La presentazione è in caricamento. Aspetta per favore

La presentazione è in caricamento. Aspetta per favore

ECONOMIA E POLITICA AGRARIA A. A. 2007-08 Corso di lezioni del Prof. Michele Distaso Testi consigliati: F. Messori, L’azienda agraria, CLUEB, Bologna,

Presentazioni simili


Presentazione sul tema: "ECONOMIA E POLITICA AGRARIA A. A. 2007-08 Corso di lezioni del Prof. Michele Distaso Testi consigliati: F. Messori, L’azienda agraria, CLUEB, Bologna,"— Transcript della presentazione:

1 ECONOMIA E POLITICA AGRARIA A. A Corso di lezioni del Prof. Michele Distaso Testi consigliati: F. Messori, L’azienda agraria, CLUEB, Bologna, 2007 R. Fanfani, L’agricoltura italiana, Il Mulino, Bologna, 2004

2 “Non è l’osservazione che porta a teorizzare con esattezza, ma è la teorizzazione che porta a osservare con esattezza” A. Kojrè, Studi Galileiani

3 MOTIVAZIONI CHE GIUSTIFICANO DAL PUNTO DI VISTA SCIENTIFICO UN’ANALISI ECONOMICA DELL’UNITA’ DI PRODUZIONE AGRICOLA Produz. a. realizzata economicamente per mezzo dell’attività connessa alla coltivazione della T in aziende a., vale a dire in unità operative organizzate seguendo criteri tecnico-econ. e regolata dall’ordinamento giuridico Lo studio dell’ec. dell’az. a. si fonda sul fatto che essa è costitutiva di una propria teoria dell’impresa, per alcune caratteristiche che la differenziano rispetto a unità di produz. di altri settori produttivi Infatti, l’az. a. è un’unità: –la cui produz. è il risultato di leggi della natura che l’uomo cerca di regolare entro vincoli ambientali –in cui l’intervento dell’uomo la differenziano rispetto alle altre. Essendo, per questo motivo, strutturalmente instabile e non potendo essere oggetto di sperimentazione in laboratorio, si comprende che l’approccio analitico più idoneo è quello logico-descrittivo –che offre un campo di osservazione privilegiato, con la “legge fisica dei rendimenti decrescenti”, alla teoria della produzione

4 UNA DOMANDA CRUCIALE Il nostro obiettivo: individuare una configurazione concettuale dell’unità di produzione agricola Per configurare concettualmente l’unità di produzione agricola è pregiudiziale la distinzione tra l’impresa (unità giuridico-economica) e l’azienda (unità tecnico-organizzativo- gestionale)? Tale distinzione, se mantenuta rigidamente, porterebbe alla separaz. di ruoli e finalità che all’interno dell’unità di produz. sono invece realizzati congiuntamente soprattutto nella produz. a. che deve osservare il vincolo biologico del processo di accrescimento in cui si realizza la produz. stessa

5 DUE MODI DI INTENDERE L’AZ. A. Dal punto di vista operativo l’az. agr. è un’unità di produzione organizzata secondo particolari criteri tecnico- economici e regolata da un determinato ordinamento giuridico Dal punto di vista scientifico, essendo la produzione agricola il risultato di leggi della natura e dell’attività dell’uomo, essa si presenta come unità strutturalmente instabile e quindi suscettibile di analisi logico-descrittiva allo scopo di rilevare le differenziazioni determinate dall’intervento dell’uomo

6 L’analisi scientifica dell’az. agr. è indispensabile per la spiegazione del processo produttivo? Lo studio analitico dell’az. a. consente di interpretare, dal punto di vista scientifico, la natura del meccanismo di produz. a., il cui contenuto fisico- ec. assume più i caratteri dell’accrescimento che non della trasformazione Un fenomeno contraddittorio: a) da un lato si osserva che la formazione del V.A. agricolo nella filiera agro-ind. si realizzerebbe in gran parte a valle dell’az. a., con la conseguente marginalizzazione dell’importanza operativa di essa. Da questo fenomeno alcuni evincono che l’az. non sia un’entità necessaria per comprendere il processo prod. (concepito come trasformazione fisico-tecnica e creazione di utilità); b) dall’altro, si possono osservare altri sistemi di filiera in cui le imprese, aggregando processi e operazioni affini, formano nuovi spazi ec. nei quali, sia pure in forme organizzative più complesse, il meccanismo di produz. a. assume di nuovo un ruolo primario Perciò, l’analisi ec. dell’az. agr. come unità di indagine microeconomica dei problemi del settore agricolo è non solo utile ma anche attuale

7 IL PERCORSO DOTTRINALE DELL’ECONOMIA DELL’AZ. A. Origine agronomica (trattazione prevalentemente tecnica: campo delle scelte dipendente dal quadro agronomico predefinito) contenuto pratico-operativo Da un’ottica impostata sull’analisi dei rapporti tra mezzi produttivi a un’ottica incentrata sull’analisi dei rapporti tra fattore prod. e prodotto (relazioni input-output) Cambia il metodo d’indagine: da tecnico-descrittivo (o econ.- descrittivo) analitico-deduttivo (modello neoclassico) L’az. a. come funzione di produzione modello statico di impresa incapace di risolvere il problema della dinamica del comportamento e di quello delle decisioni in condizioni di incertezza

8 L’AZIENDA AGRARIA COME ORGANIZZAZIONE Il paradigma neoclassico è ritenuto incapace di fornire modelli di impresa dinamici. Inoltre esso tende a trascurare sia le caratteristiche sia l’interdipendenza dei rapporti tra i fattori produttivi Un tentativo di rottura con tale paradigma si è avuto con l’inserimento di due elementi necessari per l’elaborazione di un nuovo modello: l’organizzazione e il tempo di produzione Il tempo è elemento indispensabile per comprendere il processo prod., soprattutto per i processi prod. a. che dipendono dai cicli biologici. Da questo punto di vista l’Economia Agraria è più avanti rispetto alla teoria generale della prod., anche se è insufficiente la misura del “tempo organizzazione”, cioè la misura del tempo nei rapporti di interdipendenza tra i fattori La teoria che mette al centro dell’analisi il tempo e l’organiz. è la teoria dei processi produttivi con il modello a “fondi e flussi” di Georgescu-Roegen, in cui l’az. a. è rappresentata come fatto organizzativo avente natura temporale

9 LA TEORIA DEI PROCESSI PRODUTTIVI (TPR) Scopo della TPR: individuare la tecnica che realizza l’organiz. più effic. degli el. produttivi. La spiegazione della produzione si basa sulla dotaz. dell’unità tecnica costituita dagli elementi prod. che hanno una particolare funzione nel processo di trasformaz. Poiché si ipotizza la linearità nella relazione input-output (ma senza focalizzarsi su essa), la quantità di prodotto è tecnicamente stabilita, per cui ciò che conta è la struttura iniziale dell’az. Il modello a fondi e flussi, dove –fondi sono fattori presenti nel proc. prod. sia come input sia come output –flussi sono fattori o solo input o solo output, si basa sull’ipotesi di complementarietà tra i fattori (e conseguentemente che non ci sia possibilità di sostituz, tra di essi) e che siano definiti il numero dei processi nec. per ottenere un prodotto Ogni elemento utilizzato nel processo (fondo o flusso) è funzione cumulata del tempo di utilizzo: - per i fattori flusso si misura e si cumula l’entità degli input o degli output sino all’istante di rilevazione - per i fattori fondo (T, L, Macchine) si misura e si cumula il tempo di presenza di ogni unità di fattore L’imprenditore, secondo il modello a fondi e flussi, ha possibilità di scelta tra ordin. precostituiti, ognuno definito da una matrice della tecnica e sulla base di interazioni dei proc. prod. (in cui il ruolo più importante è esercitato dai fattori fondo). Le scelte sono quindi oggetto di analisi organizzativa. Ne deriva che l’analisi di efficienza è di tipo orizzontale

10 IL PROBLEMA DELL’UNICITA’ DI ANALISI DELL’AZ. AGR. Domanda cruciale: considerare l’az. agr. come funz. di prod. o come organizzazione risolve il problema dell’unicità di analisi dell’unità di produz.? La risposta è negativa non solo perché sia la funz. di prod. sia l’organiz. colgono aspetti parziali di essa ma anche perché l’una e l’altra sono alternativi per la diversità di principi su cui si basano: il principio di sostituzionalità, delle relazioni non lineari e della funzione continua per l’una; il principio di complementarietà e della linearità tra input e output per l’altra Anche se le assunzioni del modello a fondi e flussi danno un’adeguata rappresentatività dell’az. a., esse sono criticabili sotto diversi aspetti: –mentre l’evidenza empirica e la tradizione scientifica portano a considerare che i rapporti input/output siano non lineari, nel modello si postula la linearità dei processi –l’articolaz. temporale di questi dipende da un meccanismo di tipo ingegneristico, quindi rigido e non modificabile, in contrasto con l’esigenza della flessibilità nell’impiego dei fattori fondo connessa all’andamento stagionale e alle fluttuazioni dei prezzi –il processo produttivo a. dipende dal meccanismo di rotaz. colturali che si succedono sullo stesso terreno, determinando non solo la dimensione temporale ma anche l’articolazione spaziale

11 Quali implicazioni dalla presa in considerazione della dimensione temporale? Il processo produttivo ha una dimensione più ampia del ciclo biologico di una singola coltura, in quanto esso consiste di più cicli prod. (colt. in rotaz.), con la conseguenza che i rispettivi periodi di valutaz. econom.-amministrativa non coincidono. Per es., in una rotaz. quadriennale, una colt. annuale come il frumento torna sullo stesso terreno dopo 4 anni; ciò significa che economicamente siamo in presenza di un proc. prod. quadriennale, ma anche di un ciclo prod. e di un ciclo amministrativo (e contabile) annuali Ciò determina, per la presenza di costi congiunti, l’impossibilità di attribuzione di costo, se non con artifici contab., ai beni a offerta congiunta ottenuti nello stesso processo prod. Il fatto è che il modello, essendo incentrato sulla descrizione della combinazione dei fattori secondo regole di complementarietà, trascura un carattere peculiare dell’az. a., vale a dire di perseguire ordinamenti policolturali per ragioni tecnico-ec. e di riduz. del rischio connesso alla variabilità dei p. dei prod. a. E’ necessario quindi considerare una pluralità di processi le cui combinazioni alternative sono scelte in funzione di variabili di mercato e perciò secondo criteri di sostituzionalità Ciò significa che, per ottenere la massima effic. complessiva bisogna determinare la tecnica prod. effic. tra tutti i proc. prod. costituenti l’ordin. coltur. e non per una sola coltura ma anche trasferire i fattori fondo dall’uno all’altro processo con un procedimento di sostituzionalità. La condiz. di sostituzionalità dei fattori se non sussiste all’interno del processo bisogna considerarla nei rapporti tra i processi

