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LICEO SCIENTIFICO STATALE ORAZIO GRASSI Via Corridoni 2r 17100 SAVONA tel. 019822797 – fax 019856721 La ricerca della felicità FILOSOFIA E FELICITA’ “Noi.

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1 LICEO SCIENTIFICO STATALE ORAZIO GRASSI Via Corridoni 2r SAVONA tel – fax La ricerca della felicità FILOSOFIA E FELICITA’ “Noi riteniamo che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che tra questi sono la Vita, la Libertà e la Ricerca della Felicità.” (Dichiarazione di Indipendenza Americana 4 luglio 1776) Eudaimonia greca: Socrate e Platone: Gorgia, Repubblica, Filebo Aristotele: Etica Nicomachea Epicuro: Lettera a Meneceo, Massime Capitali Stoicismo: Medio e Nuovo Tommaso: Summa Theologiae Coluccio Salutati: Epistole Lorenzo Valla: De Voluptate Marsilio Ficino: Theologia Platonica Pico della Mirandola: De Dignitate Hominis Montaigne : Essais Giordano Bruno: Degli Eroici Furori Tommaso Campanella: La Città del Sole Il BONHEUR settecentesco: Felicità Privata e Felicità Pubblica

2 La felicità per Platone

3 “Per me insomma, soltanto chi è onesto e virtuoso, uomo o donna che sia, è felice; chi è ingiusto e malvagio, è un infelice.” [Gorgia, in Tutte le opere, Firenze, Sansoni, 1974, pp ]

4 “Orbene, dopo quanto s’è convenuto, Polo, anche quelli che cercano di sottrarsi alla punizione pare a me che facciano suppergiù come costoro; ne vedono, cioè, solo il lato doloroso, ma non hanno occhi per vederne il lato utile, e ignorano quanto, più dell’avere un corpo non sano, maggiore infelicità sia il coabitare con un’anima non sana, ma putrida, ingiusta ed empia.” [Gorgia. In Tutte le opere, Firenze, Sansoni, 1974, pp ]

5 “So. Orbene, non ne deriva che il più grave de’ mali è l’ingiustizia e l’operare ingiustamente? Po. Pare. So. Che la liberazione da questo male s’ottiene col pagarne la pena? Po. È probabile. So. Che il non pagarla importa permanenza del male? Po. Sì.” [Gorgia, in Tutte le opere, Firenze, Sansoni, 1974, pp ]

6 “So. Io, al contrario, pensavo che qualunque uomo, si chiami Archelao o altrimenti, il quale non paghi la pena delle ingiustizie commesse, non possa non essere il più infelice degli uomini, e che, in ogni caso, chi commette ingiustizie è più infelice di chi ne è vittima, e chi non ne paga la pena, più di chi la espia.” [Gorgia, in Tutte le opere, Firenze, Sansoni, 1974, pp ]

7 “E però avevo bene il diritto di dire che né io, né tu, né altri al mondo, può preferire di commettere ingiustizia, anziché subirla, perché è un male peggiore.” [Gorgia, in Tutte le opere, Firenze, Sansoni, pp ]

8 La giustizia “consiste nell'adempiere ai propri compiti senza occuparsi di troppe faccende.” [Repubblica]

9 “Ogni uomo deve esercitare nella società una sola funzione, quella per cui è nato.” [Repubblica]

10 “Pure, noi non fondiamo il nostro stato perché una sola classe tra quelle da noi create goda di una speciale felicità, ma perché l’intero stato goda della massima felicità possibile. […] Ora, noi crediamo di plasmare lo stato felice non rendendo felici nello stato alcuni pochi individui separatamente presi, ma l’insieme dello stato.” [Repubblica]

11 “Noi pensiamo che il piacere sia strettamente congiunto con la felicità, ma la più piacevole delle attività conformi a virtù è, siamo tutti d’accordo, quella conforme alla sapienza; in ogni caso, si ammette che la filosofia ha in sé piaceri meravigliosi per la loro purezza e stabilità, ed è naturale che la vita di coloro che sanno trascorra in modo più piacevole che non la vita di coloro che ricercano.”

