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Biologia moderna e teologia: prospettive attuali.

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Presentazione sul tema: "Biologia moderna e teologia: prospettive attuali."— Transcript della presentazione:

1 Biologia moderna e teologia: prospettive attuali

2 I meccanismi della selezione naturale vengono riassunti da Julian Huxley ( ) nel suo Evolution. The Modern Synthesis (1942). Egli inizia con l’evidenziare che, in ogni specie, i figli sono sempre più numerosi dei genitori, anche se il numero degli individui di una specie, di generazione in generazione, rimane pressoché costante. Questo evidentemente significa che deve esistere una lotta per la sopravvivenza, come espresso da Thomas Malthus ( ) nel suo Saggio sul principio della popolazione (1789), dato che solo un numero limitato di figli sopravvive. Egli continua poi evidenziando che gli individui di una specie variano apprezzabilmente uno dall’altro e che questa variabilità è ereditaria. Cosa questa che fa concludere che sarà l’ambiente o qualsiasi fattore esterno a scegliere gli individui con le caratteristiche che meglio garantiscano la sopravvivenza e la riproduzione in quelle determinate circostanze: questa è la “selezione naturale”.

3 Casualità La selezione naturale agisce su variazione formatesi precedentemente con meccanismi propri ma che non sono in alcun modo collegate da un rapporto causa-effetto con i vari fattori ambientali che su di esse devono poi agire. La catena delle cause subisce una interruzione ed in essa entra un elemento di casualità, di aleatorietà, mettendo fine ad ogni immediato ed ingenuo riferimento, fatto dalla teologia naturale del tempo, ad un piano divino perfettamente studiato in ogni suo minimo dettaglio. A questo concetto di “caso”, collegato alla mancanza di ogni legame tra il sorgere della variabilità (la mutazione) e la selezione naturale che agirà su di essa, si affianca poi quello che emerge nell’ambito genetico. In questo nuovo contesto il caso viene a collegarsi con i meccanismi stocastici dell’ereditarietà, per cui non si può esattamente conoscere come una determinata popolazione evolverà, ma si può cercare di fare dei modelli che indichino le probabilità che certe combinazioni di alleli (forme molecolarmente diverse di uno stesso gene) si formino e vengano poi ereditate.

4 Casualità- 2 Questi due significati di “caso” vengono infine recuperati totalmente ed autorevolmente anche dalla contemporanea biologia molecolare che, in vario modo, ha permesso di fare esperienza diretta della struttura del gene. Partendo da essi, Jacques Monod ( ), ne Il caso e la necessità (1970), conclude per l’irrazionalità ultima dell’universo. Arthur R. Peacocke dà una interpretazione del “caso” diametralmente opposta a quella di Monod. Secondo lui, la presenza del “caso” è semplicemente ciò che dobbiamo aspettarci se vogliamo che l’universo possa attuare effettivamente tutte le potenzialità, soprattutto nel campo della vita, di cui è dotato. È grazie al “caso” che l’universo esplora tutte le potenziali forme di organizzazione della materia, inorganiche ed organiche, che sono in esso iscritte; è lui la sorgente e l’agente della novità. Dove, ovviamente, ciò che così viene all’esistenza è solo e niente di più di ciò che potenzialmente era presente già al primo istante in cui si è formato il nostro universo che, pertanto, non può essere uno qualunque ma uno con ben determinate e specifiche caratteristiche. Cosa questa che ci fa ritornare al discorso sulla straordinaria particolarità del nostro universo.

5 Casualità- 3 Anche da una prospettiva puramente teologica, l’introduzione del concetto di “caso non può essere visto come un ostacolo insormontabile alla riflessione teologica, visto che, a ben guardare, esso mette seriamente in discussione solo il dio orologiaio della teologia naturale di epoca classica (già presente nel De Natura Deorum di Cicerone) o il dio della ragione illuminista. Il Dio cristiano è invece un Dio che agisce liberamente nella storia e chiede liberamente una risposta nella storia, in un modo quindi che non si lascia catturare e predire da una equazione matematica. Per questo motivo, la natura “storica” degli stessi fenomeni evolutivi, strettamente collegata alla casualità dei corrispondenti meccanismi, può benissimo essere ricondotta all’azione di un Dio che si caratterizza proprio per il fatto di essere il Dio della storia.

