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DIFFERENZA TRA CATECHESI NARRATIVA E MORAL-DOTTRINALE.

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Presentazione sul tema: "DIFFERENZA TRA CATECHESI NARRATIVA E MORAL-DOTTRINALE."— Transcript della presentazione:

1 DIFFERENZA TRA CATECHESI NARRATIVA E MORAL-DOTTRINALE

2 Normalmente i testi sacri sono in prevalenza normativi e dottrinali : dicono cosa fare e cosa credere. La Bibbia, invece, ha per lo più testi narrativi. I Vangeli, a loro volta, raccontano soprattutto dei fatti. I fatti non sono da fare: sono già fatti. Neppure da credere: sono fatti, non promesse. Sono invece da osservare e contemplare. Il loro racconto ricambia più di ogni dottrina e norma La dottrina è da credere,la norma da fare, il racconto da ascoltare. Da quanto esso produce il lui, il lettore sa cosa pensare, cosa fare e come agire. Dottrina e norma vengono solo dall’esperienza di quanto è raccontato. I testi dottrinali e normativi hanno la loro utilità. Ma, se non scaturiscono da narrazioni di fatti e non si misurano con la narrazione di ciò che producono, sono sterili, anzi nocivi.

3 I catechismi non sono ispirati. Sono considerazioni umane su Dio; ma non presentano la realtà di Dio che parla e si comunica raccontandosi nella vicenda comune, sua e dell’uomo … Dio non si può confondere con idee nostre su di lui: è idolatria. Egli, creatore e principio di tutto, si esprime attraverso la creazione e la storia, suo racconto “oggettivo”, e attraverso la risposta che suscita nel cuore dell’uomo, racconto “soggettivo” del nostro rapporto con lui.

4 Possiamo parlare di Dio solo per “analogia” (cf. Sap 13,5), senza dimenticare che l’analogo ha dell’equivoco. Quanto vediamo di positivo nelle creature, lo possiamo e dobbiamo affermare anche del Creatore; negandone però la limitatezza ed elevandone la grandezza. A ragione dice Cusano che Dio è coincidentia oppositorum. La sua realtà, indicata ma non capita dall’intelligenza, è compresa dall’amore. Non a caso il comando è amare Dio. Solo il cuore “capisce”, perché accoglie ciò che l’intelletto non può cogliere. Il modo migliore per parlare di Dio è quello con il quale si è rivelato: il racconto del suo rapporto con noi e del nostro con lui.

5 La catechesi è una terapia del cuore: nella terapia psicologica non il sapere concettuale aiuta, ma il rivivere l’esperienza mediante il racconto. Il valore specifico della catechesi biblica rispetto alle altre forme di catechesi è quello del racconto che fa rivivere l’esperienza. I catechismi possono servire per “indottrinare”, ma non per istruire e salvare il popolo di Dio. Ciò che salva è Dio stesso, con i “fatti salvifici”, rivelati e comunicati dal racconto. Le spiegazioni non sono né salvifiche né di fede. È doveroso eliminare quelle fuorvianti e dare quelle illuminanti. Ma la comprensione del racconto è data soprattutto dalla testimonianza viva della comunità: la catechesi è ricordo\racconto della propria esperienza comunicata all’altro.

6 Ciò che leggo, rilegge dandomi una nuova interpretazione di me. Mentre mi applico al testo, vedo che il testo si applica a me. Il Racconto mi ri-racconta sempre di nuovo in modo più bello e più libero. Mi accorgo che dentro di me, sotto cumuli e strati di menzogne, c’è il volto di Dio: è la mia verità di figlio. La Parola è come il sole. Dissolvendo menzogne e paure, mi fa vedere la mia verità. In questo senso il Vangelo è una logoterapia, nell’accezione precisa del termine. È un antivirus, che mi riconsegna, nella sua integrità, il significato delle parole fondamentali – verità, vita, amore, libertà – che la menzogna aveva stravolto in schiavitù, egoismo e morte. (cf. S. Fausti, Per una lettura laica della bibbia, pp.60-66) VANGELO COME “LOGOTERAPIA”: RACCONTO CHE MI RI-RACCONTA

7 Per un agire pastorale profetico della Chiesa oggi Nella prassi della comunità cristiana tra le vita di fede e la comunicazione della stessa c’è uno strettissimo rapporto, poiché la prima si esprime nella seconda e questa postula la prima. La fede non si ferma al piano puramente poetico, ma diventa esperienza, racco di sé. Come sostiene A. Binz, raccontare la propria vita spirituale è parte integrante del processo di trasmissione della fede e il raccontare “la propria storia biografica si iscrive nello svolgimento narrativo di una storia di salvezza”. LA PROSPETTIVA PASTORALE NARRATIVA-AUTOBIOGRAFICA

8 Le comunità cristiane diventano luoghi di relazioni quando raccontano e si raccontano, più che da un punto di vista linguistico-trasmissivo, “sul piano dell’azione, comunità che fanno, cioè, memoria dei “mirabilia Dei” nell’oggi della storia e degli avvenimenti comuni della gente”. La testimonianza come racconto di sé non lascia mai indifferenti coloro che ascoltano e, anche se non sempre produce cambiamento, almeno provoca la pensabilità e la possibilità di cambiare. Ogni racconto di sé è sempre un’interpretazione mediata della vita. LA PROSPETTIVA PASTORALE NARRATIVA-AUTOBIOGRAFICA

9 Il metodo narrativo-autobiografico, trasferito nella realtà ecclesiale, si chiama mistagogico, inteso come stile orientato a consolidare la propria fede attraverso implicanze autoformative che favoriscono l’apprendere dal proprio vissuto. In questo quadro complessivo, si è delineata una riflessione teologico-pastorale che prospetta per il futuro della prassi ecclesiale e pastorale, sul piano metodologico-abilitativo, la via mistagogico-narrativa. (cf. D. Lucariello in AIC, Pluralità di linguaggi e cammino di fede, pp.178-179) LA PROSPETTIVA PASTORALE NARRATIVA-AUTOBIOGRAFICA


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