12 IL TEMPO, STRUMENTO ANALITICO CHE CONCRETIZZA LA RICERCA DI LEGGI UNITARIE DI COMPORTAMENTO DELL’AZIENDA Ciò che interessa, quindi, è che la combinazione di due o più processi sia la più effic. possibile; ma, un tale obiettivo si raggiunge con il trasferimento di una certa quantità di fattore fondo (T) da un ord. colt. all’altro. Ciò implica che si determini un meccanismo di sostituzionalità del fattore all’interno del processo Tale principio deriva dalla diversa fertilità della T; sono infatti sostituibili fertilità della T e L, nel senso che la stessa quantità di prodotto si può ottenere impiegando una maggiore quantità di L su T meno fertile e viceversa Il modello a fondi e flussi è criticabile perché pretende che sia la tecnica (ricetta) a determinare le scelte az., mentre queste dipendono da un meccanismo di sostituzionalità e non da una tecnica stabilita a priori sulla complementarietà di utilizzo Pertanto, il problema dell’unicità di analisi dell’az.a. può essere affrontato non con la complementarietà tra fattori o processi (in tal caso si rimane nel dilemma complementarietà/sostituzionalità), ma tra aspetti tecnico-ec. e organizzativo complessivi mediati dalla dimensione temporale La considerazione del tempo consente di: –sincronizzare costi e ricavi, determinando un eq. di tipo verticale (l’az. come funz. di prod.) –armonizzare i rapporti d’uso dei fattori fondo (riducendo i tempi morti), determinando così un eq. orizzontale (az. come organizzazione) Si comprende che per organizzare il proc. prod. sono nec. entrambi gli eq., ma si comprende anche che l’effic. aumenta se si riduce il tempo di impiego dei fattori, che si traduce nella riduz. del costo di produz.

13 IL PROBLEMA DELL’UTILIZZO DEL TEMPO NEL PROCESSO PRODUTITTIVO Il problema della gestione del tempo nasce dallo sfasamento temporale tra input e output, tra momento in cui si decide e si effettuano le scelte, prendendo atto dei costi az., e momento in cui si realizzano le conseguenze delle scelte effettuate e si realizza la produz. Se non risolto adeguatamente, esso condiziona l’effic. dell’intero proc. prod. Nelle prod. a. tra i due momenti intercorre un considerevole lasso di tempo. Per questo la teoria microec. della produz. standard, ipotizzando la contestualità tra input e output, semplifica eccessivamente il fenomeno. La funz. di prod. è una funz. statica: essa indica il rapporto tecnico della trasformazione del fattore in prodotto, ma non il tempo nec. affinché la trasformazione si realizzi L’analisi a fondi e flussi si limita a individuare il tipo di organizzaz. in grado di ridurre il costo dell’unità temporale del servizio di un fattore fondo contenendo al max i tempi morti Dal punto di vista dell’utilizzo del tempo si distingue: - un tempo-organizzazione, nec. per finalizzare l’organizzaz. az. alla diminuz. dei costi. Esso si estrinseca nella scelta di coordinamento dei tempi di durata di ogni fase e attività dei vari processi e la determinaz. della loro durata. Ciò si ottiene con un’analisi di efficienza in termini fisici (in relaz. alla max quantità di prodotto) e in termini di valore (in relaz. alla max differenza tra val. del tempo e val. del prodotto) - un tempo-produzione definisce la durata temporale del proc. prod. nec. per la trasformaz. dell’input in output

14 L’ECONOMIA DELL’AZ. A. TRA TEORIA DELL’IMPRESA ED ECONOMIA AZIENDALE Da quanto precede si evince che l’ec. dell’az. a. ha nel suo iter analitico mutuato da diverse e contrapposte posizioni dottrinali e metodologiche. Questo si è ripercosso sull’analisi ec. che ha oscillato tra mutuazioni dottrinali (teoria dell’impresa, TPR) e rilevazione empirica del bilancio dell’az, considerato strumento per l’analisi della distribuz. del Y e non, invece, rappresentazione della realtà az. e del comportamento imprenditoriale. Finchè si rimane in questa contraddizione non si fa alcun passo avanti. Per superare tale antinomia e per trovare una composizione tra gli aspetti teorici ed empirici, è necessario accogliere un percorso interdisciplinare attingendo alle differenze di approcci della teoria dell’impresa e dell’ec. az. La particolare configurazione dell’attività dell’az. a. potrebbe infatti favorire il completamento degli statuti scientifici di entrambe le discipline per il fatto che, da un lato, essa realizza comportamenti che non richiedono sempre l’ipotesi di max del profitto, dall’altro, è soggetta a precise regole funzionali e vincoli naturali Come si nota i contenuti dell’analisi ec. dell’az.a. sono molteplici e complessi. Se a questi si considerano lo sviluppo dei rapporti con l’ambiente esterno all’attività di produz. a. e il crescente livello di integrazione di tale attività con altre, si comprende come i problemi ec. dell’az. a. possono trovare soluzione negli strumenti analitici della microec. neoclassica, dell’ec istituz., dell’ambiente.

15 NATURA DELL’UNITA’ DI PRODUZIONE AGRICOLA ( La concezione classica) Azienda agraria come unità di produzione agricola: organismo economico elementare con cui si attua la produzione di beni e servizi agricoli. E’ facile individuare in questa concezione il riconoscimento della funzione di produzione di ricchezza da essa svolta. Più difficile definirne i caratteri, quali la natura economica, l’ampiezza e il luogo ec. (il confine operativo), la configurazione giuridica Per quanto riguarda la natura ec., una posizione consolidata è quella di distinguere tra azienda e impresa L’azienda come “combinazione elementare dei mezzi di produzione” (Serpieri) esprime con efficacia la suddetta distinzione, precisando che l’azienda rappresenta lo strumento produttivo che non si può ridurre senza compromettere l’efficienza (elementare) e composto da un insieme organico di fattori (T, L, K) che devono rispettare quei rapporti quantitativi (combinazione) nel rispetto delle esigenze della tecnica. L’azienda sarebbe perciò lo strumento tecnico della produzione (l’aspetto oggettivo), l’impresa l’elemento (soggettivo) che consente di realizzarla con la funzione imprenditoriale. Esse non sarebbero due aspetti diversi di un’unica entità, ma due organismi separati, fino ad ipotizzare l’esistenza dell’azienda anche senza l’impresa.

16 IMPLICAZIONI DELL’IMPOSTAZIONE CLASSICA Essa fornisce una concezione di azienda sostanzialmente statica che deriva dall’approccio tipico della microeconomia tradizionale. La teoria standard astrae la funzione d’impresa (assunzione del rischio) da quella di gestione che riguarda le decisioni relative alle scelte tecnico-economiche (affidate a una direzione tecnica). La funzione d’impresa, invece, è quella esercitata dall’imprenditore “puro”, che è una figura indipendente dalla struttura dell’azienda. Perciò il risultato dipenderebbe solo dal grado di assunzione del rischio da parte dell’imprenditore e non dalla struttura dell’azienda dato che questa è per definizione tecnicamente efficiente.

17 L’AZIENDA COME SISTEMA DINAMICO La realtà ci mostra invece che l’az. agr. è un sistema dinamico che si autoregola in relazione alle interazioni tra istituzioni, economia, ambiente e tecnologia che sono indipendenti dalla volontà del singolo imprenditore Per tenere conto di queste interazioni sarebbe utile riformulare il concetto stesso di imprenditore, il quale non è una figura isolata, ma interagisce con altri soggetti e organizzazioni come sono le cooperative, o le associazioni di produttori che, con accordi interprofessionali, istituzionalizzano tali relazioni, con il risultato che si ha una “condivisione” del rischio dell’attività d’impresa. Oppure, attraverso forme di economia contrattuale come i contratti di coltivazione tra azienda agraria e industria di coltivazione. Inoltre, con il riconoscimento che oggi l’A non ha la sola finalità economica di produrre beni alimentari e non, ma essa si estende anche alla produzione di beni immateriali (qualità, tutela dell’ambiente e del paesaggio, presidio territoriale, ecc.). Per rappresentare tale modifica delle finalità ec. dell’A si fa ricorso al concetto di multifunzionalità Per questi motivi, l’unità di prod. corrisponde piuttosto all’idea composita di azienda- impresa. Ciò significa che tra azienda e impresa non esiste separazione, ma composizione, anzi una complementarietà congenita. Non si tratta di rendere interscambiabile i due concetti di azienda e di impresa, ma di concepire l’unità di produzione come entità avente natura unica complessa che si manifesta secondo differenti aspetti ec., suscettibili di essere studiati, in modo disgiunto ma strettamente complementare, sia sotto l’aspetto del comportamento concreto (dell’ec. positiva) sia sotto l’aspetto interpretativo e normativo (del modello teorico)

18 COMPLEMENTARIETA’ CONGENITA TRA ASPETTO OGGETTIVO E ASPETTO SOGGETTIVO DELL’UNITA’ DI PRODUZIONE L’impostaz. classica (l’az. strumento per conseguire un risultato) fornisce una concezione sostanzialmente statica di az. Tale concetto di az. porta a separare la funz. di gestione dalla funz. di impr. (assunz. del rischio). Astraendo quest’ultima si viene a isolare la figura dell’imprenditore “puro”, la cui funzione non coincide, anzi è esogena alla gestione dell’az. Ne deriva una concez. di az, come oggetto passivo rispetto ai risultati conseguiti Questa concezione deriva dall’approccio metodologico tipico della microeconomia tradizionale il cui problema principale è l’allocaz. di ris. scarse in un contesto in cui ciascun soggetto è indipendente dagli altri La realtà ci mostra che l’az. agr. è un sistema dinamico che si autoregola in relazione alle interazioni tra istituzioni, economia, ambiente e tecnologia anche oltre gli obiettivi del singolo imprenditore Per tenere conto dell’azione di questi meta-sistemi sarebbe utile un concetto più complesso di imprenditore, come è possibile formulare considerando i concetti di multifunzionalità e di economia contrattuale: –con il primo l’az. assumerebbe una funzione di mediazione tra attività tradiz. e attività di valorizzazione di un particolare ambiente rurale. Con tale concetto si intende rappresentare nuove finalità ec. dell’A che può produrre non solo beni materiali ma anche immateriali legati al territorio (az. elemento di sv.) –attraverso forme di ec. contrattuale si ha integraz. tra gestione imprenditoriale e l’organizzaz. ec. esterna (contratti di coltivaz.). Relaz. intersettoriali di condivisione del rischio sono istituzionalizzate con forme organizzative,quali coop., associazione produttori, accordi interprofessionali

