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Corso di Storia delle Relazioni Internazionali A.A. 2013/2014 Giovanni Bernardini 1.

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Presentazione sul tema: "Corso di Storia delle Relazioni Internazionali A.A. 2013/2014 Giovanni Bernardini 1."— Transcript della presentazione:

1 Corso di Storia delle Relazioni Internazionali A.A. 2013/2014 Giovanni Bernardini 1

2 La distensione europea La conclusione della guerra del Vietnam La “crisi” economica degli anni ‘70 2

3 La Distensione

4 La Distensione europea 4

5 La distensione europea La Distensione tra le due Superpotenze è essenzialmente un tentativo di stabilizzazione dell’ordine bipolare: ridimensionare i costi e i rischi Strategia intrinsecamente conservatrice di Nixon e Kissinger: congelare lo status quo, soprattutto in Europa Tuttavia, in Europa occidentale crescono le voci di dissenso rispetto alla stabilizzazione sin dagli anni ‘70 5

6 La distensione europea La prima manifestazione è la Détente condotta dal Presidente francese De Gaulle Sin dal 1964 tenta un dialogo con Mosca: è un tentativo di riprendere i tradizionali rapporti franco-russi Il fondamento di questa politica è che l’Unione Sovietica stia cambiando, e che sia un paese sempre meno comunista e rivoluzionario e sempre più simile alla vecchia Russia zarista 6

7 La distensione europea A fronte di questa evoluzione, era giusto che gli europei si sottraessero alle logiche di Guerra Fredda statunitensi e ricercassero una loro politica indipendente per iniziare a mutare la condizione di divisione del continente: “Un’Europa dall’Atlantico agli Urali” 7

8 La distensione europea Questa politica si scontra con due limiti: – Ciò che la Francia ha da offrire all’URSS in termini economici è limitato – Soprattutto: la crisi cecoslovacca dimostra che la trasformazione dell’URSS ipotizzata da De Gaulle in realtà non è ancora compiuta A raccogliere il testimone della distensione europea a partire dalla fine degli anni ‘60 sarà la Repubblica Federale Tedesca con il Cancelliere Willy Brandt: la “Ostpolitik” o “politica orientale” 8

9 La distensione europea L’idea fondamentale è che, per indurre un mutamento nei paesi dell’est e anche in URSS, sia necessario: – Far crescere la fiducia sulle reciproche intenzioni non aggressive (“firma di trattati di rinuncia all’uso della forza”) – Nel caso della Germania, dimostrare che il paese è realmente cambiato e che non esiste più alcun rischio di rinascita aggressiva. Riconoscere la realtà emersa dalla Seconda Guerra Mondiale 9

10 La distensione europea – Intensificare i contatti economici, secondo il principio per cui dove si fanno “affari” c’è meno rischio di escalation militari – Intensificare i contatti est-ovest tra individui e società, in modo da “instillare” il cambiamento a est: dagli scambi tra studenti, agli incontri religiosi, ai meeting sportivi, alla riscrittura condivisa della storia per i libri di testo 10

11 La distensione europea In concreto, il governo Brandt normalizzava le relazioni tra la Repubblica Federale Tedesca e l’Unione Sovietica, poi con tutti i vicini orientali. Questo passa attraverso il definitivo riconoscimento dei crimini commessi dal nazismo e delle responsabilità del popolo tedesco 11

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13 La distensione europea L’ultimo passaggio è il riconoscimento che ormai esistono due stati tedeschi e che essi devono avere rapporti per il bene del popolo tedesco (che rimane uno) Questo non chiude la porta alla riunificazione (cosa di cui all’epoca molti accusarono Brandt), ma lascia aperta la possibilità che questo avvenga esclusivamente con mezzi pacifici Nel 1973 i due stati tedeschi entrano all’ONU 13