6 La “lotta” per la sopravvivenza Il meccanismo della selezione naturale rimanda al concetto di “lotta per la sopravvivenza” che, a sua volta, implica che la natura sembra far uso di metodi spesso violenti, e comunque portatori di sofferenza e di dolore, che mal si integrano con l’immagine di un mondo armonioso creato da un Dio buono e compassionevole. E’ proprio questo il punto che risulta veramente problematico e più difficile da integrare in una visione religiosa e teologica del mondo. Su tale questione ritorneremo comunque in seguito.

7 Teorie biologiche Il modo forse migliore per accostarsi alle odierne teorie operanti in campo biologico è quello di immaginarsi un triangolo ai cui vertici si trovano tre teorie irriducibili l’una all’altra e che devono in qualche modo convivere: la teoria gene-centrica o delle sconnessioni, la teoria organismo- centrica o dell’auto-organizzazione e la teoria biosfero- centrica o delle connessioni. Così facendo si evidenzia figurativamente che queste sono le teorie principali con cui bisogna confrontarsi, ma anche il fatto che ogni evento biologico reale non verrà spiegato con solo una di esse. Esso (l’evento biologico) sarà infatti un punto che si posizionerà in una data zona dell’area del triangolo e che si distanzierà dai tre vertici a seconda di quanto di ogni teoria si è costretti a prendere in considerazione sia per ragioni scientifiche che per ragioni filosofiche legate alla ineliminabile visione soggettiva del mondo.

8 Teorie biologiche - Teoria gene-centrica La teoria gene-centrica è quella più vicina al darwinismo classico e solleva quindi i suoi stessi problemi. In essa l’elemento centrale è il gene che muta e che viene ereditato secondo meccanismi propri, creando il substrato grezzo sul quale agisce il fattore ordinatore costituito dalla selezione naturale. Leggendo questi indubbi dati scientifici da una prospettiva atea, l’esponente oggi più rappresentativo di questa teoria, Richard Dawkins conclude per una logica e necessaria esclusione dell’idea di Dio dal mondo moderno. In realtà, come prima cosa, va notato che ogni biologia, come ogni altra teoria scientifica al livello di spiegazione suo proprio, parte sempre presupponendo una realtà precedente che già c’è, che già esiste, e che è proprio il fatto esistenziale che per primo ci colpisce e che deve essere spiegato: l’idea di Dio creatore è, in primis, proprio una risposta a questa questione. In secondo luogo, come abbiamo già notato parlando all’inizio del capitolo del darwinismo, l’impiego di questa teoria in chiave filosofica elimina solamente il dio orologiaio o quello della ragione illuminista, ma non il Dio cristiano che agisce liberamente nella storia. Al limite, e ritorneremo su questo punto in seguito, rende più problematica che in passato la nozione di un creatore provvidente e benevolente, fornendo dei dati che d’ora in poi non sarà più possibile ignorare.