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14 L’epicureismo La felicità come Hedoné

15 I 4 punti del tetrafarmaco: NON BISOGNA TEMERE GLI DEI PERCHÉ ESSI NON SI CURANO DI NOI NON BISOGNA TEMERE LA MORTE PERCHÉ QUANDO C'E' LEI NON CI SIAMO NOI E QUANDO CI SIAMO NOI NON C'E' LEI IL DOLORE È SOLO TRANSITORIO MA SE NON LO FOSSE CONDURREBBE ALLA MORTE OCCORRE PERSEGUIRE IL PIACERE O HEDONÉ.

16 La felicità consiste nel piacere, e questo nel soddisfacimento dei bisogni, che si traducono in desideri. Epicuro elabora una specie di catalogazione dei bisogni che se soddisfatti procurano l’eudemonia (letteralmente possedere un buon demone): La felicità consiste nel piacere, e questo nel soddisfacimento dei bisogni, che si traducono in desideri. Epicuro elabora una specie di catalogazione dei bisogni che se soddisfatti procurano l’eudemonia (letteralmente possedere un buon demone):

17 Bisogni NATURALI E NECESSARI, come ad esempio bere acqua per dissetarsi: questi soddisfano interamente poiché essendo limitati, possono essere completamente colmati.

18 Bisogni NATURALI ma non NECESSARI: come ad esempio per dissetarsi bere vino, certo non avrò più sete ma desidererò bere vini sempre più raffinati e quindi il bisogno rimarrà in parte insoddisfatto. Caravaggio, “Bacco”

19 Bisogni né NATURALI né NECESSARI, come ad esempio il desiderio di gloria e di ricchezze: questi non sono naturali, non hanno limite e quindi non potranno mai essere soddisfatti.

20 “Non è possibile vivere felici se non si vive una vita saggia, bella e giusta, né vivere una vita saggia, bella e giusta senza vivere felici. A chi manca ciò non è possibile vivere felice.” Epicuro,massime capitali 5

21 “Nessun piacere è per se stesso un male, però i mezzi per procurarsi certi piaceri portano con se tormenti che sono molto più numerosi che i piaceri stessi. ” Epicuro,massime capitali 50

22 La felicità secondo gli Stoici Vivi conforme alle regole iscritte nella 'razionalità' della natura e troverai la felicità.

23 Se si può parlare di libertà per gli Stoici, essa si identifica col riconoscimento e l’accettazione dell'ordine universale del Logos, che governa il cosmo. In altri termini la libertà è la scelta di aderire al Logos, è il rendersi conto del proprio inserimento nell'ordine naturale ed eterno delle cose, che è destino e anche provvidenza. La felicità è dunque autarchia, la completa autosufficienza del saggio, poiché essa non dipende dalle circostanze esterne. Il saggio è felice perché ha in sé tutto quanto gli occorre per vivere virtuosamente, ma non rifiuta per questo gli altri o la vita in comune.

24 La buona vita per Epitteto Per il filosofo l’uomo non conduce la propria vita,ma è condotto da lei, dalle circostanze che gli si presentano e alle quali reagisce, rincorrendo ciò che più gli piace ed evitando ciò che gli è sgradito. In questa prospettiva è compito dell’uomo scegliere quale sia la vita migliore dalla quale essere persuaso in rapporto ai valori che fondano la società, che siano essi l’onore, il piacere, l’interesse o il dovere, realizzando la Buona Vita. Si può anche considerare il “buono” di una vita in senso più astratto, da avvicinare al termine Bene considerato nella sua accezione morale propria di colui che fa del bene, ciò che è giusto, lodevole. Non esiste dunque una buona vita in sé, ma solo vite vissute che cerchiamo di condurre al meglio. La vita dell’uomo è allora buona quando questi sta bene nella propria pelle e nel mondo, quando sente che essa è giusta,equilibrata e in armonia con gli altri e la natura.