19 IL FATTORE PRODUTTIVO COME “STRUMENTO-PRODOTTO”: ELEMENTO ESPLICATIVO DEL BINOMIO AZIENDA- IMPRESA La complementarietà tra az. e impr. sussiste anche all’interno della combinaz. dei fattori e nei rapporti tra questa e il prodotto. L’attività di impresa è connaturata sia all’organizzazione e alle scelte, sia alla natura particolare della combinazione dei fattori. Sono soprattutto alcuni fattori, come il Kf e il K bestiame, a essere legati all’assunz. del rischio La natura biologica del bestiame fa sì che esso non può essere considerato un semplice strumento per trasformare dei beni in altri beni, un input da contrapporre a un output. Il K bestiame è invece il risultato di un processo ciclico di accrescimento e di miglioramento qualitativo tale da renderlo mezzo e prodotto: prodotto di un esercizio e strumento dell’esercizio successivo Il p d’uso di tale K non è solo compenso per il suo servizio, ma anche il π di coimpresa per il capitalista perché il val. finale rappresenta anche il fine dell’esercizio prod. concluso (e il mezzo dell’es. succ.) Perché questa particolarità? Per il motivo che non esiste un mercato del servizio di accrescimento e miglioramento, ma esso è incorporato nel val. fin. del K, il quale risente del p della carne che risulta dal suo impiego in quanto parte del prodotto è costituito dalla variaz. in peso della disponibilità iniziale che non è né venduta né vendibile

20 TALE CARATTERISTICA E’ ANCORA PIU’ EVIDENTE PER IL Kf Il Kf ha natura mista di bene naturale (T) e K investito (miglioramento fondiario) anche il Bf ha natura mista: rendita+interesse Questi redditi non si possono separare poichè i servizi resi dalla T non hanno un mercato, ma sono compresi nel val. del fondo che è “costruito” con I di K che, rappresentando atto autonomo di impresa e assunzione di rischio da parte del proprietario, non sempre coincidono con i fini dell’imprenditore C’è quindi uno iato tra ciclo del Kf e ciclo produttivo. Dando in uso il fondo, il proprietario rischia il deperimento tecnico ed ec. dell’I se l’imprenditore non esegue l’ammortamento o non rispetta la destinaz. originaria dell’If Siccome il canone di affitto rappresenta il p d’uso del Kf rispetto al singolo ciclo produttivo, esso dovrebbe comprendere non solo rendita+interesse, ma anche una quota di π di coimpresa per il proprietario, per l’associaz. di fatto tra questi e l’imprenditore. La ragione sta nel fatto che l’imprenditore non proprietario, remunerando i fattori al costo opportunità, lucra un surplus dovuto all’utilizzo della T, poiché non esiste un mercato che apprezzi solo il servizio della T Esiste quindi un ciclo autonomo del Kf che, relativamente alle scelte riguardanti questo fattore, influisce sull’attività d’impresa, le quali si condizionano reciprocamente, pur essendo costituzionalmente complementari. Per questo si può affermare che il Kf è mezzo per l’imprenditore e fine per il proprietario

21 IL CARATTERE DI STRUMENTO PRODUTTIVO DEL K MACCHINE La macchina in A è uno strumento particolare in quanto non trasforma direttamente la materia prima in prodotto finito (come nell’ind.), ma ha la funzione di essere di ausilio all’accrescimento biologico e al L. Dal punto di vista funzionale essa è indipendente rispetto al processo produttivo. Essendo a esso estranea, la macchina non è costitutiva della struttura az., come sono la T e il bestiame. Essa è in un rapporto funzionale di sostituibilità con il L che, a sua volta, dipende dal ventaglio di tecniche disponibili, dall’assunz. del rischio impr., dalla discrezionalità delle decisioni organiz. Pertanto, i tre tipi di K hanno, nei confronti del L, rapporti che si possono improntare a diversi criteri di scelta in dipendenza delle decisioni impr. Per questo si può affermare che non c’è alcuna legge univoca capace di regolare la struttura az. e di armonizzare tutti i fattori e, quindi, che la natura dell’unità di produzione non è esprimibile come fatto oggettivo e omogeneo che si limiti a combinare tutti i fattori prod., ma come un meccanismo che mette in relazione entità non omogenee quanto a struttura e natura (i fattori di produz.), a funzione (attività d’impresa), a finalità (obiettivi dei diversi soggetti) In conclusione, la natura dei processi biologici rende impropria la distinzione tra input e output, espressione del carattere funzionale tradiz. di causa-effetto del processo di trasformazione, proprio perché il risultato dell’accrescimento è anche output dello stesso processo prod. Per questo possiamo affermare che non si tratta né di separare né di concepire come interscambiabili azienda e impresa, ma di concepire l’az. come entità complessa che si manifesta economicamente in modo diverso in modo che si possa studiarla positivamente (osservandone il comportamento concreto) e teoricamente (dal punto di vista normativo-interpretativo), quindi in modo disgiunto anche se strettamente complementare

22 L’AMPIEZZA DELL’UNITA’ DI PRODUZIONE L’individuazione dello spazio ec. entro cui l’unità di prod. può esercitare la sua attività in modo effic. è preliminare alla necessità di stabilire la dimensione prod. ottimale. Questo perché è indispensabile individuare quegli elementi che organizzati in vario modo costituiscono un’az., i quali, se sono al di sotto di una data soglia, determinano l’efficienza o meno dell’unità di prod. Per delimitare il confine dell’unità di prod. è utile chiedersi se i canoni di comportamento imprend. sono gli stessi in A come negli altri settori prod. Per le rilevanti e mutevoli connessioni esterne che l’unità di produzione intrattiene con organismi associativi come cooperative, consorzi agrari, associazioni di produttori, aziende contoterziste, ecc., essa si configura, al pari di altre unità di produzione (industriali, commerciali, ecc.), come un “sistema aperto”, per cui i confini dell’azienda si spostano all’aggregato di aziende In A è più facile che non in altri settori che L e capitale-impresa si riuniscano in un’unica unità ec. e ciò dipende dalla necessità di utilizzare la T che è fattore prod. e base territoriale. Essa acquista valore ec. se è oggetto di possesso: la T diventa K quando si combina con il L e il capitale-impresa

23 I PARAMETRI FONDAMENTALI CHE DEFINISCONO LO “SPAZIO ECONOMICO” DELL’AZIENDA AGRICOLA In A, rispetto ad altri settori, esistono due condizioni fondamentali che impediscono una completa elasticità nelle decisioni imprenditoriali: 1) la produzione è costituita da organismi viventi aventi un ciclo biologico di produzione legato alla T e alle altre risorse naturali. E’ la disponibilità di T a determinare l’entità della produzione e quindi a configurare il confine dell’azienda 2) sia la D dei fattori produttivi sia S dei prodotti sono per la singola impresa perfettamente elastiche. Questa condizione rimanda a un concetto di ampiezza che deve tenere conto delle caratteristiche di mercato che, essendo concorrenziale, non consente una libertà di manovra nella determinazione del confine operativo, proprio perché la singola azienda non ha alcun potere contrattuale di mercato. I parametri fondamentali sono dunque: a) la disponibilità di T in relazione con il tipo di proprietà di essa b) il mercato concorrenziale dei prodotti agricoli

24 LO “SPAZIO ECONOMICO” DELL’UNITA’ DI PRODUZIONE AGRICOLA La progressiva esternalizzazione di funzioni, di attività, di instaurazione di rapporti impone di allargare il confine analitico dell’ampiezza aziendale: cambiano soggetto, oggetto, dinamica dell’impresa, strategia delle scelte sulla dimens. prod. Istituzione Ambiente Mercato dei fattori e dei prodotti G.D.O. C. I. I.A.A. Coop. Assoc. Produt. Contoter. Unità di produzione agricola

25 AMBITO ANALITICO DELL’ECONOMIA DELL’AZIENDA AGRARIA Il confine dell’unità di produzione dipende dal grado di integrazione tra azienda agraria e processi di trasformazione e commercializzazione Organizzazione economica del produttore agricolo del trasformatore e distributore Economia contrattuale Unità di produzione agricola Assoc. Produt. Coop. I grado I.A.A. Coop. II e III grado C.I. G.D.

26 LA CONFIGURAZIONE GIURIDICA DELL’AZ. A. PRIMA DEL 2001 L’inquadramento giuridico dell’impr. a. (tenuta distinta in modo netto dall’az.) ha avuto un’evoluz. allo scopo di adeguare la normativa alle diverse modalità di esercizio dell’attività a. Tale evoluz. si è riflessa nella riformulazione della definizione dell’art del C.C. dal D.Lgs 228/2001 (legge di orientamento) “E’ imprenditore agricolo chi esercita un’attività diretta alla coltivaz, del fondo, alla selvicoltura, all’allev. del bestiame e attività connesse” (art. 2135). L’az. invece è definita genericamente come “complesso dei beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa” (art. 2555). In tale definiz. si mette in evidenza la funzione strumentale dell’az. rispetto all’impresa e non si fa alcun riferimento alla T, la quale può anche mancare (come nell’allev. Intensivo, nelle colture in serra) Nonostante la formale distinzione tra az. e impresa, è la nozione di imprenditore a. a prevalere, la quale incorpora quella di az, considerata strumento nec. per l’esercizio dell’attività imprenditoriale. Anzi, l’esame comparato suggerisce che l’organizzaz. e la gestione esauriscano tale attività. Con ciò si assume implicitamente che l’assunz. del rischio non rappresenti la funz. caratteristica ed esclusiva dell’imprenditore puro Si viene a configurare un’impresa-attività che esiste in quanto attività effettivamente esercitata