14 La distensione europea Diffidenza da parte degli Stati Uniti: – Rischio di una neutralizzazione della Germania e quindi di un crollo della NATO? – Rischio di una destabilizzazione dell’Europa perché la Distensione sta creando troppe aspettative? Questo non avviene e anzi negli anni successivi la distensione europea (secondo le linee tracciate da Brandt) raccoglie frutti ben più duraturi di quella promossa dalle superpotenze 14

15 La distensione europea Dal 1972 al 1975 si lavora per dare vita a una Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) L’Atto Finale verrà firmato a Helsinki nell’agosto 1975 e costituirà una pietra miliare della distensione in Europa Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra mondiale, praticamente tutti i paesi europei cercarono di scrivere insieme le regole che avrebbero determinato i loro rapporti successivi 15

16 Il “decalogo”: Sovereign equality, respect for the rights inherent in sovereignty Refraining from the threat or use of force Inviolability of frontiers Territorial integrity of States Peaceful settlement of disputes Non-intervention in internal affairs Respect for human rights and fundamental freedoms, including the freedom of thought, conscience, religion or belief Equal rights and self-determination of peoples Co-operation among States Fulfillment in good faith of obligations under international law 16

17 La distensione europea Si capisce l’importanza del “decalogo” se si pensa che quei principi avrebbero costituito la base legale a cui si sarebbero appellati negli anni successivi tutti i movimenti di dissidenti nei paesi dell’est Di fatto, anche se ben presto il clima di Distensione arriverà a conclusione e torneranno a emergere tensioni, in Europa queste non giungeranno mai ai livelli precedenti (es. Berlino) 17

18 La distensione europea Rimarranno aperti sempre canali di dialogo, anche quelli che faciliteranno nella quasi totalità dei casi una fine non violenta dei regimi comunisti Legami economici che consentiranno dopo l’89 un rapido avvicinamento all’Unione Europea Ma soprattutto: indurranno un mutamento silenzioso ma progressivo e costante delle società dell’est verso il pluralismo, minando alle basi i regimi che li governavano 18

19 La distensione europea La CSCE si è scontrata a lungo con lo scetticismo statunitense. Soltanto in anni successivi, molti politici dell’epoca (compreso Kissinger) ammetteranno di averne sottovalutato la portata: “The Soviets desperately wanted CSCE, they got it, and it laid the foundations for the end of their empire. We resisted it for years, went grudgingly, Ford paid a terrible political price for going (…) only to discover years later that CSCE had yielded benefits to us beyond our wildest imagination. Go figure” R. Gates 19

20 Il Vietnam di Nixon 20

21 21 Jeffrey Kimball, “Nixon’s Vietnam War” Keith L. Nelson, “The Making of Détente: soviet-american relations in the shadow of Vietnam”

22 22 Fallimento dei primi negoziati diretti nel 1968: lo zampino di Nixon ? Promessa elettorale di concludere la guerra (la parola ‘vittoria’ di fatto scompare) Nei primi sei mesi si chiarisce la strategia di Nixon e Kissinger: – Ricerca di collaborazione sovietica – Vietnamizzazione del conflitto (incontro delle Midway, Dottrina Nixon). È un’idea del Segretario della Difesa Laird, a Kissinger non piace perché limita il margine di manovra della diplomazia. – Trattative dirette con il Vietnam del Nord a Parigi

23 23 Il “piano per il Vietnam” promesso da Nixon, in realtà non esisteva Viene comunque mantenuto l’impegno a diminuire il numero di militari statunitensi impiegati: – all’ingresso alla Casa Bianca – alla fine del 1971 – alla fine del 1972 – Nel 1973 abolita la leva obbligatoria – Le critiche di Kissinger: intaccata la “credibilità”

24 24 Al contempo: gli sforzi diplomatici erano dedicati ad evitare l’umiliazione di una vittoria militare nord-vietnamita: neanche Nixon vuole essere “il primo presidente americano a perdere una guerra” Prendono forma i termini del “patto con il diavolo”: ritiro delle forze statunitensi solo in cambio della solenne promessa di Hanoi di cessare la sua aggressione militare contro il sud e di accordare al governo di Saigon un’adeguata opportunità di sopravvivenza

