheranno solo nel 2005 e nel 2006, "in attesa della riforma organica degli ammortizzatori sociali e del sistema degli incentivi all’occupazione". Di questa riforma si parla ormai dal 1997 (commissione Onofri). È praticamente impossibile che il vuoto possa essere colmato entro la fine della legislatura. Ma va ribadito con forza che la riforma resta una delle grandi priorità dell’agenda di policy nel nostro paese. Il sistema vigente è infatti fortemente inadeguato rispetto alle funzioni che dovrebbe svolgere (tutela economica della disoccupazione e promozione del reinserimento lavorativo) e appare completamente fuori linea rispetto agli standard europei.

3 Il modello europeo Nella maggioranza dei paesi europei la protezione della disoccupazione è organizzata su tre "pilastri": 1) un pilastro assicurativo, che eroga prestazioni a fronte di versamenti contributivi e per durate massime prestabilite; 2) un pilastro assistenziale "dedicato", che eroga prestazioni in base a requisiti di reddito, nel caso in cui il lavoratore disoccupato non abbia accesso al primo pilastro oppure abbia esaurito le spettanze contributive, pur perdurando lo stato di disoccupazione; 3) un pilastro assistenziale "generale", che fornisce qualche forma di reddito minimo garantito a chi si trova in condizioni di povertà, in base a stringenti requisiti di reddito e patrimonio. Sono stati introdotti in momenti storici diversi nel corso dell’ultimo secolo, ma costituiscono un "sistema" abbastanza coerente e coordinato al proprio interno. Durante gli anni Novanta, nei vari paesi, sono state varate numerose riforme, volte a potenziare la funzione del re-inserimento lavorativo accanto a quella più tradizionale e "passiva" della tutela del reddito. I principali interventi hanno riguardato: - la riduzione della generosità dei trattamenti - l’inasprimento della cosiddetta "condizionalità", ossia delle condizioni che devono essere soddisfatte dal beneficiario per (continuare a) percepire la prestazione; - il collegamento più stretto tra la fruizione delle prestazioni e le politiche attive del lavoro; - l’introduzione di nuove forme di tutela per i lavoratori a-tipici ; - l’introduzione di trasferimenti integrativi dei bassi salari (i cosiddetti in-work benefits). Non tutte le riforme sono state egualmente efficaci e in qualche caso, pensiamo al pacchetto "Hartz IV" in Germania, hanno incontrato forte opposizione sociale. Ma in tutti i paesi il settore degli ammortizzatori sociali è diventato un "cantiere aperto" di sperimentazione e cambiamento, sulla base di un retroterra istituzionale largamente condiviso.

4 L’anomalia italiana In questo panorama, il caso italiano spicca per le sue anomalie e il suo immobilismo. Sul piano storico, l’Italia ha cominciato bene, introducendo precocemente, nel 1919, il pilastro assicurativo. Ma ha poi deragliato dal binario europeo a partire dagli anni Cinquanta: invece di consolidare questo pilastro e introdurre "complementi" di natura non assicurativa (secondo e/o terzo pilastro), l’Italia ha scelto di sviluppare un pilastro alternativo, la cassa integrazione. È vero che anche in altri paesi esistono schemi per la tutela delle riduzioni delle ore lavorate in momenti di crisi. Ma si tratta di schemi circoscritti e che comunque giocano un ruolo ben inferiore (anche sul piano dei flussi di spesa) rispetto agli altri tre pilastri. Il deragliamento italiano ha avuto serie conseguenze sul piano distributivo, accentuando quella segmentazione fra "garantiti" e "non garantiti" che rimane una delle principali peculiarità negative del mercato del lavoro italiano. Nei confronti internazionali, l’Italia si distingue sempre per l’alta percentuale di disoccupati che non percepiscono prestazioni e che si trovano sotto la linea di povertà (un fenomeno destinato ad accentuarsi sulla scia dell’aumento dei lavori cosiddetti atipici). La generosità e la durata delle "integrazioni salariali" in costanza di rapporto di lavoro non trovano dal canto loro riscontro in nessun altro paese UE. La sfida è smontare questo anomalo "ircocervo" istituzionale: eliminare alcuni pezzi (sul fronte delle integrazioni salariali), aggiungere quelli mancanti (sul fronte delle indennità), ricomporre un "sistema" coerente di ammortizzatori capace di tutelare equamente ed efficacemente i rischi economici della disoccupazione e al tempo stesso incentivare il re- inserimento lavorativo, in stretto collegamento con le politiche attive. E la risposta alla sfida deve essere una riforma "organica", certo, ma concreta e tempestiva. Le misure tampone e "a termine" non servono più a niente.