27 LA CONFIGURAZIONE GIURIDICA DELL’AZ. A. DOPO IL 2001 E’ imprenditore a. chi esercita una delle seguenti attività: coltiv. del fondo, selvicol., allev. e attività connesse. Per coltivaz. del fondo, …. si intendeono le attività dirette alla cura e allo sv. del ciclo biologico…..Si intendono connesse le attività, …., dirette alla manipolaz., conservaz., commercializ. e valorizzaz. di prodotti agricoli, nonché le attività dirette alla fornitura di beni e servizi mediante l’utilizzaz. di attrezzature o risorse dell’az. normalmente impiegate nell’attività a., ivi comprese le attività di valorizzaz. del territorio, o di ricez. e ospitalità” La nuova configuraz. di imprend. a. non è priva di ambiguità perché se da un lato ne recepisce una nozione più olistica, dall’altro sembra negare il suo proprium. Si evince una figura di imprend. non più legato alla specificità di un’attività caratterizzata dalla produz. e vendita di prodotti a., ma quella di un soggetto compartecipe alla produz. di utilità per il mercato. E’ vero che si riconosce che l’impresa ha connotati di agrarietà, espressi dal riconoscimento del principio del ciclo biologico, ma tale principio è talmente ampio da indurre a confondere l’imprend. a. con l’imprend. ind, e commerciale dei prod. a. Assumere però il principio biologico alla base dell’agrarietà, senza distinguere tra aspetto tecnico e aspetto ec., evidenzia una discrasia tra impresa e az. nel senso che la complementarietà che si ha nelle fasi tecnico-biolog. della filiera produttiva non si verifica sul piano dell’ec. Dal punto di vista ec., l’imprend. si trova a competere non in condiz. di eguaglianza, per cui le possibilità di competere tipiche della funz. imprend. possono essere ostacolate dai vincoli propri dell’az. Potrebbe risultare una interpretaz. di az. che da organizzaz. finalizzata a ottenere beni primari diventa centro di attrazione di comportamenti conflittuali finalizzati all’attività mercantile e finaz. e con obiettivi mutevoli nel tempo

28 IL REGIME FISCALE DELL’AZ. A. Non solo la configuraz. giuridica ma anche la fiscalità contribuisce, oltre a definire i rapporti tra az. e istituzioni, a delimitare il campo di operatività dell’impr. Basti pensare che i vari tipi di imposta e la loro entità possono orientare l’ordinamento prod. e influire più o meno direttamente sulle scelte strategiche, gestionali e organizzative dell’impresa La tassaz. del Y dell’az. a. si differenzia da quella delle az. degli altri settori perché si basa sul calcolo automatico dell’imposta invece che sul bilancio Il meccanismo di determinaz. si basa sulla quantificazione dell’imp. fond. derivata da un imponibile (Y domenicale, RD, retaggio di un sistema ec. in cui prevaleva la proprietà fond. e il gettito fisc. era fornito prevalentamente dall’A), calcolata su base catastale Il criterio informatore intende seguire 3 esigenze fondamentali assicurate con l’accertamento catastale: - l’equità, ottenibile lasciando per lungo tempo fissi gli imponibili catastali - la certezza, determinando gli imp. per le az. ord. ed estendendoli alle altre - l’ordinarietà, si basa su un giudizio di valore che considera errore ec. il principio dell’adeguamento dell’imp. al Y conseguito, in quanto si ritiene che in A non perseguire Y eccezionali può aumentare la Pr, determinando nel l.p. un aumento di Y e di relativa base imponib. Il principio dell’ordinarietà si determina operativamente dal Catasto che, in base alle condiz. di normalità di gest., calcola l’imponib. (a Ha) per ogni qualità di coltura e relativa classe di produttività

29 METODO GENERALE DELLA TASSAZIONE DELL’AZ. A. Il procedimento automatico di calcolo delle imp. si traduce nella determinazione di un Y non effettivo ma virtuale e per questo rappresenta un costo fisso qualunque sia l’entità della prod. e del Y e la sua variaz. nel tempo (nell’intervallo di tempo in cui non variano le rendite catastali). Le relative imposte sono: - l’imp. fondiaria che colpisce il Y del Kf : la procedura consiste nel detrarre dalla PLV dell’ az. ord. i costi di reintegraz. dei K fissi e circolanti, i compensi al L e al Ka, (PLV - (Q+Sp+ Sa+St+I) = RDL), sottraendo a questo le spese di conservaz, del Kf, si ottiene il RD o reddito, al lordo di imposta attribuibile al Kf (RD=RDL-Qf). Il RD così calcolato è successivamente frazionato in base a qualità di coltura, in proporz. alla superf. occupata e relativa cl. di produttività. Si ottiene così una serie di valori imponib. da attribuire alle colture praticate dalle az. di un’area territoriale aventi caratteristiche omogenee con quella di riferimento - l’imp. di Y agrario che colpisce il Y fornito dal K di esercizio: per calcolare l’imponibile (Ra) si valuta il Ka e, applicando a esso un tasso di i convenz. (8%), si determina il rendimento che è alla base dell’imponibile ricercato. Il Ra si determina sommando gli i annui sul K di anticipaz. (Ia), sul K di scorta (Ib) e il compenso del L direttivo (St) Il compenso del L dip. è tassato seguendo le regole della tassaz. gen. Il compenso del L aut., in precedenza esente, è tassato indirettamente tramite l’IRAP, ma solo per le az. che sono tenute a pagare tale imp. Si evince che il metodo di tassaz. si basa sul criterio della discriminaz., e relativa separazione della tassaz., delle figure ec. C’è anche una sostanziale disparità di trattamento derivante dal calcolo automatico dell’imp. fond. e del Ya e di quello proporz. dell’imp. sul Y da L

30 IL CONCETTO DI AZ. A. SECONDO LA DEFINIZIONE STATISTICA Ai fini di rilevaz. statistica si può comprendere come il criterio della base territoriale dell’az. sia imprescindibile, ma questo non esaurisce il problema di definire il suo confine fisico-operativo. Questo può mutare in funz. della forma di conduz e della natura del soggetto ec., come anche in relaz alla dimensione ec. delle attività alla trasformaz. del prodotto a. Così impostato il problema si traduce nell’individuaz. della figura imprend. in funz della quale definire i confini territoriali dell’az. Il criterio adottato dall’ISTAT per i Censimenti dell’A è stato perciò quello di rilevare l’unità az. in funz. del territorio utilizzato dal conduttore. E’ evidente che tale criterio non è in grado di misurare l’effettiva dimens. ec. dell’az. a. L’analisi statistica porta il concetto di az. a. cogliere solo l’aspetto della esclusività di natura fisico-territ., limitando la dimens. dell’impresa nei confini dell’az.-territ. Questo rende difficile inquadrarla nella logica dell’ec. az. per due ordini di ragioni: a) il proc. prod. a. si realizza non tanto combinando la T con gli altri fattori ma, data la sua scarsità e la sua configuraz. territ., coordinando i fattori intorno alla T b) il valore si realizza se si rispetta un meccanismo dettato dalla natura, che ubbidisca a una logica di circolarità e interdipendenza allo scopo di conservare il Kf (che non assimilabile a K di rischio) e non alla semplice trasformaz. del K in flusso mercantile, come avviene nel processo lineare risorsa-prodotto delle attività non a. Pertanto, la riconduz. a un unico criterio ciò che si traduce in oggettiva diversità di orizzonti ec. perché i soggetti sono diversi porta a rilevare le az. secondo parametri non omologhi

31 LA CLASSIFICAZ. DELLE AZ. IN BASE ALL’AMPIEZZA Il criterio, in passato più utilizzato in quanto espressione del problema di eccesso di L in A, è stato quello dell’ampiezza, misurata dalla quantità di manodopera assorbita dall’az. Su tale base si ha la distinz.: - az. autonoma, se essa è capace di assorbire il L di una fam. cont. L’az è distinta in piccola, media e grande a seconda che possa assorbire una quantità di L minima, media o superiore alla media - az. non autonoma, se essa non è capace di assorbire il L di una fam. cont. Tale criterio è insoddisfac. perché non risponde a esigenze di classificaz. in termini di dimens. ec. (quali il RL o il RN, o PV). Inoltre è incerto per la variabilità della composizione della fam. e obsoleto perché non considera gli effetti della tecnologia Nell’UE si adotta un criterio basato sulla capacità prod. dell’az. con un procedimento che mira a collocare nella stessa cl. dimens. le az. che, pur avendo differenti superf. territ. e ordinamenti colturali, hanno lo stesso Y, in modo che possono essere comparate. Il Y preso a parametro di riferimento è il reddito lordo standard (RLS) che è il Ya comprensivo di Y da L, T e K, standardizzato facendo la media triennale per zona altimetrica e per regione agr., per Ha di ogni coltura e per capo bestiame La somma dei prod. della SAU da ogni coltura per il relativo RLS unitario dà il RLS tot., il quale misura la dimens. ec. Questa si trasforma in UDE (unità di dimens. ec.) assegnando a ogni unità un valore di 1200€

32 ALCUNE OSSERVAZIONI CRITICHE Preliminarmente, ogni classificaz. dovrebbe avere per oggetto un’entità intesa in modo univoco, anche se interpretabile diversamente dal punto di vista ec., giuridico, statistico. Mancando tale univocità, si compromette la validità del criterio come il RLS che, nonostante sia un parametro di natura ec., non è in grado di compendiare tutte le variabili che concorrono a connotare un’az. per le seguenti ragioni: a) la parità di RLS non tiene conto della diversa struttura e organizzaz. che si traducono in costi differenti b) un RLS non è una misura idonea per confrontare az. che lungo una filiera hanno diversa operatività sotto l’aspetto giuridico o fiscale c) il RLS non tiene conto di una serie di costi come il costo del L, per questo esso non rappresenta l’effettivo liv. di effic. tecn. ed ec. delle az. messe a confronto d) per tener conto del ruolo della multifunzionalità è nec. assumere criteri basati su parametri diversi dal Y

33 UN APPROFONDIMENTO DELLA NATURA DELL’AZ. A. DERIVANTE DALL’ANALISI DELLA SUA STRUTTRURA Aspetto fondamentale dell’analisi della struttura az. è la classificazione delle az. sulla base del carattere distintivo il tipo di impresa (o modo di conduzione) determinato dai rapporti tra impresa, proprietà e manodopera Dal confronto tra la modalità dell’impegno dell’attività imprenditoriale (integrale o parziale) con quelle del conferimento dei fattori L, K e T, si ha: di imprenditore-contadino, proprietario lavoratrice integrale di imprenditore-contadino, affittuario di imprend.-capitalista, proprietario capitalistica Az. con impresa di imprend.-capitalista, affittuario con socio-capitalista, proprietario parziaria con socio capitalista, affittuario Questa tipologia, classica, riflette la condizione strutturale del tempo, vale a dire alla prevalenza della proprietà fondiaria e al L contadino. Essa è quindi una configurazione di tipi d’impresa che ubbidisce a un criterio di natura statica e condizionato dai confini territ. dell’az.. Prendendo in considerazione i rapporti tra i fattori, non include il ruolo dell’innovaz. quale el. costitutivo.