25 “ Perché libero è colui al quale tutto accade in pieno accordo con la sua con la sua libera scelta e al quale nessuno è di ostacolo” (Epicuro, Le Diatribe, I)

26 Seneca: la felicità Inseriamo ora il concetto di felicità stoica all’interno della dottrina di uno degli iniziatori della “nuova Stoà”,Seneca. Seguendo infatti l’etica stoica e in contrapposizione con la filosofia epicurea, Seneca sostiene che la felicità risiede non nel piacere ma nella virtù, in una vita conforme alla nostra natura, cioè secondo ragione. La vera felicità, dunque, risiede nella virtù, la quale ci consiglia di giudicare come bene solo ciò che deriva da lei e come male ciò che proviene invece dal suo contrario, la malvagità. Poi, di essere imperturbabili, sia di fronte al male che di fronte al bene, in modo da riprodurre in noi, per quanto è possibile, Dio.

27 “ Cosa?” mi dirai. “La virtù basta per essere felici?” E come potrebbe non bastare, quand’è perfetta e divina? Anzi, è più che sufficiente. Che può mancare, infatti, a chi si trova fuori da ogni desiderio? Non può venirgli nulla dall’esterno, quando ha già tutto dentro di sé.” ( “De Vita Beata”) “E’ dunque felice una vita consona alla propria natura. Questo può accadere solo se, prima di tutto, la mente è sana anzi nel pieno possesso delle sue facoltà, se è veramente forte, decisamente paziente, adattabile alle circostanze, attenta al corpo e a tutto ciò che lo riguarda ma senza ansie, amante dei vantaggi che migliorano la qualità della vita ma con distacco e pronta a servirsi dei doni della sorte senza diventarne schiava.” (”De Vita Beata”) “E’ dunque felice una vita consona alla propria natura. Questo può accadere solo se, prima di tutto, la mente è sana anzi nel pieno possesso delle sue facoltà, se è veramente forte, decisamente paziente, adattabile alle circostanze, attenta al corpo e a tutto ciò che lo riguarda ma senza ansie, amante dei vantaggi che migliorano la qualità della vita ma con distacco e pronta a servirsi dei doni della sorte senza diventarne schiava.” (”De Vita Beata”)

28 “la vita felice è il risultato di un animo libero, elevato, impavido e costante, al di sopra di ogni timore, al di sopra di ogni passione, per cui l'unico bene è la dignità.” (De Vita Beata,Seneca) (De Vita Beata,Seneca)

29 Agostino e la felicità “Beatos esse nos volumus” Tutti vogliamo essere felici; così come tutti vogliamo essere liberi. così come tutti vogliamo essere liberi. Agostino riconosce l’interconnessione tra religione e ricerca della verità e della Felicità. Agostino ha scritto che “non può essere felice chi non ha ciò che desidera, ma non è neanche necessariamente felice chi consegue ciò che desidera”. “De vita beata” (2, 10)

30 Agostino e la felicità Gli uomini “finché soggetti alla morte sono infelici”. La nostra vita è “costretta all’infelicità dai molti e grandi mali del mondo presente, è resa felice dalla speranza del mondo futuro, e per essa anche salva” giacché: “come la salvezza così la felicità non la possediamo già nel presente, ma l’aspettiamo nel futuro”. E “la libertà dalla morte, che vi sarà nell’aldilà, sarà anche la felicità finale” (“Città di Dio” 19).

31 Agostino e la felicità “Se vi domandassi perché credete in Cristo (dice Agostino nel Discorso 150, 4) perché siete divenuti Cristiani, ciascuno risponderebbe in verità «per essere felice».”