25 25 Contemporaneamente, ricerca del sostegno di Mosca (e poi Pechino) per tenere a freno il governo di Ho Chi Minh e spingerlo ad un atteggiamento più conciliante durante le trattative di Parigi. In realtà, la fine del monolitismo comunista rende le cose più complesse (concorrenza URSS-Cina) Molto più ambigue sono le richieste statunitensi in merito al sostegno economico e militare che Mosca fornisce al Vietnam: atteggiamento “cinico”, si esprime “comprensione” perché non si può condannare il supporto di una superpotenza ad un alleato

26 26 Per il momento, nessuna flessibilità da parte di Hanoi: le operazioni belliche continuano, e si chiede il ritiro incondizionato delle truppe statunitensi Si realizza uno dei peggiori incubi di Kissinger: i nord vietnamiti hanno pochi incentivi al compromesso poiché sono coscienti che Nixon non avrebbe osato invertire il disimpegno statunitense già intrapreso, contro l’opinione pubblica e il Congresso.

27 27 Di fronte allo stallo della diplomazia, Kissinger è favorevole ad innalzare il livello dello scontro militare. Necessità di una “mossa a sorpresa” che dimostri la risolutezza della Casa Bianca nel perseguire i propri piani: la vittima designata è la Cambogia. Il paradosso: per terminare il conflitto si finirà per estenderne i confini.

28 28 Nixon non era convinto fino in fondo, per ragioni di opinione pubblica. La Cambogia era neutrale da anni, ma ormai il suo regime fondava la propria politica sulla convinzione che la vittoria dei comunisti in Vietnam fosse solo una questione di tempo

29 Tacita approvazione della costruzione di “santuari” nord-vietnamiti, e soprattutto dell’utilizzo del proprio territorio per condurre operazioni militari (“sentiero di Ho Chi Minh”) Il Presidente Johnson aveva espressamente rifiutato l’ipotesi che i suoi generali gli avevano prospettato: colpire le unità vietnamite in Cambogia Nixon al contrario ordina nell’aprile del 1969 una campagna segreta di bombardamenti 29

30 30 Il regime di Phnom Penh non reagisce, ma rifiuta categoricamente l’ingresso alle truppe statunitensi e sud vietnamite Colpo di stato del generale Lon Nol, incoraggiato dall’intelligence statunitense Il 30 aprile Nixon annuncia che forze di terra sono entrate in Cambogia con l’approvazione del nuovo regime. Dal punto di vista militare l’intera operazione è un disastro senza appello. Ritiro in tempi brevi. Cosa più grave: se si cercava una prova che la vietnamizzazione stava funzionando, il risultato è del tutto controproducente.

31 Da quello mediatico, il risultato se possibile è anche peggiore – In patria: accuse di bypassare il controllo del Congresso – Rinnovate proteste contro l’attacco ad un paese neutrale. Quattro studenti uccisi all’università di Kent, Ohio, il 4 maggio 1970 – Dimissioni di membri minori dell’amministrazione “disgustati” dal comportamento della Casa Bianca. Kissinger li definirà in modo sprezzante “bleeding hearts” – In Cambogia: dopo il ritiro delle truppe statunitensi, quelle sud vietnamite uccidono e saccheggiano, infiammando in senso antiamericano l’opinione pubblica locale 31

32 32 Si scatena una guerra civile che finirà soltanto con l’affermazione del regime dei Khmer Rossi di Pol Pot e con una tragedia che ha pochi paragoni nella storia

33 33 Nonostante questo, la Casa Bianca sembrava non imparare dai propri errori. Nel febbraio 1971 viene lanciata l’operazione Lam Son 719: unità sud vietnamite invadono il Laos, con supporto di forze aeree USA. Ulteriore disastro militare. Dimostrazione di debolezza delle truppe sud vietnamite; ritiro.