34 LE CLASSIFICAZIONI TIPOLOGICHE TENDENTI A COMPORRE ATTIVITA’ AZIENDALE E MERCATO Il mutare delle condiz. di sv., della tecnologia, dei modi di gestione, della D, ha determinato il prevalere di alcune tipol. d’impresa e l’emergere di nuove, connesse con l’esodo rur., l’apertura al mercato, industrializzazione dell’A, la pluriattività aziendale, il contoterzismo L’ampliarsi delle relaz. az. con il sistema ec. porta a individuare nuovi tipi d’impr.: –az. contadina (con L fam. = 100% L az.) –az. cont.-capitalistica (L fam. pari almento al 50%) –az. capitalistico-cont. (L fam. che non supera il 50%) –az. capitalista (L salariato 100%) –az. full-time o a part-time –az. a Ya esclusivo o a Y misto –az. parzialmente o totalmente integrata Queste tipologie, se allargano l’analisi a un orizzonte ec. più ampio, non riescono a superare l’approccio tecnologico-prod. a favore di una concez. più olistica e integrata del rapporto az.-organizzaz.-ambiente e per arrivare a un’impostaz. istituzionalista-contrattuale in cui il mercato non sia più un dato, ma un insieme di contratti di cui l’az. rappresenta il soggetto propositivo e non l’oggetto operativo L’analisi delle tipologie di impr., allo scopo di definire l’ampiezza ec, dell’az. a., conferma l’opportunità di integrare l’approccio ec. con quello giuridico-istituzionale se si intende cogliere la valenza interpretativa del problema della dimensione ec. dell’az. a.

35 IL CONTENUTO COSTITUTIVO DELL’AZ. A. L’az. agr. si presenta come unità tecnico-ec. definita dal campo di interazione tra input, attività d’impresa e mercato. Questo campo di interazione configura i suoi confini operativi. Essa rappresenta il luogo ec.-giuridico del processo prod. agr., vale a dire dell’attività, realizzata per mezzo della T., di accrescimento di organismi viventi soggetti a ciclo biologico I concetti caratterizzanti l’unità di produzione sono: - il luogo ec., che intende rappresentare non una configuraz. spaziale, ma la condiz. di incontro tra fattori fisici, organizzaz. e rischio nell’ambito di un dato mercato e ord. giurid.-istituz., esplicita l’aspetto sistemico-organiz., le cui regole sono da rinvenirsi nella teoria dell’organizzaz. az. - il processo agr., enfatizzato della scuola fisiocratica per la quale solo l’A è attività produttiva. Esso richiama il fatto che la produz. a. non è solo trasformaz. ma accrescimento di organismi viventi. Pertanto, c’è un aspetto tecnico-funz. di causa-effetto legato a leggi naturali, avente quindi carattere normativo, le cui regole sono individuabili nella teoria dell’impresa - il ciclo biologico, per evidenziare il ruolo del tempo nella realizzaz. del proc. prod.: esso è il vincolo costitutivo del proc. e ne configura l’aspetto dinamico che caratterizza la struttura az., a sua volta collegato all’aspetto funz.: la trasformaz. input-output per accrescimento (funz. di prod.) è condizionata dal vincolo temporale del ciclo biol. e dalla presenza della T

36 RAPPRESENTAZIONE SINTETICA DEL MECCANISMO ATTRAVERSO IL QUALE SI REALIZZA IL PROCESSO PRODUTTIVO (E SI COSTRUISCE UNA TEORIA ECONOMICA DELL’AZ. AGRARIA) Funzione di produzione (1) Input (Terra) PROCESSO BIOLOGICO Output Organizzazione sistema integrato(2) Tempo (ciclo biologico) Mercato dei prodotti e dei fattori

37 COME I DUE ASPETTI (FUNZIONALE E SISTEMICO) CHE SOSTANZIANO IL PROCESSO PRODUTTIVO DETERMINANO IL RISULTATO DELLA GESTIONE La funz. di produz. e l’organizzaz, influenzano in modo diverso il risultato finale. Rappresentando questo in termini di efficienza, misurata come costo unitario medio min., si ha che: –con la funz. di produz. è possibile cercare l’ottimo assoluto dal punto di vista tecnico, tenendo conto dei p dei fattori (rendim. marg. ponderato = 1) –con l’organizzaz. sistema si mira a rendere min. il Cu di ogni processo per ogni situaz. az. Pertanto, si tende a un ottimo relativo poiché fa riferimento a situaz. medie e a caratteristiche di complementarietà tra fattori e tra processi Se, dati il p e la curva del Cu, l’az. si trova su una curva di costo non ottimale, l’organizzaz. sistema, attraverso una ricombinaz. dei mezzi che tenga meglio conto della loro complementarietà d’uso allo scopo di ridurre la media dei costi di processo, può far avvicinare l’az. a una posiz. ottimale Se lo scopo è la max del π, è nec. riferirsi al Cm per determinare la dimensione produttiva ott. Inoltre, se l’organizzaz. sistema è in grado di imporre un p più elevato, il ripristino dell’intramarginalità dell’az. può aversi senza modificare il costo Si può dedurre che non c’è contrapposiz. tra funz. di produz. e strumenti dell’organizzaz.: sia con l’una sia con l’altra si può perseguire una condiz. di intramarginalità che non coincide con la max del π

38 I RAPPORTI TRA ATTORI (SOGGETTI EC.), ATTIVITA’ EC. E FINALITA’ L’analisi ec. dell’az.a. trova un’adeguata interpretaz. se si considera che il funzionamento del meccanismo che costituisce l’unità di produz. dipende dalle attività di più soggetti (riconducibili alle figure ec.-giuridiche della proprietà, dell’impresa e del management) aventi un ruolo ec. differenziato ma coerente, che perseguono diverse finalità e sono informati a comportamenti che ubbidiscono a impostazioni metodologiche e strumentali differenti Le attività sono individuabili: - nella strategia, - nel governo: interventi che afferiscono alle scelte di l.p. (dimens. territoriale) - nella gestione: interventi relativi alle scelte per conseguire il max risultato ec. - nella organizzazione: svolge funz. complementare di indirizzo, verifica, adattamento di tutte le attività QUADRO INTERPRETATIVO DELL’ANALISI ECON. DELL’AZ. A. Soggetti ec. Attività ec. Finalità Proprietà-impresa strategia ricerca di rapporti strut. con il merc. Proprietà-impresa governo scelte di l.p. (miglioramenti fond.) Impresa-management gestione scelte di b.p. (risultato es. prod.) Management organizzazione coordinamento mezzi e attività per miglioramento dei proc. prod.

39 L’ATTIVITA’ DI STRATEGIA La strategia, in generale, si traduce nella ricerca dei rapporti con l’ambiente esterno, essa si estrinseca nella scelta dei rapporti strutturali con il mercato Riferita all’az. a., e tenendo conto, perciò, dei fattori di scelta e dei vincoli operativi sia dei processi produttivi a. sia delle condiz. di subordinazione delle singole az. al mercato concorrenziale, la strategia è da intendere come modalità di realizzazione di obiettivi fondamentali predefiniti. Ciò significa che la strategia dell’az. a. non è quella di delineare un’identità che va definendosi in relaz. alle interazioni ambientali e che suggeriscono comportamenti strategici, come si verifica in altre az. In altri termini, l’identità dell’az. non dipende dalle variaz. amb. e dalle situaz. del mercato perchè si può interpretare ciò che l’az. fa effettivamente ma non quello che vorrebbe fare e perché l’investimento in Kf è una scelta che non dipende solo dal liv. di remuneraz. sul mercato dei K ma coinvolge altre variabili, come la sicurezza dell’I, o componenti soggettive (tradiz., cultura, ecc.)

40 ANALISI DEL COMPORTAMENTO ECON. DELL’IMPRESA AGRICOLA MOLTEPLICITA’ DI RELAZIONI DELL’AZ. A. CON IL MERCATO L’attività dell’az. a. si sostanzia nel mercato e tramite il mercato e le relazioni che essa intraprende con il mercato dipendono dallo spazio ec. dell’az. I rapporti intrattenuti con il mercato determinano le scelte strategiche dell’az. Attraverso processi di integrazione orizzontale e verticale, la singola az. si lega con altre imprese, organizzandosi in sistemi d’impresa, accomunando la gestione della produzione in A a quella del sistema econ. Se intendiamo il mercato non solo come il luogo dove D e S si incontrano ma anche come il risultato istituzionale dei legami tra le imprese e tra queste e l’ordinamento sociale, si comprende che esso diventa il luogo dove si manifestano i rapporti di dominio e/o di dipendenza tra le imprese Per questo motivo si può affermare che i rapporti strutturali con il mercato configurano la principale dimensione strategica per tutte le imprese e quindi anche per l’impresa a. L’az. a. è perciò l’esito del meccanismo ec.-istituz., anche se i rapporti con il mercato spesso si traducono in assetti che rivelano situazioni di dipendenza da strategie esterne ad essa Allora, il problema da affrontare è se e come l’imprenditore a. può esercitare un comportamento strategico

41 IN QUALE OTTICA VA COMPRESO IL COMPORTAMENTO DELL’IMPR. A. Può essere utile rifarsi alla concezione di Hayek secondo cui il mercato rappresenta il risultato di un ordine spontaneo e non di un disegno intenzionale: il mercato come un processo di apprendimento o un meccanismo di selezione culturale che consente di conoscere, attraverso la concorrenza e i p., quelle informazioni che ogni soggetto ritiene per esso necessarie, le cui regole derivano da progressivi adattamenti relazionali Essendo perciò il mercato il risultato istituz. dei legami tra le imprese, si comprende che il comportamento dell’impresa agr. può essere visto come il risultato di un processo decisionale determinato da una rete di relaz. tra agenti, il cui scopo non necessariamente si identifica con la max del π L’imprend. a. nella visione tradiz. è considerato un price taker. Egli può invece esercitare un comportamento strategico collegandosi, attraverso rapporti contrattuali, con altre imprese allo scopo di aumentare la capacità di influire sul p L’analisi del comportamento dell’impresa agr. va effettuata tenendo conto dei rapporti contrattuali che essa intrattiene con altre imprese, allo scopo di aumentare il suo potere di mercato. Contrariamente all’ipotesi dei p dati, in cui l’impresa, sebbene interagisca con altre imprese, non ha la possibilità di modificare i p quali risultati dell’interazione, il comportamento dell’imprend. a. può essere strategico se egli, tramite la rete di relazioni, ha la possibilità di agire sul p non direttamente, ma attraverso i collegamenti di filiera. Perciò l’analisi andrebbe effettuata non solo nell’ottica passiva del price-taker ma anche in quella attiva del price-maker