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33 L’uomo è al centro di un universo armonicamente strutturato, è protagonista e signore del suo mondo

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42 XIX. BISOGNA GIUDICARE DELLA NOSTRA FELICITA’ SOLO DOPO LA MORTE

43 Soltanto alla fine della vita si può dire se essa sia stata felice,perché spesso la fortuna insidia l’uomo proprio all’ultimo giorno. Soltanto alla fine della vita si può dire se essa sia stata felice,perché spesso la fortuna insidia l’uomo proprio all’ultimo giorno. Scilicet ultima sempre Scilicet ultima sempre Expectanda dies homini est,dicique beatus Expectanda dies homini est,dicique beatus Ante obitum nemo,supremazie funera debet. Ante obitum nemo,supremazie funera debet. I ragazzi conoscono a questo proposito il racconto del Re Creso. Egli,essendo stato fatto prigioniero da Ciro e condannato a morte,al momento dell’esecuzione esclamò: o Solone,Solone! Riferita questa cosa a Ciro e chiestogli che cosa voleva dire,quello rispose che provava allora a sue spese l’ammonimento che un giorno gli aveva dato Solone,che cioè gli uomini,anche se la fortuna fa loro buon viso,non si possono chiamare felici,finchè non si trovano all’ultimo giorno della loro vita,a causa dell’incertezza e incostanza delle cose umane,le quali con un leggerissimo movimento si cambiano da una situazione ad un’altra,tutta diversa. E per questo Agesilao,a qualcuno che chiamava felice il Re di Persia,poiché così giovane era arrivato a tale stato di potenza: Sì,disse,ma Priamo a tale età non fu infelice. In poco tempo i Re di Macedonia,successori di quel grande Alessandro,diventarono falegnami e cancellieri a Roma; i tiranni di Sicilia pedagoghi a Corinto. Un conquistatore della metà del mondo,e Capo di tanti eserciti,fu tramutato in un miserabile mendicante,furfanti,ufficiali del Re d’Egitto: altrettanto costò al grande Pompeo che la sua vita si prolungasse di cinque o sei mesi. E,al tempo dei nostri padri,Ludovico Sforza,decimo Duca di Milano,sotto il quale per tanto tempo aveva tremato l’Italia,fu visto morire prigioniero a Loche: e dopo esservi vissuto dieci anni,che fu il peggior periodo della sua esistenza. La più bella Regina, vedova del più gran Re della Cristianità,non è morta,or non è molto,per mano del boia? Ci sono altri mille esempi del genere.Poiché sembra che,come i temporali e le tempeste vengono a cozzare contro l’orgoglio e la superbia delle nostre navi,ci siano anche lassù spiriti invidiosi delle grandezze di quaggiù. I ragazzi conoscono a questo proposito il racconto del Re Creso. Egli,essendo stato fatto prigioniero da Ciro e condannato a morte,al momento dell’esecuzione esclamò: o Solone,Solone! Riferita questa cosa a Ciro e chiestogli che cosa voleva dire,quello rispose che provava allora a sue spese l’ammonimento che un giorno gli aveva dato Solone,che cioè gli uomini,anche se la fortuna fa loro buon viso,non si possono chiamare felici,finchè non si trovano all’ultimo giorno della loro vita,a causa dell’incertezza e incostanza delle cose umane,le quali con un leggerissimo movimento si cambiano da una situazione ad un’altra,tutta diversa. E per questo Agesilao,a qualcuno che chiamava felice il Re di Persia,poiché così giovane era arrivato a tale stato di potenza: Sì,disse,ma Priamo a tale età non fu infelice. In poco tempo i Re di Macedonia,successori di quel grande Alessandro,diventarono falegnami e cancellieri a Roma; i tiranni di Sicilia pedagoghi a Corinto. Un conquistatore della metà del mondo,e Capo di tanti eserciti,fu tramutato in un miserabile mendicante,furfanti,ufficiali del Re d’Egitto: altrettanto costò al grande Pompeo che la sua vita si prolungasse di cinque o sei mesi. E,al tempo dei nostri padri,Ludovico Sforza,decimo Duca di Milano,sotto il quale per tanto tempo aveva tremato l’Italia,fu visto morire prigioniero a Loche: e dopo esservi vissuto dieci anni,che fu il peggior periodo della sua esistenza. La più bella Regina, vedova del più gran Re della Cristianità,non è morta,or non è molto,per mano del boia? Ci sono altri mille esempi del genere.Poiché sembra che,come i temporali e le tempeste vengono a cozzare contro l’orgoglio e la superbia delle nostre navi,ci siano anche lassù spiriti invidiosi delle grandezze di quaggiù.

