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Educazione e istruzione a Roma Anche a Roma, così come in Grecia, è improprio parlare di scuola nel senso moderno del termine, almeno fino alla fine del.

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Presentazione sul tema: "Educazione e istruzione a Roma Anche a Roma, così come in Grecia, è improprio parlare di scuola nel senso moderno del termine, almeno fino alla fine del."— Transcript della presentazione:

1 Educazione e istruzione a Roma Anche a Roma, così come in Grecia, è improprio parlare di scuola nel senso moderno del termine, almeno fino alla fine del I secolo. Più adeguati sono i termini educazione, istruzione, che rivelano, anche nell’etimologia, pur con le dovute differenze, l’intento formativo rivolto alle nuove generazioni. Educare è un derivato intensivo del verbo educere, ma non implica semplicemente l’idea di “tirar fuori da”, quanto quella di “portare da un livello inferiore ad uno superiore”, cioè “far crescere, coltivare, allevare”: è quindi implicita nel verbo l’idea di curare per aiutare il bambino a svilupparsi fisicamente e spiritualmente, perché possa raggiungere la piena espressione di tutte le sue potenzialità. Anche il termine istruire, dal latino instruere “costruire” è collegato al processo educativo da un rapporto di inclusione: l’istruzione è, infatti, parte dell’educazione, o meglio è il modo in cui si realizza l’educazione, in quanto riguarda il trasferimento dei contenuti culturali da chi già li possiede a chi non li possiede. Si tratta di un insieme costituito da stili di comportamento, da valori, da pratiche di uso quotidiano, acquisiti spesso attraverso l’osservazione e l’imitazione del comportamento di persone che rappresentano un modello. Insegnare (da signare “tracciare, indicare”) vuol dire, dunque, indicare il metodo grazie al quale l’allievo può raggiungere l’obiettivo ultimo: la piena consapevolezza di sé e del suo ruolo nella vita.

2 Sapientia ad res Il più antico sapere romano, la sapientia, era certamente rivolto ad res, “al concreto”, ed aveva ben poco in comune con la ricerca del vero, del giusto, del bello propria dei Greci. Sapere era per il Romano apprendimento del vivere pratico, buon senso e saggezza, arte di vita più che scientia in assoluto. In questa prospettiva la società, e soprattutto la famiglia romana, ha educato i ragazzi fino a quando la conquista della Grecia nel II secolo a.C. e l’arrivo a Roma dei maestri greci ha aperto più vasti orizzonti all’istruzione della gioventù. Per lungo tempo, cioè per buona parte dell’età repubblicana, l’ambiente naturale dell’educazione e dell’istruzione dei fanciulli fu la famiglia. I padri delle classi alte guidavano con premura i bambini nell’apprendimento dei primi rudimenti della scrittura, della lettura e del calcolo, completando il lavoro con l’insegnamento di passi letterari famosi, delle leggi e della giustizia. Le fasi della vita di un giovinetto. Sarcofago di M. Cornelius Statius. Parigi. Museo del Louvre

3 L’esempio di Catone “Catone il Censore - ricorda Plutarco – appena il figlio cominciò a capire gli insegnò lui stesso a leggere e a scrivere, benché avesse in casa uno schiavo istruito che insegnava grammatica a molti ragazzi. Pensava, infatti, che non fosse dignitoso per suo figlio essere rimproverato da uno schiavo che gli tirasse le orecchie se era un po’ lento ad apprendere, e soprattutto dover essere riconoscente ad uno schiavo per un beneficio così importante come l’educazione. Perciò si trasformò in maestro di grammatica, di diritto, di ginnastica, e insegnò al figlio la scherma, l’equitazione e persino il pugilato, a resistere al caldo e al freddo, ad attraversare a nuoto le onde vorticose e impetuose del Tevere. Narra egli stesso di aver composto e trascritto di sua mano, a grossi caratteri (per facilitare la lettura al figlio ancora piccolo), la storia di Roma, perché il ragazzo trovasse in casa un aiuto per conoscere il passato della sua patria”. Marco Porcio Catone, soprannominato “il Censore” originario di Tusculum, visse tra il III-II secolo a.C., fu politico, generale, e uomo di lettere. Roma. Museo di Villa Torlonia.