42 MODELLI DI AZ. A. DIFFERENZIATI IN BASE ALLA STRUTTURA DEL MERCATO Struttura di mercato: insieme di caratteri che determinano i comportamenti e i risultati degli attori PRINCIPALI STRUTTURE DI MERCATO Struttura Caratteristiche. N. attori Concentr. S Potere di merc. Differenziaz. prod. Conc. perfetta molti irrilevante nullo nulla Conc. monop. molti irrilevante rilevante significativa Oligopolio pochi elevata elevato “ Monopolio uno assoluta massimo assoluta Quando consideriamo l’impr. a., la sola distinz. tra mercato perfetto (dove opera una pluralità di offerenti e di consumatori senza che essi abbiano alcuna possibilità di influire sul p) e mercato imperfetto (dove invece esiste tale possibilità) appare più accettabile di quella che comprende tutte le forme di mercato elaborate dalla teoria ec. poiché lo spazio ec. in cui l’impr. a. opera non è definibile a priori e ciò che caratterizza la sua performance è la possibilità di agire sul p non direttamente ma attraverso i collegamenti con le altre impr. della filiera

43 LA STRATEGIA DELL’IMPRESA NEL MERCATO CONCORRENZIALE La situaz. operativa della produz. agr. riproduce sostanzialmente le condiz. teoriche della conc. perfetta (l’aggettivaz. non indica la desiderabilità del tipo di mercato ma semplicemente una descrizione tecnica della sua efficacia rispetto ad altri sistemi ec.) Le condiz. teoriche della conc. perf. (caratteri dell’ec. di mercato) sono: –presenza di un gran n. di compratori e venditori –omogeneità del prodotto scambiato –assenza di condiz. determinanti rapporti preferenziali tra gli agenti –assenza di barriere all’entrata e all’uscita dal mercato –perfetta conoscenza del mercato da parte dei soggetti La realtà in cui opera l’A non riflette esattam. questo modello teorico in quanto: –i p di alcuni prod. a. sono a volte influenzati da un solo compratore o da pochi venditori (coop. di vendita), determinando condiz. di mercato di monopsonio o di monop. –libertà di ingresso spesso ostacolata da alto costo della T e dei K, determinando frequenti condiz. di trasmissione ereditaria del mestiere di A –perfetta conoscenza più a vantaggio delle grandi az. che non delle piccole Ciononostante, si può assumere che in A, D, S, p si manifestano con meccanismi tali da essere studiati con il modello di mercato conc.

44 IL PROBLEMA DELLA DIMENSIONE PRODUTTIVA LA PRINCIPALE DIMENSIONE STRATEGICA E’ DETERMINANTA DAI RAPPORTI CHE L’AZIENDA INTRATTIENE CON IL MERCATO La strategia dell’impr. nel contesto di un mercato sostanzialmente competitivo è una strategia della quantità: essa deve decidere quanto produrre al p di mercato per realizzare il max π (quella quantità corrispondente a p=Cm) (…) Il problema della dimensione produttiva si complica quando consideriamo il tempo che intercorre tra il momento della decisione e il momento di realizzo della produzione Funzioni del sistema dei p (con effetti peculiari sull’az.a.) - una prima funz. è quella di regolare la D alla S di b.p. (produz. stag.) (S rigida) - per l’impresa il sistema dei p funge come segnale del cambiamento nei C - il sistema dei p svolge una funz. di allocaz. delle risorse

45 L’EQUILIBRIO DELL’AZ. A. COME ENTITA’ DINAMICA Conseguenze dell’introduzione del t: l’az. deve essere assunta come entità dinamica. La considerazione del tempo-produzione esige che il K e il L siano anticipati Cambia la funzione imprenditoriale. L’assunz. della max del π esige che le scelte siano fondate su dati certi noti a priori, ciò che presuppone l’esistenza di una situaz. di ottimo che esclude la ricerca di altre situaz. che possono rivelarsi migliori, la cui realizzaz. dipende dalle condiz. di partenza che l’imprend. può modificare, per es. investendo in K più prod., in L più innovativo. Queste scelte volte a migliorare l’effic. del processo e a rendere più competitivo il prod. richiedono anticipazioni L’ imprend. non avrebbe il fine di max il π, che suppone data la funz. di produz., ma di modificare, tramite l’organizzaz. e la consideraz. del tempo-organizzazione (oltre che del tempo-produz.), la funz. di produz. stessa Come tenere conto del t?

46 IL PROBLEMA DEL TEMPO Le analisi volte a determinare il livello prod. si basano sull’idea di contestualità temporale tra input (costi) e output (ricavi). Tale idea rappresenta una forte semplificazione del proc. prod. a. In ec. vale un principio fondamentale: il val. dipende dal t e uno stesso val. ha entità div. in funz. della sua collocazione temporale. Così le scelte relative a quanto, cosa e come produrre devono tenere conto del t di produz., il quale modifica il val. del prodotto quando è considerato al momento in cui sono effettuate le scelte di liv. prod. La considerazione del t comporta due conseguenze: –1) l’imprenditore dovrà calcolare il val. monetario del t, misurato da i (p d’uso dell’unità di moneta nell’unità di t). Essendo il R realizzato al t “t” e il C al t “0”, le due variabili sono confrontabili se sono omogenee. Ciò si ottiene applicando un coeffic. di anticipaz. “a”, dato dall’espressione 1/(1+rt) o 1/(1+r) t. La condiz. di eq. sarà: Cm = Rma –2) per quanto riguarda i fattori fissi il cui apporto supera il t di un ciclo produttivo e sono utilizzati in più processi produttivi, egli dovrà calcolare il relativo C d’uso, per cui è nec. valutare il t di utilizzo per un ciclo (quota di amm.to). Il C di ciascuna attività: C=Rtr (R val. di amm.to). Se il processo prod. è costituito da n attività, il contributo del fattore all’intero proc. prod. az. ha un C: CF=Σ Rtr Riferendo il C dei fattori fissi al momento in cui si prendono le dec. si ha: CF=Σ Rtra

47 L’EQUILIBRIO DINAMICO NEL MERCATO CONCORRENZIALE Condiz. teorica di eq.: Cm = Rma; in libera conc.: Cm = pa che differisce rispetto alla situaz. di max π quando ci si riferisce alla funz. di prod. in cui vale la relaz. contestuale input-output. Si ha quindi un p (virtuale) più basso di quello di merc. Questo significa che la relaz. tra quantità ottimale e t in libera conc. si tradurrebbe in un π inferiore a quello teorico previsto dal modello standard. E’ come se l’impr. vendesse a un p inf. al p di mercato. Ciò che in libera conc. non è possibile. E’ invece possibile in situaz. non conc. (monop.) in cui il π dipende dalla D (p) e dalla quantità con l’eq. a liv. di Rm=Cm Quando invece il p è dato dal mercato, il π dipende solo dalla quantità. In queste condiz. l’impr. ragiona non in termini di π ma di R per cui converrebbe produrre la maggiore quantità possibile per compensare la diminuz. di p. Questa maggiore quantità, decisa sulla base del p virtuale (pa) potrebbe stimolare l’imprend. a introdurre innovaz. e/o organizzare il proc. prod. per aumentare la pr e, quindi, ottenere un RT più elevato E’ chiaro che la decisione presa sulla base del p virtuale è un’ip., perché la maggiore quantità si potrebbe individuare con il modello standard, in tal caso dobbiamo essere coscienti di rimanere in una situaz. di analisi statica. Oppure, come si è detto, incrementando la pr dei fattori, ma in tal caso si trascurerebbe la misura ec. del t, in quanto l’aumento della pr richiede un processo di anticipaz. rispetto al prodotto. E’ proprio la dec. di come anticipare il R e quindi la consideraz. del t e del i che rendono dinamica l’impr., poiché si assume che il suo scopo si sostanzi nella ricerca continua dell’anticipaz. innovativa per conseguire il migliore risultato

48 IL MERCATO IN CONDIZIONI DI EQUILIBRIO INSTABILE. L’IPOTESI DELL’OFFERTA RITARDATA RISPETTO AL PREZZO Ammettere che l’unicità e la stabilità siano condiz. di eq. del p di mercato comporta che gli scambi abbiano luogo una volta raggiunta la posiz di eq. Tali condiz. sono però teoriche in quanto alla posiz. di eq ci si avvicina per adattamenti successivi della D e S che determinano via via i p dai quali a loro volta sono stimolate. Questo contrasta con l’ip. per la quale i soggetti non possono influire sui p. Per evitare di ammettere che le transaz. possano aver luogo prima che il p di eq. venga raggiunto si suppone l’esistenza di un agente (banditore) avente la funz. di trasmettere le info. di p ai soggetti. Nella realtà gli scambi avvengono continuamente anche prima che sia stato raggiunto il p di eq. Siamo sempre in una logica statica: non si coglie la configuraz. dinamica delle transaz. che portano alla realizzaz. dell’eq. In realtà, imprenditori e consumatori rivedono continuamente le proprie dec. sulle quantità da vendere e da acquistare, per cui il p di eq. si determina in maniera dinamica e non è detto che il mercato pervenga alla sua definizione in quanto una situaz. di squilibrio iniziale può accentuarsi o permanere nel tempo. In A per tenere conto del t di produz. si fa l’ip. della S ritardata rappresentata dal modello della ragnatela. Questo perchè le caratteristiche biol. della prod. costringono l’impr. a offrire il prodotto in un periodo successivo rispetto a quello in cui fu decisa la prod. al p allora corr.