44 è VIVERE…

45 La vera natura del filosofo è socratica: “La calamità dell’uomo è il creder di sapere”. “Il molto sapere porta l’occasione di più dubitare”. “I miei pensieri e il mio giudizio, procedono a tastoni, tentennando, vacillando, inciampando; e quando sono andato più avanti che ho potuto, non mi sono sentito per nulla soddisfatto; vedo ancora altre terre più in là, ma in una visione confusa e come fra una nebbia che non riesco a penetrare”. In altre parole, la ricerca della Verità non ha fine. Antidogmatico, egli interpreta laicamente l’universo e le vicende umane e rivela uno scetticismo di fondo circa la possibilità di pervenire a conoscenze certe. L’uomo, in quanto essere “ondeggiante e diviso”, fonda la propria conoscenza su sensazioni limitate e imperfette e, dunque, non è in grado di formulare delle verità assolute. “Niente sembra vero, che non possa sembrare falso”. Non v’è causa d’errore più frequente che la ricerca della verità assoluta e, dunque, l’esistenza è per Montaigne un problema sempre aperto, un’esperienza continua. La vera natura del filosofo è socratica: “La calamità dell’uomo è il creder di sapere”. “Il molto sapere porta l’occasione di più dubitare”. “I miei pensieri e il mio giudizio, procedono a tastoni, tentennando, vacillando, inciampando; e quando sono andato più avanti che ho potuto, non mi sono sentito per nulla soddisfatto; vedo ancora altre terre più in là, ma in una visione confusa e come fra una nebbia che non riesco a penetrare”. In altre parole, la ricerca della Verità non ha fine. Antidogmatico, egli interpreta laicamente l’universo e le vicende umane e rivela uno scetticismo di fondo circa la possibilità di pervenire a conoscenze certe. L’uomo, in quanto essere “ondeggiante e diviso”, fonda la propria conoscenza su sensazioni limitate e imperfette e, dunque, non è in grado di formulare delle verità assolute. “Niente sembra vero, che non possa sembrare falso”. Non v’è causa d’errore più frequente che la ricerca della verità assoluta e, dunque, l’esistenza è per Montaigne un problema sempre aperto, un’esperienza continua.

46 Noi impariamo dai nostri errori, dalle nostre esperienze e da quelle altrui e “l’arte di viver bene è la più grande di tutte le arti.” Fondamentale è che l’uomo si accetti così com’è ed apprenda che “Il valore della vita, sta non nella lunghezza dei giorni, ma nell’uso che ne facciamo; uno può aver vissuto a lungo, e tuttavia pochissimo”. E così, fantasticare di una condizione migliore e più alta di quella in cui uno effettivamente si trova, coltivare il rimpianto per quella e il disprezzo per questa, è atteggiamento inutile e deleterio. Ciascuno esprime la propria singolarità e l’appartenenza alla universale condizione umana di cui elemento costitutivo è la morte.”Tu non muori perché sei malato; tu muori perché sei vivo” e se la morte ci fa paura dobbiamo imparare a morire: “Chi insegna agli uomini a morire, insegna loro a vivere”. L’umanesimo, ovvero il ritorno dell’Uomo a se stesso e la riscoperta della grandezza degli antichi, trova, a mio giudizio, la più alta espressione nell’opera di questo filosofo. In quest’epoca così travagliata dal fanatismo religioso (come era la Francia del ‘500 sconvolta dalle guerre di religione), questa dottrina può forse sembrare inattuale; rileggere le parole di Montaigne è come riascoltare un’antica musica di saggezza che ci ricorda i limiti e la grandezza del nostro ‘essere’ singolare e universale al tempo stesso e ci insegna che la vita è un valore assoluto ispirato a tolleranza e libertà.