34 34 Dopo una fase di calma relativa, Hanoi progetta una nuova offensiva nel maggio del 1971, di fronte al peggioramento della posizione statunitense Eppure, a Washington si diffonde la convinzione, supportata da Kissinger, che l’apertura alla Cina farà crollare Hanoi “entro l’anno”. Il giudizio degli storici non è univoco: dopo l’apertura alla Cina, Hanoi ha giocato maggiormente che in passato sulla rivalità Pechino-Mosca.

35 35 Ulteriore mossa di Washington: dal dicembre del 1971 bombardamenti “preventivi” sul Vietnam del nord Altro fallimento: nel marzo del 1972 le truppe del nord irrompono nella zona demilitarizzata lungo il confine

36 36 Misure estreme di Nixon: minato il porto di Haiphong per arrestare il flusso di armi proveniente dall’Unione Sovietica. Paradosso: Pechino invia immediatamente una squadra di sminatori… La diplomazia tra le due superpotenze non si interrompe: nonostante i timori di Washington, e nonostante i danni arrecati ad alcune navi sovietiche, Mosca non protesta e non cancella il meeting

37 37 Condizionato dallo stallo dell’offensiva militare e dalla diplomazia triangolare, il regime di Hanoi torna al tavolo negoziale con spirito più conciliante Da settembre le prospettive di accordo sono migliori: cade la richiesta pregiudiziale di un governo di coalizione (che includa il FLN) a sud

38 Da parte sua, Kissinger promette a Le Duc Tho il ritiro totale delle forze statunitensi (ormai ridotte a unità) entro due mesi, e concede un cessate il fuoco senza chiedere il ritiro delle truppe dalla parte di Vietnam del sud che era stata occupata. Soprattutto, promette che il regime di Saigon entrerà in trattative dirette con Hanoi L’accordo, insieme alle visite a Pechino e Mosca, portano Nixon al risultato sperato… 38

39 39 Una volta rieletto, Nixon passa alle “maniere forti” : – Bombardamenti di Hanoi ed Haiphong a dicembre per rafforzare la posizione di Saigon (feroci critiche di Le Duc Tho) – Impegno segreto di Kissinger per la reintroduzione di truppe statunitensi in caso di violazione degli accordi da parte di Hanoi – D’altra parte, minaccia di cancellazione di qualunque aiuto statunitense e firma di una pace separata con Hanoi, nel caso in cui Thieu avesse rifiutato gli accordi di Parigi.

40 40 L’accordo per il cessate il fuoco viene infine stipulato a Parigi il 27 gennaio Washington si impegnava a rimuovere le proprie forze armate entro sessanta giorni, e le parti si accordavano sullo scambio di prigionieri di guerra Tuttavia: ambigui i termini dell’accordo relativi ai negoziati tra le due fazioni per l’organizzazione di elezioni democratiche

41 41 Alla partenza da Saigon, la “vietnamizzazione” era avvenuta in una certa misura: – l’esercito del Vietnam del Sud era la quinta maggiore forza militare del mondo, sulla carta – Disponeva dell’arsenale lasciato sul campo dagli statunitensi

42 42 – MA: sfuma ben presto, anche dal punto di vista formale, la promessa di un ritorno delle truppe statunitensi. Nel novembre del 1973 il Congresso ignora il veto di Nixon e promulga il War Powers Act: in assenza di esplicita disposizione del Congresso, il personale militare statunitense inviato in combattimento all’estero deve essere rimpatriato entro due mesi. È la fine della “presidenza imperiale”, e l’inizio della “sindrome del Vietnam”, ovvero la riluttanza ad utilizzare la forza militare statunitense all’estero.