5 RETE PER TUTTI di Tito Boeri e Pietro Garibaldi Tito BoeriPietro Garibaldi Il crollo dei corsi azionari ha colpito meno di una famiglia su cinque in Italia, e ha interessato soprattutto quelle più ricche. La crisi dell’economia reale e l’aumento della disoccupazione sono invece destinati a riguardare la maggioranza delle famiglie italiane e soprattutto i più deboli. Nella precedente grande recessione, quella del , la povertà è quasi raddoppiata in Italia. Tra qualche mese inizieranno le vere e proprie riduzioni di personale e i primi a essere colpiti saranno i circa quattro milioni e mezzo di lavoratori precari. La ragione è molto semplice. Quando un contratto è a tempo determinato, per interrompere un rapporto di lavoro non si deve nemmeno licenziare, poiché è sufficiente che un’impresa non rinnovi il contratto alla scadenza. I lavoratori che saranno più danneggiati dall’arrivo della crisi appartengono a quella crescente fascia di lavoratori che già oggi hanno una retribuzione inferiore alla media e che non hanno accesso ad ammortizzatori sociali, a ferie pagate e a maternità. La prima riforma da fare è quella degli ammortizzatori sociali, per poter vivere in modo meno drammatico la recessione globale alle porte, riducendo i costi sociali della disoccupazione. Dobbiamo paradossalmente augurarci che proprio per la gravità della situazione economica, questa volta si riuscirà a riformare veramente gli ammortizzatori. Spesso nei periodi di forte crisi si riescono a fare riforme che non sembrano possibili in tempi normali

6 Ma il governo… Ha detassato gli straordinari e intende mantenere questa misura anche nel È un provvedimento che riduce l’occupazione. Un recente studio di Banca d’Italia mostra che il 25 per cento delle imprese che intende fruire di questa misura diminuirà le assunzioni. Il ministro del Lavoro Sacconi ha accolto i risultati di questo studio, come viziati da considerazioni di natura ideologica. In realtà, sono soprattutto le imprese del Nord, quelle dove il centrodestra ha stravinto le elezioni, a riportare riduzioni delle assunzioni per via del provvedimento sugli straordinari. Un effetto largamente prevedibileIl ministro del Lavoro Sacconi L’unica misura sin qui varata dal governo è stata l’incremento di circa 100 milioni della dotazione del fondo che deve erogare indennità di disoccupazione “in deroga” alla normativa esistente. È un fondo istituito per favorire specifici gruppi di lavoratori con maggiore peso negoziale-elettorale, come i lavoratori del tessile di Varese, cui era stato concesso l’accesso ai sussidi sotto il ministero di Maroni. Questi fondi peraltro vengono utilizzati spesso “in proroga” anziché “in deroga”, a favore dei disoccupati di serie A, quelli che già oggi accedono alla cassa integrazione. Ci saranno, comunque, alcune estensioni selettive ad alcune piccole imprese, limitatamente ai fondi disponibili. Ma chi deciderà chi può accedere e in base a quali criteri? Abbiamo tanti, troppi, esempi di un uso degli ammortizzatori sociali come strumento di politica industriale. No, le regole di accesso devono essere chiare e uguali per tutti, non lasciate all’arbitrio della classe politica.

7 L’Italia ha urgente bisogno di introdurre un sussidio unico di disoccupazione, a cui si acceda indipendentemente dal tipo di contratto con cui si è stati impiegati. Il nuovo istituto dovrebbe ovviamente essere finanziato dai contributi versati da tutti i tipi di contratto. Si dovrebbe poi introdurre anche un meccanismo di bonus- malus, in modo da aumentare i contributi al fondo di disoccupazione per quelle imprese che lo utilizzano maggiormente. Si potrebbe anche decidere di aumentare i contributi assicurativi alle imprese che utilizzano i contratti a termine, in modo da disincentivarne l’uso generalizzato. Il governo potrebbe sostenere che mancano le risorse per una riforma degli ammortizzatori. È vero che le risorse sono poche, ma è sufficiente utilizzare quelle che erano state destinate in via sperimentale alla detassazione degli straordinari per introdurre un sussidio unico di disoccupazione. Non c’è dunque tempo da perdere per evitare che questa nuova recessione porti a un ulteriore e brusco incremento della povertà e delle disuguaglianze. Gli italiani sono i cittadini europei, dopo gli ungheresi, che si sentono maggiormente a rischio di povertà: un italiano su tre si sente vulnerabile.


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