47 QUE SAIS- JE?... QUE SAIS- JE?... CHE COSA SONO CHE COSA SONO IO? IO?

48 I filosofi antichi miravano alla conoscenza dell'uomo allo scopo di raggiungere la felicità. E anche questo scopo è al centro dei Saggi di Montaigne. La dimensione più autentica della filosofia è quella della saggezza che insegna come vivere per essere felici. Ma come può la ragione scettica, che Montaigne abbraccia, raggiungere questi obiettivi, quella ragion scettica che su tutte le cose eleva la domanda ammonitrice «che cosa so?» (que sais-je?). I filosofi antichi miravano alla conoscenza dell'uomo allo scopo di raggiungere la felicità. E anche questo scopo è al centro dei Saggi di Montaigne. La dimensione più autentica della filosofia è quella della saggezza che insegna come vivere per essere felici. Ma come può la ragione scettica, che Montaigne abbraccia, raggiungere questi obiettivi, quella ragion scettica che su tutte le cose eleva la domanda ammonitrice «che cosa so?» (que sais-je?).

49 Sesto Empirico aveva scritto che agli Scettici è accaduto di risolvere il problema della felicità proprio mediante la rinuncia della conoscenza della verità. Egli richiamava a questo proposito il noto apologo del pittore Apelle. Questi, non riuscendo a dipingere in modo soddisfacente la schiuma sulla bocca di un cavallo, gettò la spugna intrisa di colori con rabbia contro il dipinto, e la spugna vi lasciò un'impronta che pareva schiuma. E proprio come con la rinuncia Apelle ottenne il suo scopo, così gli Scettici con la rinuncia a trovare il vero (ossia sospendendo il giudizio) trovarono la tranquillità. La soluzione adottata da Montaigne si ispira a questa, ma è assai più articolata, ricca di sfumature e sofisticata, con l'inclusione anche di suggestioni epicuree e stoiche. L'uomo è misero? Ebbene, cogliamo il senso di questa miseria. È limitato? Cogliamo il senso di questa limitazione. È mediocre? Cogliamo il senso di questa mediocrità. Ma se capiremo questo, capiremo che la grandezza dell'uomo è proprio nella sua mediocrità. Il saggio deve cercare di respingere ogni argomento contro la vita e deve dire incondizionatamente «sì» alla vita e quindi «sì» a tutto ciò di cui la vita è fatta, al dolore, alle malattie e alla morte. Morire, in particolare, non è se non l'ultimo atto del vivere, e, quindi, saper morire fa parte del vivere. Saper vivere vuol dire non aver bisogno, per essere felici, di nient'altro se non dell'atto presente del vivere. Il saggio vive nel presente e il presente per lui è la totalità del tempo. «Il saggio ha fatto a se stesso una promessa, quella di non imprecare mai contro la vita, ed egli vive così come si mantiene un giuramento.

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54 «Tutto è bene, voi dite, e tutto è necessario. Ma come! Peggio sarebbe stato il mondo, senza che questo abisso inghiottisse Lisbona? Ma siete ben sicuri che quella causa eterna Che tutto sa, che tutto fa e crea da sola Non poteva gettarci in questi tristi climi senza che sotto i piedi ci accendesse vulcani?[…] Ebbene sì, ammettiamolo, il male è sulla terra, Il suo oscuro principio a noi è sconosciuto dall’autore del bene il male ci è venuto?».

55 Voltaire riscontra che il "tutto é bene" sembra ridicolo quando il male é sulla terra. Dieci secoli di atrocità danno al filosofo settecentesco una ragione in più per non credere tanto facilmente nella possibilità della felicità umana: bisogna ammetterlo, il male é sulla terra,perciò il piacere è difficilmente raggiungibile. Questo é il contesto in cui nasce un’altra opera di Voltaire,“Candido”. Nessuno dei personaggi agisce spinto da una ricerca di felicità,ma in vista di una speranza e non è detto che questa si realizzi. L’autore quindi nega ogni ipotesi di piacere:i personaggi,sfuggiti a innumerevoli sventure, possono avere una vita serena e appartata,ma non sono felici.