43 43 Il 9 marzo 1975 le truppe vietnamite del nord invadono il sud, spezzandone di fatto la continuità territoriale In Laos, gli alleati del Viet Minh conquistano il potere negli stessi giorni In Cambogia i Khmer rossi conquistano la capitale e danno vita all’operazione “anno zero” Il 30 aprile cade Saigon; il corpo diplomatico statunitense fugge e porta con se cittadini vietnamiti

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45 45 Cosa lascia la guerra del Vietnam: – Vittime vietnamite oltre il milione di unità militari (se la definizione ha un senso) – Vittime civili nello stesso ordine di grandezza – Decine di migliaia durante le operazioni belliche e soprattutto i bombardamenti dell’era Nixon – vittime statunitensi; (stima per difetto) tra il 1969 e il 1975 – feriti (gravi) – Costi che, negli anni 69-75, erano nell’ordine di 50 miliardi di dollari all’anno – Soprattutto: la perdita di supporto nazionale per la guerra e la diffidenza nei confronti del governo federale

46 Born down in a dead man's town The first kick I took was when I hit the ground End up like a dog that's been beat too much Till you spend half your life just covering up Got in a little hometown jam So they put a rifle in my hand Sent me off to a foreign land To go and kill the yellow man … Come back home to the refinery Hiring man said "son if it was up to me“ Went down to see my V.A. man He said "son, don't you understand“ 46

47 I had a brother at Khe Sahn Fighting off the Viet Cong They're still there, he's all gone He had a woman he loved in Saigon I got a picture of him in her arms now Down in the shadow of the penitentiary Out by the gas fires of the refinery I'm ten years burning down the road Nowhere to run ain't got nowhere to go 47

48 48 Come ha sottolineato uno storico: Nixon era preoccupato dalle conseguenze della guerra sull’immagine del paese e della presidenza; Kissinger delle “ramificazioni geopolitiche” e dell’ossessione della credibilità. Entrambi sottovalutano le ragioni dell’altro, e soprattutto le considerazioni di carattere militare Ogni volta che le ragioni di politica interna si fanno pressanti, Nixon e Kissinger si allontanano a causa di sensibilità ed esigenze diverse Un “ritiro onorevole” è uno dei tanti principi che Kissinger non riesce a spiegare

49 49 Di certo, la lente del bipolarismo aveva deformato la realtà: i sovietici non erano in grado di fornire l’aiuto che Washington attendeva L’ossessione per la “credibilità” finisce per svolgere lo stesso, tragico ruolo della dottrina del domino

50 Gli anni ‘70 e la crisi del capitalismo postbellico 50

51 Gli anni ‘70 e la crisi del capitalismo postbellico L’egemonia consensuale statunitense sull’Occidente (o “mondo libero”) non si fondava soltanto sulla protezione militare A venti anni di distanza dal Piano Marshall, la filosofia politica ed economica che l’aveva ispirato aveva avuto successo: il benessere dava un fondamento sociale e politico al “contenimento” Europa occidentale ricostruita e integrata, con livelli di benessere diffuso mai sperimentati in precedenza 51

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54 1948: Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (OECE). Promossa dagli USA con l’obiettivo di gestire gli aiuti del Piano Marshall 1950: Unione Europea dei Pagamenti (UEP). Introduzione di un sistema di compensazioni dei crediti in monete europee. 1951: Creazione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) 1957: Comunità Economica Europea (CEE) 54

55 La CEE funziona come una “grande incubatrice” che protegge il completamento del boom economico postbellico europeo. Per paesi come l’Italia è indispensabile Il PIL cresce al ritmo vertiginoso del 5% annuo Il prodotto pro capite è triplicato in una generazione I redditi si avvicinano a quelli statunitensi Importante: anche senza integrazione regionale, i ritmi del Giappone sono del tutto simili a quelli europei 55

56 Trasformazione delle società: piena occupazione, espansione delle classi medie, integrazione dei lavoratori nella società dei consumi Ridimensionamento delle ideologie anticapitaliste; economia “collaborativa” (sindacati e rappresentanze di lavoro); grandi sistemi di welfare Risultati ottenuti con l’emulazione di sistemi statunitensi: svuotamento delle campagne, incremento dell’industria e poi del terziario, sviluppo tecnologico 56

