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Scopo: I pazienti Alzheimer mostrano una progressiva perdita della loro conoscenza semantica (Hodges et al., 1992): comparati a soggetti di controllo normali.

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Presentazione sul tema: "Scopo: I pazienti Alzheimer mostrano una progressiva perdita della loro conoscenza semantica (Hodges et al., 1992): comparati a soggetti di controllo normali."— Transcript della presentazione:

1 Scopo: I pazienti Alzheimer mostrano una progressiva perdita della loro conoscenza semantica (Hodges et al., 1992): comparati a soggetti di controllo normali di pari età presentano ridotte capacità nel denominare oggetti nel proprio campo visivo ( Hodges, 1995). Componenti di reti neurali a larga scala supportano l'idea che la memoria semantica possa modificarsi per mantenere il suo livello di funzionamento anche quando vi sono danni dovuti a malattie neurodegenerative (Grossman M., 2003). Partendo dall’assunto che le conversazioni condotte secondo i principi del Conversazionalismo hanno per obiettivo di realizzare una conversazione felice e che contribuiscono a creare un contesto facilitante per la produzione lessicale nei pazienti affetti da AD di grado medio-grave (Vigorelli, 2004), l’obiettivo del seguente studio è quello di verificare se i miglioramenti apportati dalla terapia Conversazionale nella produzione lessicale di sogetti AD possano essere correlati a cambiamenti nell’attività cerebrale degli stessi soggetti esposti a misurazioni di fMRI durante l’esecuzione di un compito di attribuzione di giudizio a stimoli semantici. L’ approccio Conversazionale si propone come un fattore agevolante della produzione lessicale nei soggetti AD. Sembra infatti che la conoscenza semantica nei pazienti AD rimanga intatta e implicitamente accessibile, ma esplicitamente danneggiato sembra essere l’accesso consapevole alle informazioni (Nebes, 1992; Nicholas et al., 1996). I deficit cognitivi della DA sono stati ampiamente studiati e sono chiaramente correlati con le alterazioni neurofunzionali e con la severità della demenza. Tuttavia il deficit funzionale e la perdita di autonomia dei pazienti non dipende solo dal danno provocato direttamente dalla malattia. Nell’approccio conversazionale ci si basa sull’ipotesi di lavoro che esista un deterioramento aggiuntivo a quello neurologico e che esso dipenda dall’interazione tra il paziente e l’ambiente. Con l’espressione deterioramento reversibile viene appunto indicata quella quota di disabilità e di svantaggio sociale che non dipende dal disturbo organico. La tecnica conersazionale ha come obiettivo quello di indirizzarsi alle funzioni integre e presenti nel paziente, cioè alle funzioni conversazionali, fornendo un ambiente relazionale adatto nel quale il paziente parli il più a lungo possibile (Vigorelli, 2004). CONVERSAZIONE E NEUROIMAGING. RICERCA DI CORRELAZIONI BASATE SULL’APPROCCIO CONERSAZIONALE C. Conti 1, M. Fulcheri 1, P. Vigorelli 2, 1 Istituto di Psicologia Clinica Università “G. d’Annunzio”, Chieti, 2 Dipartimento ASL Milano. Run 1 Run 2 TIME (SECONDS) NO WORDS ANIMALS IMPLEMENTS NW AN IM NW AN IM NW AN IM NW AN IM 1 Stimolo bottone Rt: piacevolezzabottone Lt: spiacevolezza Materiali e Metodi: Il campione composto da 16 soggetti anziani sani destrimani e 16 pazienti con leggera demenza [MMSE = 20.2] diagnosticata come probabile morbo di Alzheimer in accordo con i criteri del NINCDS- ADRDA di sesso maschile, femminile; sono stati scartati pazienti in trattamento farmacologico o con altre condizioni neurologiche, psichiatriche e mediche che potrebbero interferire con la preformance cognitiva o con il flusso sanguigno. In questo studio il compito scelto per ingaggiare la memoria semantica è una prova di attribuzione giudizio su semplici appartenenze di categorie che richiede una decisione dicotomica sulla categoria di appartenenza di 48 parole stampate e foto colorate. I blocchi di parole stampate includono nomi di ANIMALI (n 40) e UTENSILI (n 40). Tra i blocchi sono inseriti 9 blocchi di stimoli baseline che includono PSEUDO PAROLE pronunciabili, per minimizzare le differenze di attivazione dovute a deficit visual- percettivi o di lettura. Ogni parola stimolo è disponibile per 3 secondi seguita da 1 secondo di intervallo interstimolo. Ai soggetti è chiesto di attribuire un giudizio di piacevolezza o spiacevolezza ad ogni stimolo (Grossman e coll., 2003). Il compito di attribuzione di giudizio può essere eseguito con facilità e con accuratezza dai malati AD in quanto