4 L’ellenizzazione della cultura L’espansione economico-sociale dei primi decenni del II secolo a.C. contribuì notevolmente ad accrescere la domanda di istruzione e ad ampliare la necessità di padroneggiare le tecniche fondamentali per leggere e scrivere. Accadde allora che i Greci, spesso giunti come schiavi di guerra, portarono nel mondo romano il prezioso contributo della loro civiltà e divennero maestri di cultura nelle famiglie aristocratiche o in rudimentali organizzazioni scolastiche, nate dall’intraprendenza e dall’iniziativa di alcuni di loro. Scena di lezione: il maestro fra i suoi scolari ascolta la lettura dell’uno, mentre l’altro segue sul suo rotolo. La presenza della barba, non in uso presso i Romani, fa propendere per l’origine greca del magister. Museo di Treviri

5 Ludus magistri Il primo passo verso l’alfabetizzazione del bambino era rappresentato dal ludus magistri, che riuniva gli alunni senza tener conto della loro età e del livello di apprendimento. La scuola era un semplice e povero locale, la pergula, una specie di “bottega dell’istruzione”, per lo più all’aperto o sotto un portico, talvolta improvvisata nella modesta casa del magister stesso. D’altra parte la scarsa retribuzione, ottenuta dal maestro talora con grande difficoltà, finiva col declassare ancor di più la qualità del suo insegnamento, non sottoposto ad alcun controllo statale. La paga, dunque, era misera: Giovenale, ancora nel II secolo, scrive che il vincitore dei giochi del circo poteva guadagnare in un solo giorno una somma pari allo stipendio annuale di un insegnante. Quanto ai metodi di insegnamento le lezioni, che si tenevano tutti i giorni dall’alba a mezzogiorno, erano, a detta di Quintiliano, ripetitive e noiosissime. In queste condizioni mantenere la disciplina e l’attenzione degli studenti non era facile, cosicché per molti docenti “la sferza scita, orlata di orride strisce di cuoio – ci informa Marziale- e le crudeli bacchette erano sceptra paedagogorum “lo scettro degli insegnanti”. Orazio non dimenticò mai il suo maestro manesco Orbilium plagosum che gli aveva insegnato i poemi di Livio Andronico a suon di botte. Maestro che frusta un alunno. Disegno da un affresco di Pompei

6 Educazione …. al femminile Poche le notizie relative all’educazione delle bambine romane, per lo più le desunte da accenni in testi letterari o dalla iconografia, in particolare epigrafi funerarie e affreschi pompeiani. Certamente la maggiore libertà di cui godeva la donna romana rispetto a quella greca favorì anche una cura più attenta alla sua formazione, ma come sempre questa dipendeva dalle possibilità economiche della famiglia e dal livello sociale. Disegno da un affresco di Pompei raffigurante due ragazze intente a scrivere. Napoli. Museo Archeologico Nazionale. Almeno fino all’età imperiale, il modello femminile di riferimento, riassunto in casta fuit, domum servavit, lanam fecit “fu casta, custodì la casa, lavorò la lana”, indirizzò l’educazione delle fanciulle romane, alle quali fin dalla più tenera età si insegnava a curare la casa, dirigere i servitori, ricamare e filare; sappiamo però che anche le bambine seguivano un primo ciclo di istruzione sotto la guida di un precettore, se lo status della famiglia lo consentiva, o nella pubblica, in classi miste, dove imparavano a leggere, scrivere, far di conto. L’epigrafe funeraria della piccola Magnilla, morta a soli 7 anni, la descrive come super annos docta, e Iulia Secunda, scomparsa a 11 anni, era doctrinā super legitimam sexus sui aetatem praestantissima. Fanciulla con il calamo e tavoletta cerata in mano. Affresco da Pompei. Napoli. Museo Archeologico Nazionale. Paquius Proculus (?) e la moglie che regge in mano le tavolette scrittorie. Affresco da Pompei. Napoli. Museo Archeologico Nazionale.