57 L’apertura dello spazio economico europeo e l’atteggiamento favorevole degli Stati Uniti avevano fatto il resto per favorire il boom europeo Rispetto agli Stati Uniti, in Europa è ancora più marcato l’orientamento verso un “capitalismo coordinato”: pianificazione pubblica, concentrazione in grandi aziende (con forte collaborazione con i governi), organizzazioni imprenditoriali e sindacali centralizzate, forte settore terziario pubblico (trasporti, istruzione…) 57

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59 Il pilastro su cui si fondava il lungo boom di Europa e Giappone era il sistema monetario inaugurato a Bretton Woods: – Dollaro convertibile in oro (nelle riserve statunitensi) con un valore prefissato: 35 dollari per oncia d’oro – Le altre monete dovevano ancorarsi a questo valore secondo una parità fissa – Autorità internazionali (di fatto dominate da una quota maggioritaria statunitense) dovevano vigilare sulle parità e consentire una loro modifica in situazioni del tutto eccezionali 59

60 Perché il sistema di Bretton Woods? – Favorire un flusso di aiuti e investimenti verso l’Europa e il Giappone – Secondo uno schema ideale, i dollari sarebbero dovuti rientrare negli Stati Uniti sotto forma di acquisti dall’estero – Seppure il sistema non era del tutto in equilibrio, gli Stati Uniti ottenevano comunque dei cospicui vantaggi economici e soprattutto non economici (contenimento dell’Unione Sovietica) 60

61 Dagli anni ‘60 il sistema inizia a mostrare qualche crepa. Sempre più dollari escono dagli Stati Uniti, sempre meno dollari fanno ritorno. Perché? – Incremento di spese statunitensi “improduttive” all’estero (sovvenzioni militari, aiuti al Terzo Mondo) – Il compimento della ripresa europea e giapponese attirava investimenti statunitensi – La fuoriuscita di dollari era sempre meno bilanciata dalle esportazioni statunitensi 61

62 Giappone e soprattutto CEE sono sempre più competitivi sul mercato internazionale: le esportazioni statunitensi si contraggono e le importazioni negli Stati Uniti crescono del 170% negli anni ‘60 Gli Stati Uniti si avviano verso un doppio deficit: della bilancia dei pagamenti (soldi che escono-soldi che entrano) e commerciale (merci che escono-merci che entrano). La guerra del Vietnam è il “colpo di grazia” In più: il sistema di Bretton Woods, voluto dagli americani, era vittima del suo stesso successo (pieno recupero delle altre economie) 62

63 Quali erano le conseguenze di questa situazione? Gli Stati Uniti potevano limitare gli effetti negativi grazie a un “privilegio”: il dollaro era la moneta internazionale di riferimento e di riserva, ma era stampata dalle autorità degli stessi Stati Uniti Quindi, teoricamente potevano sostenere i costi della loro politica semplicemente stampando dollari 63

64 Questo però minava le basi stesse del sistema di Bretton Woods: – Inflazione generalizzata – Mancata corrispondenza tra massa di dollari in circolazione e riserve d’oro negli Stati Uniti Critiche crescenti in Europa e in Giappone: – troppi dollari mettevano a rischio la stabilità monetaria di cui essi avevano bisogno per il commercio – Gli Stati Uniti godono di un privilegio sempre meno giustificabile con le esigenze di Guerra Fredda 64

65 Questa questione si interseca con: – la crescente concorrenza commerciale tra Stati Uniti e alleati – Le crescenti critiche politiche agli Stati Uniti (Vietnam, rifiuto di una distensione in Europa) Simbolicamente, la Francia chiede a più riprese la conversione dei dollari in oro per far presente il problema Per il momento, però, nessuno vuole la fine dei sistema di cambi fissi: terrore della ripetizione dei meccanismi degli anni ‘30 65