49 IL COMPORTAMENTO DELL’IMPRESA IN CONDIZIONE DI EQUILIBRIO INSTABILE Lo sfasamento temporale tra decisione di produrre e S del prodotto ha la conseguenza, per l’impresa, che essa si trova in una situazione di continuo squilibrio dimensionale Il criterio teorico di scelta dimensionale richiede un adattamento a livello di impresa al fine di individuare p=Cm=Rm Se il p di partenza è sup. a quello di eq., occorre produrre una quantità min. rispetto a quella teorica per evitare che alla fine del periodo di prod. ci siano rimanenze invendute. Al contrario essa dovrebbe produrre una quantità magg. se il p di partenza fosse inf. a quello di eq. per evitare eccessi di D Nel b.p. quindi l’incertezza nelle scelte della dimensione produttiva è determinata non solo dalla stagionalità del p, ma anche dal condizionamento temporale del ciclo di produzione Nel l.p., invece, le variaz. di p possono essere provocate dal cambiamento della D, dovute alla crescita della pop., ai cambiamenti nelle preferenze dei C, all’aumento del Y pro-cap., all’inflazione, ecc.

50 LA STRATEGIA DELLA QUANTITA’ La causa di incertezza determinata dalle caratter. di stagionalità del p spinge l’impr. a produrre di più per contrastare la diminuz. di p per la concentraz. ciclica della S. In questa condiz., l’impr. non ha lo scopo di max del π, ma quello delle vendite o del ricavo. Per tenere conto di tale situaz. è utile avanzare l’ip. del π soggettivo, per indicare che l’imprend. accetta di remunerare i fattori non al loro costo opportunità ma a un liv. infer. e tuttavia ritenuto soddisfacente per mantenere l’az. Un’altra causa di incertezza, dovuta alle fluttuaz. prod. non controllabili perché non prevedibili, induce a realizzare la quantità di prodotto che possa garantire il più elevato π relativo (non quindi assoluto) compatibile con la quantità stessa Contrariamente a quanto supposto dalla teoria standard e al comportamento dell’impr. ind., l’impr. agr. persegue una strategia volta a conseguire un max ass. di quantità e un max relativo di π La quantità che l’impr. vuole produrre può non coincidere quindi con quella che assicura (teoricamente) il max π ass. e che si basa sulla conoscenza della curva del costo minimale e del liv. del p (…) Questo modello teorico è coerente con una concez. statica dell’az., nell’ip. che il p, la tecnologia, le conoscenze e le relaz. con il mercato siano invarianti

51 LA DIMENSIONE DELL’IMPRESA COOP. DI TRASFORMAZIONE La curva del costo minimale e il p non sono conoscibili a priori. Inoltre, i rapporti contrattuali (interaziendali e con il mercato) possono variare nel b.p. in modo da consentire all’impr. un diverso potere di mercato e quindi un comportamento dinamico. In altri termini, la strategia della quantità si concretizza o con adattamenti di tipo parziale (modulando per es. l’impiego dei mezzi tecnici in relaz. alle previs. produttive) o per mezzo di adattamenti organizzativi in grado di incidere sul p o sul costo, con comportamenti di carattere coop che facciano aumentare il primo e diminuire il secondo L’impr. coop. rappresenta un modo di organizzaz. con cui l’impr. agr. cerca di svolgere una funz. di mercato migliorando la sua competitività tramite la gestione in comune di tutta o parte dell’attività ec. Con le coop si definisce un div. e allargato confine operativo dell’impr. agr. in quanto con esse si svolge in modo più conveniente il ruolo essenz. di completamento del ciclo prod. dell’az. Le coop. agr. sono: –coop di prod., aventi lo scopo di realizzare più elevate ec. di scala; esse hanno avuto storicamente finalità di autodifesa –coop di trasformaz. e commercializzazione, oltre a realizzare ec. di scala, hanno lo scopo di agevolare l’immissione del prodotto sul mercato

52 LA QUESTIONE DELL’ESISTENZA O MENO DI UNA DIVERSITA’ DI COMPORTAMENTO TRA AZ. COOP. E AZ. CAPITALISTICA L’aspetto dimens. dell’impr coop. di trasformaz. assume un ruolo strategico per: –la necessità di realizzare ec. di scala cui la singola az non potrebbe accedere; –la necessità di contenere i costi per poter competere sul mercato con altre az. Normalmente si assume la seguente differenza tra i due tipi di impr.: - il fine dell’impr. cap. sarebbe il max π glob. di trasformaz.; - l’impr. coop. mirerebbe a rendere max il val. di trasformaz. del fattore conferito, cioè la differenza tra il val. del prod. trasformato e il costo della trasformaz. al netto del val. del prod. prima della trasformaz. Vale lo stesso criterio (p=Cm) (…) per l’una e per l’altra, con la differenza che l’impr. cap. ha come riferim. un p di mercato più elevato perché tra i costi si deve considerare il val. del prod. da trasformare. Quindi se anche la coop valutasse il prod conferito al p di mercato non vi sarebbero differenze nell’obiettivo delle due impr., le quali tenderebbero alla stessa quantità di prodotto(Q 1 ) Tuttavia, la coop. apprezza il val. del conferimento a posteriori, per cui il p del prodotto da trasformare è posto a un liv. inf. a quello di mercato. Essa potrebbe quindi dimensionarsi in maniera da garantire al prod. agr. conferito dai soci un margine di π di trasformaz. inf. a quello max. In conclusione, il meccanismo di valutaz. sulla base del val. di trasformaz. consente alla coop. un vantaggio compet. nell’occupare quote aggiuntive di mercato sulla base della conc. di p e pone problemi di parità di condiz con l’impr. cap., la quale è esclusa dalle agevolaz. fiscali di cui gode la coop. Nasce il dubbio se tali agev., introdotte per garantire il princ. mutualistico, siano giustificabili anche quando essa supera determinate dimensioni.

53 IL MECCANISMO DI FORMAZIONE DEL PREZZO DELLA TERRA Abbiamo stabilito che nel mercato conc. l’impr. decide il liv. di prod. in base al criterio dell’eguaglianza tra Cm e p anche per il K e il L, se si suppone la divisibilità del loro utilizzo e rappresentabile con una curva di S continua, vale lo stesso princ. di formaz del p di eq e lo stesso criterio per cui la quantità di impiego di tali fattori è determinata dall’eguaglianza tra il p del fattore (costo per l’impr.) e la Prm Fattori che contribuiscono a rendere disomogenea e non continua l’offerta di T - fattori ec.: l’ipotesi della divisibilità non vale per la T che, contrariamente al K e L, ha caratteristiche di irriproducibilità (scarsità assoluta, la quale vincola l’imprend. nell’acquisto del fattore) e non omogeneità (diversa fertilità naturale, comportante la necessità di dover disporre di T di differente fertilità tale da modificare il Cm) - fattori istituz.: per l’attitudine della T a fornire servizi (beni amb., protez. del territorio, salvaguardia del paesaggio, ecc.) alternativi all’utilizzo prod. agr. e connessi a dispositivi istituz. (contributi, premi per Ha, ecc.) Entrambi i fattori determinano non un’offerta di T, ma gruppi omogenei di T che riflettono differenze di fertilità naturale e/o di utilizzo alternativo (…) Ciò significa che il meccanismo di formaz. del p della T si deve interpretare non solo con i criteri validi per lo scambio di mezzi prod e per i beni prod., ma con criteri riconducibili al fatto che la T ha caratteristiche che si possono apprezzare se ci riferiamo al val. d’uso

54 MODALITA’ DI GOVERNO DELL’IMPRESA IN CONDIZIONI DI MERCATO CONCORRENZIALE Diverse ragioni, abbiamo visto, ci inducono a ritenere che in A le impr. operano in condiz. di mercato competitivo, ma che, in realtà, non è ad esso assimilabile: per es., i p possono essere influenzati da un solo acquirente, o la libertà di entrata può essere ostacolata dall’alto costo della T o dal fatto che non tutte le az. utilizzano la stessa tecnologia e hanno la stessa informaz. Pertanto, anche in concorrenza è possibile assumere che nell’esercizio dell’attività d’impr. esistano gradi di libertà che permettono di governare meglio l’az.: - un primo modo consiste nel ridurre i costi di produz. - una seconda modalità sta nell’aumentare il potere di contrattaz. tramite per es. un’organizzaz. coop. di tipo oriz., la quale consente di acquistare grandi quantità di fattori e di vendere grandi quantità di prodotti e di ottenere p più fav., svincolando in parte la singola az. dalla condiz. di price-taker. Tuttavia, questa forma di coop., per ragioni dovute alla volontarietà delle organizzaz., alla numerosità delle coop., anche in conc. tra loro e alla scarsa capacità di controllare i canali comm.li per influire sul p, non ha potuto conseguire un vero e proprio potere di mercato - una terza modalità riguarda l’adeguamento alle variaz. della D di prod. agroal. nel l. p. (variaz. del poter d’acquisto, modifica dei gusti)

55 STRUMENTI CHE PERMETTONO ALL’IMPRESA DI ACQUISIRE UN MAGGIORE POTERE CONTRATTUALE Per aumentare il potere contrattuale delle impr. ass., esistono strumenti più incisivi di quelli fondati sull’organizzaz. coop. di tipo oriz.: - i marketing orders consentono di aumentare il potere contrattuale attraverso il controllo della quantità e della qualità, della pubblicità e della differenziaz. del prod.; devono essere approvati dalla maggioranza dei prod. prima di diventare abbligatori - i marketing agreements, contratti stipulati tra prod. e trasformatori e avallati dall’autorità governativa, obbligano solo coloro che lo sottoscrivono Questi strumenti sono più flessibili rispetto al marketing board che è una struttura più vincolante perché ha il potere legale di fissare il p di mercato e quindi va considerato strumento non di concorrenza

56 I MARKETING BOARDS Il maggiore potere contrattuale si acquisisce con l’organizzaz. (concentraz. e contenimento) dell’offerta tramite strumenti di tipo orizz. come i marketing boards, i quali sono organizzaz. di prod. riconosciuti dalla legge che controllano e indirizzano la produz. di beni a D rigida (come il latte), aventi lo scopo di ridurre i margini comm.li. Essi sono nati come enti di comm.lizzazione e funzionano come agenzie monop. di vendita dei prod. agr.; hanno perciò un notevole potere in quanto obbligatori. Possono migliorare i p 1) innalzando il p al cons. con la riduz. dell’offerta 2) con la riduz dei margini distributivi in modo che tutti i produttori ricevano lo stesso p per lo stesso prod 3) imponendo restriz. ai prod. più fortunati a vantaggio di quelli meno fortunati In Italia, sulla base di una direttiva comunitaria, è l’associazione dei produttori la struttura giuridica e organizzativa che dovrebbe permettere all’impr. di acquisire maggiore potere contrattuale influendo anche sul p di vendita senza però poterlo imporre per legge. Esse sono perciò organizzaz. di mercato che si ispirano ai boards (per es., il Consorzio Parmigiano-reggiano, organismo di controllo che attua politiche di autoregolam., rientra nelle funz. tipiche del board). In realtà, anche se il suo compito dovrebbe consistere nella stipula di contratti interprofessionali per stimolare l’integraz. vert., agisce come organismo assoc.di tipo orizz. allo scopo di aumentare il potere contrattuale degli agric. analogamente ai marketing orders e ai marketing agreements

