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La prospettiva evoluzionista. Le matrici dell’evoluzionismo antropologico  Lo sviluppo parallelo dell’ntropologia evoluzionista e della teoria darwiniana.

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Presentazione sul tema: "La prospettiva evoluzionista. Le matrici dell’evoluzionismo antropologico  Lo sviluppo parallelo dell’ntropologia evoluzionista e della teoria darwiniana."— Transcript della presentazione:

1 La prospettiva evoluzionista

2 Le matrici dell’evoluzionismo antropologico  Lo sviluppo parallelo dell’ntropologia evoluzionista e della teoria darwiniana anche se la diffusione delle teorie sull’evoluzione ebbe un forte impatto sulle scienze sociali  la teoria di Lamarck come analogia per spegare l’evoluzione culturale tratti culturali di nuova invenzione possono essere trasmessi da un individuo all’altro I nuovi tratti culturali hanno la capacità di trasformare le relazioni sociali esistenti Le società divengono più complesse nel corso di questo processo L’evoluzionismo in archeologia Il dibattito sulla relazione tra le società «selvagge» o «primitive» contemporanee e l’Inghilterra vittoriana

3 L’evoluzionismo unilineare Secondo questa concezion esiste una linea di evoluzione dominante: tutte le società passano attraverso gli stessi stadi. le società progrediscono a velocità diverse e quelle che sono state più lente sono rimaste a un livello «inferiore» rispetto a quelle che progrediscono più rapidamente. Diversi evoluzionisti unilineari hanno posto l’accento su cose diverse: la cultura materiale, i mezzi di sussistenza, l’organizzazione della parentela, le credenze religiose. Generalmente gli evoluzionisti unilineari ritenevano che questi fenomeni fossero interconnessi e che quindi i cambiamenti, per esempio nei mezzi di sussistenza, creassero cambiamenti evolutivi nell’organizzazione della parentela, nelle credenze e nella pratica religiosa, e così via.

4 Franz Boas e la nascita del relativismo culturale Il relativismo culturale classico emerse dal lavoro di Franz Boas e dei suoi allievi, e per la prima metà del ventesimo secolo esso fu il paradigma dominante nell’antropologia americana. F. BOAS Nato in Westfalia nel 1858, studia fisica e geografia a Heidelberg e Bonn, consegue il dottorato di ricerca a Kiel nel Nel 1883 cominciò una ricerca sul campo tra gli inuit dell’Isola di Baffin con l’intenzione di comparare il loro ambiente fisico, misurato «oggettivamente», con la conoscenza che essi ne avevano. Giunse presto a comprendere l’importanza della cultura come forza determinante della percezione, e di conseguenza rifiutò l’implicito determinismo ambientale di partenza. Nel 1885 iniziò a studiare le culture della costa nord-occidentale dell’America settentrionale, dapprima attraverso le collezioni dei musei e in seguito, a partire dal 1886, effettuando ricerche sul campo. Insegnò alla Columbia University di New York dal 1896 al 1936, e il suo dipartimento divenne il centro della ricerca antropologica negli Stati Uniti.

5 Boas si oppose all’evoluzionismo, principalmente su tre aspetti: Confutò con forza la comparabilità dei dati usati per sostenere l’evoluzionismo, sostenendo che il compito dell’antropologo dove consistere nell’acquisire un’esperienza di prima mano sulle altre culture e svolgere la loro ricerca sul campo utilizzando la lingua dei nativi per ottenere un punto di vista interno sulla cultura studiata Si oppose all’idea della superiorità razziale e culturale implicita negli scritti di matrice evoluzionista e rifiutò ogni fondamento della cultura su base biologica sottolineando l’indipendenza del linguaggio e della cultura dalla «razza» Sostenne che popoli diversi sono primitivi o avanzati a seconda di quello che si prende in considerazione: p.e. gli aborigeni australiani hanno una cultura materiale povera, ma una struttura sociale complessa. Boas e le teorie evoluzioniste