9 Teorie biologiche - Teoria organismo-centrica La teoria organismo-centrica o dell’auto-organizzazione fa riferimento diretto al fenomeno della “complessità” che ha segnato la fisica e la biologia di questi ultimi anni. Secondo questa teoria, l’ordine che si riscontra nei viventi non è tanto conseguenza dell’azione ordinatrice della selezione naturale, che mai da sola avrebbe potuto dar origine alla straordinaria complessità delle varie forme viventi, ma è il risultato della capacità “innata” che la materia ha di auto-organizzarsi in ben determinate strutture ordinate. Nella sua forma più pura questa teoria dell’auto-organizzazione viene portata avanti da autori come M. Mitchel Waldrop e Stuart Kauffman, che lasciano intendere come essa sia una alternativa o, almeno, un elemento mancante nella spiegazione dell’evoluzione data dal darwinismo classico. Stuart Kauffman, in particolare, dà di questa teoria una interpretazione chiaramente finalistica, vedendo l’uomo come l’ovvio risultato dei meccanismi con cui l’Universo si auto-organizza. Un finalismo comunque che non fa riferimento diretto ad un qualche piano o disegno divino, ma che osserva semplicemente questa caratteristica casuale e, per noi, “fortunosa” della materia con occhio scientifico. Resta comunque il fatto che essa solleva la scontata domanda sul perché, tra le infinite possibilità, la materia abbia proprio quelle caratteristiche che permettono l’auto-organizzazione e non altre.

10 Teorie biologiche - Teoria organismo-centrica/2 In realtà, lasciando da parte l’entusiasmo iniziale per questi nuovi studi, non è necessario vedere una contrapposizione o una competizione tra l’auto-organizzazione e la selezione naturale, ma si può benissimo vederli legati in un matrimonio di cooperazione. Si può infatti supporre che sia la selezione naturale a plasmare le regole dell’interazione tra le componenti di un sistema vivente e, quindi, indirettamente, anche dell’auto-organizzazione che da esse scaturisce. Ciò è vitalmente “vantaggioso” perché il fenomeno dell’auto-organizzazione permette una enorme economia sulla quantità di informazione che la selezione naturale deve codificare nel genoma. In questo modo l’auto-organizzazione si inserisce in una spiegazione classica, gene-centrica, dell’evoluzione e fornisce a quest’ultima solo degli elementi che accrescono la sua capacità di spiegazione dei sistemi biologici. Per quanto riguarda i suoi risvolti teologici, vale pertanto quanto detto in precedenza per il darwinismo classico e la teoria gene-centrica, fatta eccezione per gli elementi di finalismo che essa introduce nella interpretazione di Stuart Kauffman e di cui abbiamo detto

11 Teorie biologiche - Teoria biosfero-centrica Anche questa teoria, come la precedente, fa riferimento al fenomeno della “complessità”, ma più che l’auto- organizzazione mette in risalto la necessità di abbandonare l’approccio riduzionista e di assumerne uno globale. Se è vero infatti che il “tutto” ha delle proprietà che non possono essere comprese studiando le singole parti che lo compongono, bisogna allora approntare dei metodi di indagine che permettano di affrontare il problema dell’evoluzione a livello globale e su larga scala, vale a dire, prendendo in considerazione l’intera biosfera. Il primo e forse più importante tentativo di sviluppare un approccio globale al problema dell’evoluzione è dovuto al gesuita e paleontologo Pierre Teilhard de Chardin ( ).

12 Teorie biologiche - Teoria biosfero-centrica/2 L’evoluzione non viene infatti da lui intesa solo come trasformazione irreversibile nel tempo, ma anche come un “muoversi verso”, visto che i suoi meccanismi parzialmente casuali mostrano in una prospettiva globale una direzionalità ‑ evidenziabile sperimentalmente dalla presenza di canalizzazioni e parallelismi ‑ verso la complessità e la coscienza. Così facendo egli introduce una “necessità” o un finalismo verso l’essere pensante, il quale permette, sul lato filosofico e teologico, di vedere all’opera una sorta di piano o di disegno globale. Questo però non significa che il cammino che porta all’uomo sia per lui totalmente deterministico, come sostenevano i finalismi dei secoli precedenti. È infatti indubbia la presenza di meccanismi aleatori, e talvolta drammatici, che evidenziano come non tutto, ed in ogni dettaglio, sia deciso fin da principio. Questo tratto caratteristico dell’evoluzione viene però da lui assunto come condizione necessaria per la presenza di una libertà.