56 Nel ‘700 il piacere è visto come fattore necessario alla completezza morale dell’uomo. In particolare viene esaltata la felicità che ciascuno può trovare in questo mondo,e si insiste sulla disposizione degli uomini alla virtù, all’azione utile al bene della società, da cui verrebbe anche quel tipo superiore di piacere, fatto di riconoscimento altrui e di stima di sé, che rappresenta una condizione fondamentale della felicità individuale. A temperare l’ottimismo dell’epoca, intervengono importanti figure di intellettuali, tra cui Francois-Marie Arouet,detto Voltaire,che torna a sottolineare la presenza dominante del dolore e del male nell’esistenza umana che rende illusoria anche solo l’idea di poter raggiungere una condizione di stabile felicità. Per questo nel pensiero filosofico dell’autore emerge un'idea moderata di essa nel riconoscimento dei limiti oggettivi dell’essere umano.

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58 La felicità che il mio cuore rimpiange non è affatto composta da istanti fuggevoli, ma da uno stato semplice e permanente, che in sé non ha nulla di vivo, ma la cui durata ne accresce il fascino al punto da farmi trovare in esso la suprema felicità. La posizione di Rousseau sulla felicità è assai complessa e tormentata e richiede sottili distinzioni. Per l’uomo allo stato naturale, la felicità potrebbe essere a portata di mano con la soddisfazione dei bisogni e nel semplice godimento della vitalità dei sensi. Ma lo stato di natura è soltanto un’ipotesi, e da quando l’uomo è diventato in modo irreversibile un animale sociale, la felicità è per lui il risultato di un difficilissimo equilibrio tra sé e gli altri. Abituato a vivere sotto lo sguardo altrui, l’uomo civile non è infatti mai veramente solo con la sua coscienza, mentre la vita di relazione lo porta a maturare profondi bisogni affettivi.

59 Rousseau esprime da molti punti di vista l’inquietudine che caratterizza l’uomo moderno, che gli impedisce di raggiungere una condizione di equilibrio felice. Stabilità con se stesso e armonia nei rapporti con gli altri gli sono entrambe necessarie per essere felici, le vie che percorre alla ricerca della felicità conducono tutti a forme di equilibrio fragile, diversi ostacoli lo allontanano dalla meta, spingendolo verso una condizione di solitudine. Il sentimento dell’esistenza, spogliato d’ogni altro affetto, di per se stesso dona un prezioso stato d’appagamento e di pace, che basterebbe da solo a rendere cara e dolce l’esistenza.

60 “ La felicità è effettivamente la sola cosa che si debba ricercare, insignificantissima poi in ciò ch’ è una sola e medesima cosa colla vera libertà” ( Da “Esprit Des Lois”, pag. 116 )

61 La dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 richiama nel preambolo il fine della “felicità di tutti” mentre la dichiarazione giacobina del 1793 propone la formulazione della “felicità comune”. Per raggiungerla è necessario che il popolo venga educato ai valori dell’appartenenza civile, con feste e riti collettivi. Bisogna promuovere tutte le iniziative “che tendono ad eccitare l’amor di patria, a purificare i costumi, ad elevare gli spiriti, ad indirizzare le passioni del cuore umano verso l’interesse pubblico” ( Discorso alla Convenzione. Robespierre, 5 maggio 1794). Va sottolineato che l’idea di “felicità” va ancora intesa come Libertà, cioè una non ingerenza da parte dello Stato nella vita del cittadino. Per Montesquieu la libertà dell’individuo è compatibile con la Felicità sociale attraverso una “articolazione istituzionale che salvaguardi la libertà dell’individuo e la renda compatibile con una certa prosperità dello Stato”.

62 Egli disapprova l’accentramento della corona francese e sottolinea l’importanza di istituzioni dotate di poteri autonomi per moderare il potere monarchico: propone ovvero una monarchia con poteri bilanciati il cui compito è quello di equilibrarsi a vicenda e volta al raggiungimento della felicità che coincide con il Bonheur commun. I diritti dei cittadini sono garantiti quando c’è la divisione dei poteri e l’equilibrio tra le diverse forze sociali. In uno Stato sociale la libertà coincide con la legge ma la libertà è vista anche come indispensabile al raggiungimento della Felicità.


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