7 Dalle tavolette al libro Per scrivere gli alunni usavano la tabulae ceratae, tavolette di legno con il bordo rilevato entro il quale si stendeva uno strato di cera molle. I caratteri erano incisi con un cannello di avorio o metallo, detto stilus, appiattito all’altra estremità per poter cancellare i segni tracciati. Sul margine erano praticati dei fori attraverso i quali passava una cordicella che legava tra loro due o più tavolette, cos’ da formare una specie di libro. A partire dal III sec. a.C., quando le vicende politiche incrementarono i rapporti con l’Egitto e l’Oriente, i Romani cominciarono ad utilizzare fogli di papiro. E’ interessante ricordare che il nome italiano carta deriva, attraverso il latino charta, dal greco χάρτης, che significa appunto “foglio di papiro”. Per scrivere si usava inchiostro nero (atramentum) un miscuglio di fuliggine, pece, liquido di seppia e feccia di vino, diluito in acqua. Si scriveva su colonne parallele, sulla parte interna del rotolo; poi il rotolo veniva avvolto su se stesso intorno ad un bastoncino, umbelicus, andando così a formare il volumen (dal verbo volvo “avvolgere, arrotolare”). Infine il foglio veniva unto con olio di cedro e i margini levigati con la pomice; i rotoli venivano conservati in appositi cofanetti detti capsae. Dal I sec. a.C. si diffuse l’uso della pergamena prodotta con pelli di pecora, di capra o di vitello; i fogli membranacei venivano poi raccolti in copertine di legno, oppure di cuoio o di bronzo. La pergamena (membrana o vellum in latino) prende nome dalla città di Pergamo (nell'Asia minore) dove, secondo la tradizione riferita da Plinio il Vecchio, sarebbe stata inventata attorno al II secolo a.C., come sostituto del papiro, ma dato il suo costo molto più elevato e la complessità della produzione, anticamente non riuscì ad avere grande diffusione.

8 Lusus grammatici e lusus rethoris Concluso intorno ai 12 anni il lusus magistri, una sorta di alfabetizzazione elementare, gli scolari intenzionati a proseguire gli studi accedevano al lusus grammatici, dove perfezionavano la loro capacità di leggere e scrivere, e approfondivano la conoscenza della lingua latina nei suoi aspetti lessicali, morfosintattici e stilistici, intervallando gli argomenti con la lettura e il commento di opere di autori greci e latini. L’ultimo stadio del curriculum di studi era il lusus rethoris, ma si trattò almeno per buona parte del periodo repubblicano di un corso elitario, destinato ai figli delle famiglie aristocratiche e dell’alta borghesia, orientati verso mete ambiziose, cioè la carriera politica o l’avvocatura. Il percorso mirava a sviluppare la competenza oratoria, il senso critico e la capacità argomentativa, così da poterle poi sfruttare al meglio nella difesa o nell’accusa durante un processo, o nei discorsi pubblici tenuti in assemblea. Non mancava anche l’acquisizione di una certa competenza giuridica nella conoscenza e interpretazione delle leggi, ed infine una sorta di tirocinio nel foro, dove i futuri avvocati si mettevano alla prova sotto il controllo attento del loro rethor. Grammaticus greco II d.C. Roma. Palazzo Altieri.

9 La crisi dell’oratoria Con la fine della res publica, quando a poco a poco si spense il fervore del foro e la formazione dell’oratore fu relegata nelle scuole di retorica lontano dall’attualità della vita, questo tipo di istruzione non solo risultò del tutto inutile ma addirittura dannoso. I giovani istruiti ad un uso vuoto e fittizio della retorica, come dice Seneca il Retore, una volta terminati gli studi ed immersi nel foro per esercitare la loro professione, rischiavano di trovarsi spaesati, come quei corpi che, dopo essere stati abituati a vivere all’ombra e al chiuso, vengano esposti all’improvviso all’aperto, alla pioggia e al sole. Statua di bronzo detta dell’”arringatore”. II a.C. Firenze. Museo Archeologico.