13 Teorie biologiche - Teoria biosfero-centrica/3 Il punto qui forse più problematico è il vedere all’opera un finalismo presente fin dal principio: quello verso la complessità e la coscienza. Ma siamo davvero di fronte alla realizzazione di un progetto che fin dall’inizio “sapeva” verso dove si dirigeva? Non si tratta invece di un puro esito casuale come sostengono i neo-darvinisti o, più in generale, coloro che appartengono alla teoria gene-centrica? Non si vede poi un finalismo semplicemente perché si guarda al rigoglioso albero della vita dalla nostra particolarissima prospettiva e si dimentica tutto il resto? Ad ogni modo, anche se si pensa che siamo solo un piccolo rametto del grande albero della vita e che non siamo pertanto autorizzi a metterci in una posizione privilegiata e a vedere tutto come a noi ordinato, bisogna tuttavia ammettere che il costituirsi della coscienza e della nostra specie sia un risultato eccezionalmente importante da un punto di vista evolutivo e che a questo risultato si è giunti attraverso eventi contingenti che per una quantità innumerevole di volte hanno giocato a nostro favore. Nella nostra storia c’è cioè un accumulo così grande di circostanze a noi vantaggiose che, se da un punto di vista meramente scientifico si pensa che possano indicare solo e nient’altro che contingenza fortuita, da un punto di vista filosofico e teologico possono essere ragionevolmente viste come il segno dell’esistenza di un disegno superiore che si realizza attraverso eventi che al nostro sguardo limitato sembrano semplicemente casuali, mentre in realtà seguono un piano ben preciso, anche se non determinato in ogni suo dettaglio.

14 Teorie biologiche - Teoria biosfero-centrica/4 Oltre all’autore appena visto si possono trovare anche altri esempi più moderni di un approccio globale al problema dei viventi. In particolare va anzitutto ricordato James Lovelock e la cosiddetta «ipotesi Gaia» (formulata nel 1979) che, al di là di interpretazioni superficiali, si presenta come una precisa ipotesi scientifica, la quale afferma che, considerando le cose a livello dell’intera Biosfera, viventi e non viventi sono collegati da relazioni del tipo “feedback negativo” che mirano al mantenimento della stabilità dei parametri collegati alla sopravvivenza della Biosfera stessa. Di fronte a fattori esterni che cambiano continuamente, la Biosfera interagisce mantenendo costanti i suoi parametri fondamentali, come la temperatura dell’atmosfera, la salinità dei mari, la concentrazione di ossigeno e di anidride carbonica, e tutto questo avviene tanto meglio quanto più essa si differenzia al suo interno e diviene “complessa”. In questo modo si può dire che l’evoluzione verso la complessità sia un fatto legato alla stessa necessità che la Biosfera ha di sopravvivere.

15 Teorie biologiche - Teoria biosfero-centrica/5 Sempre all’interno di un visione globale del problema della vita si può porre l’opera del biochimico Arthur Peacocke che, partendo da considerazioni termodinamiche e biochimiche, evidenzia come questo nostro mondo sia fatto in modo da dover necessariamente procedere verso realtà sempre più complesse ed organizzate. Nella sua globalità l’universo ha infatti certamente un movimento verso un aumento di entropia e di “disordine” che conduce tutto verso una “notte oscura” e la “morte”. Ma è anche altrettanto vero che questo stesso movimento inevitabilmente produce, entro il flusso principale, come dei vortici in cui si manifesta un aumento dell’ordine, della complessità e dell’organizzazione che rende possibile la vita. Quindi, cosa non ovvia e scontata, è questo stesso apparente decadimento e movimento verso il “disordine” che viene a costituire, con nostra meraviglia, la necessaria matrice per la nascita di nuove forme e di nuova vita. Ma, nota l’autore, perché le cose stanno proprio così? Perché l’universo, con le sue leggi, ha in sé la potenzialità per la vita? Il che sottintende la domanda più fondamentale se tutto questo sia solo il frutto di un insieme di cause fortuite o se dietro di esso ci sia qualcosa di più, come un piano o un disegno già stabilito.