66 Da parte europea e giapponese si chiedeva rigore agli americani per tornare a una situazione di equilibrio Da parte statunitense si chiede la rinuncia a convertire i dollari in oro, e soprattutto una migliore ridistribuzione delle spese per la difesa comune Alla fine degli anni ‘60 si trovano misure tecniche correttive che tamponano la situazione, ma non risolvevano i problemi. Soprattutto, sembrava difficile giungere a soluzioni che andassero bene a tutte le parti 66

67 Le istanze economiche del Terzo Mondo Sin dagli anni ‘50, dai paesi di recente indipendenza in Africa e Asia giungono richieste di sviluppo economico e di riequilibrio tra aree più ricche e più povere del mondo Dal 1964 quei paesi riescono a imporre un forum permanente in seno all’ONU: l’UNCTAD (Commissione ONU per commercio e sviluppo) All’interno di questa, 77 paesi fanno gruppo e promuovono l’idea di un nuovo ordine economico mondiale 67

68 Le istanze economiche del Terzo Mondo In sostanza, il Terzo Mondo ricavava poco dalle materie prime che esportava, e i ricavi non erano sufficienti ad alimentare l’accumulazione di capitali necessari allo sviluppo economico e sociale. Gli aiuti occidentali risultavano troppo condizionati da esigenze politiche (di Guerra Fredda) e quindi spesso incostanti. Scarsa libertà di perseguire uno sviluppo autonomo da modelli 68

69 Le istanze economiche del Terzo Mondo Scarse conseguenze politiche: il fronte è meno unito quando si tratta di negoziare col “primo mondo” Tuttavia, i temi emersi da quelle rivendicazioni finiscono per fare parte del discorso pubblico ed entrano nel dibattito dei paesi occidentali 69

70 Le istanze economiche del Terzo Mondo Dal 1964 i paesi della CEE stipulano convenzioni con paesi africani (poi saranno anche asiatici e del Pacifico). Si tratta in buona parte di ex-colonie con cui le ex-madrepatrie avevano stipulato accordi. Tariffe preferenziali per il commercio, minori pressioni politiche rispetto alle due Superpotenze 70

71 Le istanze economiche del Terzo Mondo La prospettiva di un ingresso della Gran Bretagna nella CEE (che inizia a essere concreta sin dalla fine degli anni ‘60) significa un ampliamento di questo sistema anche a buona parte dell’ex impero britannico Forti contestazioni statunitensi: si tratta di un sistema che viola l’impegno al libero commercio 71

72 La rivoluzione copernicana di Nixon Quando Nixon entra alla Casa Bianca, il suo progetto complessivo è la riformulazione della dottrina del “contenimento” con minori costi per gli Stati Uniti (distensione, “Dottrina Nixon”, maggiori carichi per gli alleati nella difesa comune)… … ma anche la riformulazione dell’egemonia americana contenendone i costi e aumentandone i guadagni Nel complesso, prendere atto che una fase del dopoguerra è finita 72

73 Minore disponibilità del Giappone a contenere il proprio espansionismo commerciale e ad aumentare le importazioni. Concorrenza feroce ai prodotti statunitensi in alcuni settori chiave (tessile, poi automobili…) La CE, sia pure tra mille timori, intraprende passi ufficiali verso una “Unione Economica e Monetaria” con l’obiettivo ultimo di armonizzare le politiche economiche e di adottare una moneta comune Il progetto del Nuovo Ordine Economico Internazionale (NIEO) continua ad aggregare nuovi consensi 73

74 In sostanza, dal mondo capitalista si levano voci che chiedono agli Stati Uniti di rivedere la loro egemonia, ma sempre in senso consensuale (accomodare le richieste altrui per il bene dell’intero sistema) Aumenta la fuga di capitali dagli Stati Uniti: cresce i passivo della bilancia dei pagamenti Nel 1971 gli USA registrano anche il primo deficit commerciale Due strade: soluzione multilaterale o unilaterale. Alla fine prevarrà la seconda 74

75 75 “The simple fact is that in many areas other nations are out- producing us, out-thinking us and out-trading us” John B. Connally “We’ll fix those bastards” Richard M. Nixon


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