6 Cultura e personalità Quello per la cultura è stato l’interesse astratto a cui l’antropologia americana è stata fedele da Boas agli anni “80 del secolo scorso, anche se non c’è sempre unanimità su che cosa sia la «cultura»: AL. Kroeber e Clyde Kluckhohn nel 1952, citano più di cento definizioni di cultura date da antropologi, filosofi, critici letterari e altri. Tuttavia, se da un lato, la definizione di Tylor è rimasta al centro delle considerazioni sulla cultura in senso astratto, la prospettiva che emerse come la più importante nell’ambito antropologico fu quella di Ruth Benedict così come emerge dal suo testo Modelli di cultura (1934) caratterizzata da: Olismo Nuova concezione della comparazione In Modelli di cultura Benedict compara tre popoli: gli zuni del New Mexico i kwakiutl dell’Isola di Vancouver i dobu della Melanesia giungendo alla conclusione che ciò che è un comportamento normale in una cultura non lo è in un’altra e che persino gli stati psicologici sono culturalmente determinati.

7 Il relativismo linguistico di Whorf Prima di Boas si pensava che le lingue fossero tutte molto simili. Conoscendo la grammatica greca o latina, si sarebbero potute descrivere tutte le lingue del mondo. I boasiani dimostrarono che sotto molti aspetti questo non è vero. Le lingue inuit e amerindie sono molto più complesse del greco o del latino: Whorf ipotizzò che le persone che parlano tali lingue hanno modi diversi di guardare il mondo rispetto a quelle che parlano lingue più semplici come l’inglese. L’«ipotesi Sapir-Whorf», come fu conosciuta, suggerisce che non ci sono due sole forme di pensiero, la «nostra» e la «loro», ma una molteplicità di forme, ciascuna associata alla lingua di chi pensa in tale forma.

8 La posizione di Whorf può essere considerata una forma estrema di relativismo cognitivo e per questo è stato criticato in diversi punti: alcune delle idee pubblicate da Whorf sulla relazione tra linguaggio e cultura sono troppo semplicistiche. E facile confutare la nozione che il linguaggio determini il pensiero: popoli con una cultura simile parlano a volte lingue molto diverse, così come, popoli che parlano lingue strettamente imparentate possono avere culture abbastanza diverse. le idee di Whorf pongono un’enfasi eccessiva sulla differenza linguistica. Dagli anni Sessanta i linguisti hanno avuto la tendenza ad enfatizzare gli aspetti universali del linguaggio. non abbiamo prove del fatto che il linguaggio determini la realtà. se i modelli di pensiero connessi a lingue diverse fossero così diversi non potremmo mai comparare i diversi modi di pensare e nella sua essenza essa nega la possibilità della comparazione antropologica.

9 Verso la scienza cognitiva Dopo la prematura morte di Whorf nel 1941, all’interno dell’antropologia ci fu un affievolimento dell’interesse per gli argomenti da lui studiati. Quando l’interesse per gli aspetti linguistici della cultura riemerse negli anni Cinquanta, l’enfasi teorica era mutata, dal livello descrittivo (di cui erano stati pionieri Boas e Sapir) a quello strutturale.

10 L’etnoscienza Negli anni Sessanta i fautori dell’antropologia cognitiva fecero proprio l’interesse di Whorf per la relazione tra la scienza occidentale contemporanea e le visioni del mondo indigeno che essi studiavano. Essi chiamarono il loro campo «etnoscienza», un termine spesso sovrapponibile ad «antropologia cognitiva». Al giorno d’oggi, tuttavia, «etnoscienza», più che una prospettiva teorica tende a designare una specializzazione e precisamente l’interesse specializzato per i sistemi indigeni di conoscenza come l’etnobotanica, l’etnozoologia, l’etnomedicina e così via.

11 Charles Frake Ilprincipale proponente dell’etnoscienza nel suo senso più ampio, Charles Frake, ha esplorato sia gli aspetti esoterici sia quelli mondani nei suoi lavori sui sistemi ecologici, l’interpretazione della malattia, i concetti del diritto, su come entrare in una casa e come chiedere da bere tra i subanum, gli yakan e altre culture delle Filippine Come mostrano questi esempi, l’etnoscienza di Frake tiene conto dell’azione sociale oltre che delle categorie statiche del discorso etnoscientifico. Entrano in gioco strategie e decision-making.


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