16 Teorie biologiche - Teoria biosfero-centrica/6 In definitiva, all’interno di questo approccio globale al problema della vita emergono chiaramente degli spunti che hanno delle indubbie ripercussioni a livello filosofico e teologico. Il problema, a nostro avviso, è di distinguere queste ultime dalle considerazioni di tipo meramente scientifico. Mentre è doveroso e lecito da un punto di vista scientifico evidenziare che questa nostra realtà sia strutturata in modo da evolvere verso la complessità, l’organizzazione e, quindi, anche verso un essere cosciente, non lo è invece il concludere che tutto questo sia legato all’esistenza di un piano stabilito fin dal principio, come pure, notiamole esplicitamente, il negare che un tale piano ci sia e sia all’opera. Il compito di leggere i dati a nostra disposizione in senso finalistico e come indicativi dell’esistenza di un piano ben preciso spetta quindi solo ad una riflessione di tipo filosofico e teologico, mentre ad un livello prettamente scientifico si può al massimo parlare di una serie fortunata di circostanze o della realizzazione di eventi altamente improbabili; il di più sarebbe già una spiegazione dei fenomeni andando al di là dei confini della scienza moderna.

17 La sofferenza e le teorie evolutive Alla costruzione della visone moderna sul problema del male ha contribuito in maniera decisiva Darwin e la sua teoria evolutiva che con la sua idea centrale di lotta per la sopravvivenza ha portato al livello dell’intera creazione la sofferenza, il dolore e la morte. Questi oggi non possono più essere pertanto visti come il risultato del solo peccato dell’uomo, come era possibile prima di Darwin e come sosteneva una facile teodicea, in quanto essi sono ora inseriti nella stessa natura dell’universo vivente costituitosi miliardi di anni prima che l’uomo comparisse. Il problema, ricordiamolo nuovamente, non consiste tanto nel fatto che nella teoria darwiniana abbiamo a che fare con meccanismi casuali e aleatori, quanto nel fatto che essi possano portare con sé della sofferenza che in un mondo “fatto bene” non ci dovrebbe essere. Il Creatore dell’universo di Darwin si rivela come un Creatore che non si interessa minimamente delle singole creature e delle loro sofferenze, e questo conduce ad una visione ben espressa da J. Monod ne Il caso e la necessità, dove si rappresenta una vita che evolve senza alcun progetto e che giunge casualmente fino all’uomo solo perché questi faccia esperienza della sua solitudine in un universo indifferente. In definitiva, all’interno di una visione del mondo strettamente darwiniana o, come abbiamo detto sopra, gene-centrica, diviene più difficile credere alla “provvidenza divina” e alla bontà della creazione.

18 La sofferenza e le teorie evolutive/2 Il problema del male non viene eliminato ma riceve una prima risposta se si assume invece una prospettiva più globale, come sopra abbiamo detto essere quella della teoria biosfero-centrica. In questa visione (Pierre Teilhard de Chardin, Arthur Peacocke, John Polkinghorne, Karl Schmitz-Moorman e Jürgen Moltmann) viene evidenziato come la descrizione del mondo fatta dalla religione cristiana, pur non derivando dalla scienza, può tuttavia essere in accordo con quanto quest’ultima viene oggi ad indicarci. In particolare, è significativo il fatto che i fenomeni evolutivi vengano visti come “indirizzati” verso la complessità e l’organizzazione, anche se non in un modo tale da essere completamente determinati, visto che anche la casualità ha il suo ruolo. Ciò può essere visto come indicativo di una creazione che procede verso il suo fine senza tuttavia seguire un piano determinato in ogni suo aspetto, la quale, a sua volta, è in sintonia con la descrizione che il cristianesimo dà di un Creatore che, pur sostenendo e guidando continuamente il creato, lo crea come vera realtà da Lui distinta, e quindi anche “libera” di seguire le proprie leggi.