richiede l’uso di poche risorse cognitive, non richiede espliciti giudizi di appartenenze di categoria, include le stesse decisioni per entrambe le categorie di appartenenza, tuttavia, questo tipo di decisione implica una valutazione semantica della parola-impulso (Warrington e coll., 1968). Le misure verranno effettuate in due tempi: t0 e t1 (dopo 6 mesi di Terapia Conversazionale, per i soggetti AD, e di conersazioni non terapeutiche, per gli anziani sani). Il t0 e il t1 sono ciascuno divisi in due subtempi: la fase preparatoria prima della fRMI e la fase della misura fMRI. Bibliografia: Grossman M, Koenig P, Glosser G, DeVita C, Moore P, Rhee J, Detre J, Alsop D, Gee J; fMRI study. Functional magnetic resonance imaging. Neural basis for semantic memory difficulty in Alzheimer's disease: an fMRI study. Brain Feb;126(Pt 2): Hodges J. R., Salmon D. P. and Butters N., Semantic memory impairment in Alzheimer's disease: Failure of access or degraded knowledge?. Neuropsychologia , pp. 301– 314. Hodges J.R., Patterson K. Is semantic memory consistently impaired early in the course of Alzheimer's disease? Neuroanatomical and diagnostic implications. Neuropsychologia Apr;33(4): Nebes R. D., Semantic memory dysfunction in Alzheimer's disease: disruption of semantic knowledge or information processing limitation?. In: L. R. Squire and N. Butters, Editors, Neuropsychology of memory, The Guilford Press, New York. 1992, pp. 233–240. Nicholas M., Obler L. K., Au R. and Albert M. L., On the nature of naming errors in aging and dementia: A study of semantic relatedness. Brain and Language , pp. 184–195. Vigorelli P. La conversazione possibile con il malato di Alzheimer, Franco Angeli, Milano, Warrington EK, Weiskrantz L. New method of testing long-term retention with special reference to amnesic patients. Nature. 1968; 217: 972–4. Risultati: Dal presente lavoro ci attendiamo di evidenziare dei patterns di attivazione degli effetti principali per gruppo (anziani sani, pazienti con DA) e per categoria (ANIMALI, UTENSILI) comparabili a quelli evidenziati dallo studio di Grossman del 2003 nel quale si sono indagate le basi neurali di deficit di memoria semantica in soggetti AD con un compito di attribuzione di giudizio durante misure fMRI. A tempo 1 (t1) i soggetti AD dovrebbero presentare patterns di attivazione più simili a quelli mostrati nel gruppo di anziani sani dello studio di Grossman se confrontati a quelli degli anziani sani : (A) L’effetto principale mostrava una differenza tra i gruppi per la ridotta attivazione nei soggetti AD comparata a quella degli anziani sani (Z = +16). (B) L’effetto principale mostrava la differenza tra i gruppi per la maggiore attivazione nei soggetti AD comparata a quella degli anziani sani (Z = ±4). (C) L’effetto principale mostrava la differenza tra i gruppi all’interno di ogni categoria per l’ attivazione maggiore agli stimoli di ANIMALI comparata con UTENSILI (Z = ±4). (D) L’effetto principale mostra la differenza tra i gruppi all’interno di ogni categoria per l’ attivazione maggiore agli stimoli di UTENSILI comparata con ANIMALI (Z = +12).(Grossman e coll., 2003). Conclusioni: I cambiamenti nei patterns di attivazione dei malati di Alzheimer rispetto agli anziani sani durante la prova semantica sono coerenti con un modello cognitivo di memoria semantica che ipotizza due componenti: una componente che contribuisce al processo di integrazione di caratteristiche come la categorizzazione semantica; e una componente che concerne la rappresentazione di conoscenze specifiche di ogni categoria semantica. I malati di Alzheimer sembrano essere indeboliti in entrambe le componenti di questo modello. L'esistenza di un modello a due componenti di memoria semantica riguardanti i processi neurali categoriali e i processi che operano nel campo della conoscenza categoriale specifica, tutti e due coinvolte nel DA, supportano l'idea che la memoria semantica possa modificarsi per mantenere il suo livello di funzionamento anche quando vi sono danni dovuti a malattie neurodegenerative (Grossman et al., 2003). L’utilizzo di tecniche di neuroimaging su soggetti sottoposti a Psicoterapia Conversazionale e l’integrazione dei dati sta concretizzando la possibilità di avere un quadro più completo ed informazioni più dettagliate riguardo la malattia e l’utilità del trattamento psicoriabilitativo sul deterioramento aggiuntivo, nonché di colmare la distanza che separa l’approccio soggettivo delle psicoterapie da quello oggettivo delle neuroscienze.


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