10 Scuola pubblica o scuola privata? Con l’afflusso sempre più consistente di maestri greci giunti a Roma agli inizi del II secolo a.C. e la crescita di disponibilità economiche, i genitori romani ebbero molte più opportunità nella scelta dell’insegnante a cui affidare l’educazione dei propri figli. L’esigenza di istruzione più raffinata, che comprendesse anche la conoscenza della lingua greca, spinse le famiglie dell’aristocrazia a preferire l’insegnamento privato svolto a casa sotto la guida del pedagogus, mentre la classe medio borghese continuava ad avvalersi di quello pubblico. Meglio la scuola pubblica o privata? Ancora all’epoca di Quintiliano, alla fine del I secolo, il problema era ampiamente dibattuto, a giudicare dal suo deciso intervento a favore della scuola pubblica. Nella sua opera Institutio oratoria, composta per “dare consigli a chi si accinge ad insegnare”, egli mette in guardia dalle insidie e dai guasti che può produrre l’insegnamento di un precettore a casa, sia sul piano formativo che psicologico: la difficoltà di socializzazione con altri ragazzi e la tendenza a sviluppare un carattere timido e scontroso; l’incapacità di autovalutazione che nasce, invece, dal confronto con gli altri; l’assenza del senso di emulazione e di agonismo che sono stimolo ad un continuo miglioramento dei risultati, così come il rimprovero e la correzione pubblica, che, in modo misurato, accrescono l’attitudine all’apprendimento.

11 Verso la scuola istituzionalizzata Il sistema educativo proposto da Quintiliano è l’espressione del mutare dei tempi e delle esigenze del mondo romano. L’imponente macchina statale dell’impero avvertiva sempre di più il bisogno di un apparato burocratico formato da funzionari e impiegati validi, onesti e competenti, ideologicamente allineati con le direttive del princeps. A questo punto l’intervento dello stato nella formazione delle nuove leve diventò urgente e indispensabile: Vespasiano creò una struttura scolastica finanziata e controllata dallo stato e volle che ad occupare la prima cattedra pubblica di retorica fosse proprio il retore Quintiliano, retribuendolo con lo stipendio più che ragguardevole di sesterzi annui. La gestione statale della scuola attraverso l’assunzione diretta degli insegnanti e il controllo dei metodi e dei contenuti dell’insegnamento rispondeva a queste nuove urgenze e contribuiva ad ampliare la base del consenso nei confronti del principato. Vespasiano. I sec. Copenhagen, Ny Carslberg Glyptothek

12 Vir bonus dicendi peritus Il progetto didattico di Quintiliano prese le mosse dall’osservazione del livello di degrado a cui era ormai giunta l’oratoria, sia per la cattiva qualità dei maestri e la scarsa applicazione degli allievi, sia perché asservita alla logica del potere e del successo. A questo si aggiungeva la dilagante corruzione tra i funzionari statali votati ad interessi particolaristici e personali. Occorreva, quindi, prima di tutto formare un uomo capace di vivere onestamente e dotato di alti pensieri, e poi l’oratore in grado di trasmettere un sistema di valori attraverso le sue parole; per dirla in breve con un’espressione formulata da Catone e poi ripresa da Cicerone il vir bonus dicendi peritus “un uomo integerrimo, esperto nell’arte del parlare in pubblico”. Alla scuola Quintiliano assegna un’alta valenza educativa: è il luogo dove si formano davvero gli uomini e dove il maestro può diventare davvero un educatore; è una piccola società in cui l’alunno impara a vivere socialmente, si abitua a trattare con i suoi simili e a fare esperienza dei rapporti interumani; è il luogo di formazione dove si apprende il valore della cultura, che non è arido sapere nozionistico o mnemonica erudizione, ma il frutto dell’esperienza maturata dall’uomo nel corso della sua storia. Statua di Quintiliano a Calahorra, città natale del retore.


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