19 La sofferenza e le teorie evolutive/3 Dio deve cioè in qualche modo come “ritrarsi” per far esistere una realtà che non è Lui stesso, per fare “spazio” a un creato che solo così può godere di una sua relativa autonomia e della correlata capacità di far sorgere al suo interno una creatura che sarà a sua volta libera e capace di liberamente accettare, a nome di tutto il creato, l’offerta che Dio fa di se stesso al mondo. In questo quadro generale la questione della sofferenza inscritta nelle stesse leggi di natura riceve una prima risposta in quanto può essere ora vista come una conseguenza della necessità di avere un mondo che sia libero di seguire le sue leggi che, se da un lato, sono costituite in modo da portare il mondo verso “il bene” della complessità, della maggiore organizzazione e, in definitiva, verso l’autocoscienza e la libertà dell’uomo, dall’altro lato, producono anche il “male” legato alla sofferenza che questi stessi meccanismo possono produrre. In altre parole, gli stessi meccanismi che sono stati capaci di far avanzare il mondo verso la complessità e l’organizzazione sino alla nostra comparsa sono, per esempio, pure responsabili della comparsa dei virus che sono potenziali portatori di sofferenza e, pertanto, in un mondo lasciato libero di seguire le sue leggi non sarà possibile eliminare uno solo di questi due risultati e avere così l’uno senza l’altro. In definitiva possiamo quindi dire che come il male morale e tutte le sue conseguenze sono il risultato alla nostra libertà, così tutti quei mali che sono iscritti nelle stesse leggi di natura, attive da molto prima che l’uomo comparisse, sono il risultato della relativa autonomia o libertà di cui gode tutto il creato.

20 La sofferenza e le teorie evolutive/4 Questa risposta tuttavia, come già dicevamo, è solo un primo abbozzo razionale di risposta a un problema che sorpassa la nostra ragione, in quanto oltre al “perché” della presenza di questo male di natura sorge immediata anche la domanda del “perché io”, del perché esso colpisca uno e non un altro; domanda a cui non è possibile dare risposta in termini razionali. In altri termini, anche per il problema della sofferenza presente nel mondo a causa delle leggi che lo governano, vale quanto notato da Paul Ricoeur a proposito del problema del male in genere (peccato, sofferenza e morte) che non può essere visto solo come un problema speculativo, in quanto il pensiero, nel suo incessante lavoro di “purificazione” da false risposte, giunge a riconoscerne l'aporia, alla quale solo l'azione e la spiritualità possono dare una risposta, ma mai una soluzione. Una risposta che renderà questa aporia produttiva, in quanto ci indirizzerà a continuare il lavoro del pensiero nel campo dell'agire e del sentire.

21 La sofferenza e le teorie evolutive/5 L'azione consisterà qui nella lotta, etica e politica, contro il male (fatto), contro la violenza che infligge sofferenza all'uomo da parte dell'uomo. Ciò però non basta. La sofferenza è infatti ripartita in modo arbitrario e indiscriminato; ci sono le vittime innocenti; ci sono, come detto sopra, cause di sofferenza che trascendono le azioni ingiuste degli uomini: catastrofi naturali, malattie, invecchiamento e morte. Si rende pertanto necessaria un spiritualizzazione della lamentazione che, ai gradi più alti, conduce alla rinuncia di ogni doglianza e, alla pari di Giobbe nella Bibbia, ad amare Dio per nulla, senza aspettarsi per questo amore una qualche retribuzione sotto forma di “trattamento speciale”. Nota a tal proposito Karl Rahner ( ), come questa incomprensibilità ultima del dolore sia solo un frammento della incomprensibilità di Dio. Una incomprensibilità che abbraccia e circonda costantemente la nostra vita e che, invece di fuggirla, richiede da parte nostra il coraggio di abbandonarsi ad essa e scoprire così che essa non si origina dal vuoto del nulla che minaccia di ingoiarci, ma dalla pienezza del tutto che ci sostiene nell’essere e nella vita.


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