57 L’IMPRESA NEL MERCATO NON CONCORRENZIALE Per spiegare in modo esauriente il comportamento dell’az. agr. dobbiamo andare oltre il modello concor. L’introduz. della componente organizzazione consente di considerare l’az. nelle sue articolaz. verso l’esterno, con l’integraz. oriz. e vert., ma anche nelle relazioni di filiera e con i sistemi produttivi e territoriali. Essa assume così configuraz. complesse, difficilmente interpretabili dai modelli conc. I modelli non conc., invece, assumendo che l’impresa abbia un certo controllo del mercato e del p, sono più adeguati a inglobare nell’analisi le strategie organiz. Nel mercato imperfetto, tra Rm e p non c’è più coincidenza, come invece si ha nel mercato conc. Questo perché il controllo del p implica che la curva di D sia inclinata negativamente e, conseguentemente, la curva di Rm a inferiore a quella della stessa D Qual è il significato ec. di questa relazione? Significa che l’impr può attuare o una strategia di quantità o una strategia di p, ma non entrambe contemporaneamente Relazione tra Rm e p Una curva di D perfettam. elastica descrive una forma di mercato conc., mentre una curva intermedia descrive una situaz. di merc. non conc. Una D inclinata indica i p ai quali è possibile acquistare un determinato bene, ma indica anche i Rt del mercato o dell’impr. Questa semplice constataz. consente di chiarire un concetto relativo alla relaz tra D e curva del Rt (curva a campana) La relazione esprime il fatto che la differenza tra Rm e p dipende dalla elasticità della D al p.: maggiore è l’elasticità minore è la differenza

58 DIFFICOLTA’ DI APPLICAZIONE DI UNA STRATEGIA MONOPOLISTICA DA PARTE DELL’IMPRESA AGRICOLA Le condizioni che permettono il verificarsi del mo. sono che: a) esiste un solo offerente per un prodotto che, non essendoci sostituti, può essere considerato differenziato; b) non sia possibile l’accesso al mercato per altre imprese; c) non vi sia informazione Il potere di mercato del monopolista è assoluto, tanto che, se egli offre lo stesso prodotto su diversi mercati ma traloro non comunicanti, per max il π deve differenziare il p di vendita. Questo è possibile perché il prodotto ha una diversa curva di D in ogni mercato, mentre il Cm è lo stesso, per cui…. L’impresa a., per le sue ridotte dimensioni produttive, difficilmente è in grado di attuare una strategia monopolistica sia riferita al p sia alla differenziazione del prodotto (anche per quei prodotti a D rigida offerti in condizioni di mo.)

59 STRUMENTI PER ESTENDERE I VANTAGGI DEL MONOPOLIO DA UN SEGMENTO ALL’ALTRO DELLA FILIERA Tali strategie possono essere attuate con l’integrazione orizzontale come il marketing board. Infatti, un maggiore potere contrattuale si acquisisce con l’organizzazione, vale a dire con la concentrazione e il contenimento della S, tramite organizzazioni di produttori riconosciuti dalla legge che controllano e indirizzano la produzione di alcuni beni (a D rigida come il latte), allo scopo di ridurre i costi di trasformazione e di commercializzazione Il comportamento del board è spiegabile con il modello monop. E’ più difficile spiegare la strategia dell’impresa associata poichè essa non può produrre la quantità max possibile compatibile con il p stabilito dal board, per la contraddizione tra le sue scelte teoricamente stabilite in base al p di mercato più elevato e la quantità da produrre (stabilita dal board) che dovrebbe dipendere dal sul Cm: più basso è il Cm più alta è la quota di produzione da assegnare L’altro strumento è l’integrazione verticale come la partecipazione diretta di imprese di commercializzazione (soggetti integranti) ai risultati ec. delle imprese agricole (soggetti integrati) per la produzione di prodotti alimentari fondamentali soprattutto in USA e in UK. Il p su cui l’impresa integrata regola la produzione è stabilito dall’impresa integrante in base alla sua strategia. Con questo strumento si ha il vantaggio di un maggior p di mercato ma ad esso si associa il vincolo di un’organizzazione più rigida, nel senso che l’impr. a., pur rimanendo pice-taker, non gode di flessibilità di adattamento nelle scelte di tecnica e di livello prod., soprattutto se viene fissata per contratto la quantità da produrre

60 LA STRATEGIA AZIENDALE NELLA CONCORRENZA MONOPOLISTICA (O IMPERFETTA) Si ha c.m. nei casi in cui: - le imprese, pur producendo prodotti simili, sono in grado di differenziarli (attraverso il marchio) e, perciò, di creare un proprio mercato in cui si comportano da monopolista e adottare una strategia di p - essendo però in concorrenza, il controllo del p è tuttavia limitato in modo da non indurre il consumatore a domandare prodotti simili a più basso p. Per questo tale controllo è esercitato con la competizione non di p, come la garanzia, la certificazione di qualità, ecc. La strategia dell’impresa in c.m. è simile a quella monopolistica, ma essa ha minore capacità di determinare il p di vendita I prodotti a. possono essere oggetto di concorrenza non di p nei casi di prodotti legati all’origine territoriale, attraverso l’utilizzo di una combinazione di elementi, come il marchio (spesso pubblico, ma può essere anche collettivo) o un simbolo che permettono l’identificazione di un prodotto. Mentre il marchio privato ha la funzione di riconoscimento del prodotto, quello pubblico ne assicura la costanza delle caratteristiche e di usufruire della tutela dei prodotti DOP e di qualità certificata Pertanto, è proprio il mercato dei prodotti così differenziati a essere interpretabile con il modello della c.m. Lo stesso vale per i prodotti biologici la cui differenziaz. qualitativa è un’innovazione di processo, la quale, per questo, rappresenta un fattore di competitività E’ bene osservare che più che la singola impresa a. è l’aggregato delle imprese ad avvantaggiarsi delle condizioni dalla c.m. La singola impresa potrà godere dei vantaggi di questo mercato solo con l’integrazione verticale

61 LA STRATEGIA AZIENDALE NEL MERCATO OLIGOPOLISTICO Caratteri dell’oligopolio - presenza di poche grandi imprese - difficoltà di entrata - differenziazione del prodotto - concentrazione delle imprese (misurata da un indice di concentrazione: % delle vendite o del valore sul totale del settore) - strategia di interdipendenza, con la conseguenza che il p è il risultato di un compromesso tra le imprese Il meccanismo di formazione del p può essere rappresentato con una curva di D ad angolo Si evidenzia l’esistenza di una pluralità di punti di eq. ognuno dei quali corrisponde a un diverso costo di prod. Essendo la curva del Rm discontinua, non si può individuare un punto in cui Rm=Cm. Questo significa che possono coesistere imprese diversamente strutturate e quindi, per un certo tratto di D, il p non si modifica Questo porta le imprese a comportarsi in modo collusivo, a esercitare quindi più il potere contrattuale che le regole di mercato Se l’impresa a. produce commodities, non differenziabili, anche se integrata orizzontalmente, difficilmente raggiunge quel grado di concentraz. tale da poter attuare una strategia oligop. E’ possibile invece attuarla per le specialities, anche se è difficile raggiungere un elevato indice di concentrazione Comunque, è l’impresa integrante a esercitare la strategia oligop., mentre l’impresa integrata usufruisce dei vantaggi solo in modo indiretto. Possiamo affermare che l’oligop. può essere un modello strategico, sia pure indirettamente, in quanto risultato di forme di integraz. verticale

62 …E NEL MONOPOLIO BILATERALE L’eq. del venditore monopolista corrisponde al punto in cui Rm=Cm (dell’oligopolista) che determina un p di vendita superiore al p di acquisto del monopsonista, il cui eq. corrisponde al punto il Cm=Pr. Non essendo possibile stabilire teoricamente p e quantità di eq., sia il p sia la quantità dipendono dal potere contrattuale e dalla capacità di ognuno di fare accettare all’altro le proprie condizioni, soprattutto quelle relative all’informazione (presenza di asimmetria informativa) In A. le caratteristiche del monop. bil. si verificano nel mercato della T, soprattutto se essa presenta caratteri (di irriproducibilità, di esclusività territoriale, ecc.), per cui solo essa è capace di soddisfare le esigenze dell’unico venditore e dell’unico compratore

63 QUALE MANAGEMENT STRATEGICO DELLE IMPRESE AGRICOLE NEL MERCATO NON CONCORRENZIALE? Importante distinzione in base alla natura del mercato imperfetto (valida per le imprese ind.): –il comportamento delle imprese interagenti può essere di tipo coop. o collusivo – le strategie di tipo difensivo (al fine di conservare la posizione dell’impresa nel mercato) e di tipo offensivo (per aumentare la propria quota di mercato e quindi di sconvolgerne la stabilità) Difficilmente l’impresa a. è in grado di attuare autonomamente tali strategie, anche se essa acquisisce maggiore spazio ec. adottando comportamenti coop. e di integraz. che hanno, comunque, conseguenze sia sulle scelte di b. p. sia sugli adattamenti strutturali I comportamenti collusivi possono essere favoriti dalla legge, come nei marketing boards. L’integrazione orizzontale di tipo coop. consente di attuare strategie difensive, mentre l’integraz. verticale è più efficace per quelle offensive che possono essere attuate da organismi regolati dalla legge, come le associaz. dei produttori La questione più rilevante riguarda l’attivaz. di quei fattori di competitività che rientrano nelle strategie di mercato imperfetto, come quelli legati al rapporto con i mercati per quanto riguarda il prodotto (p., qualità, concentrazione produttiva, ma anche le politiche di sostegno dei p) e, per quanto riguarda le risorse, i p, le modalità di approvvigionamento, innovaz. e le condiz. In cui esse si rendono disponibili (localizzaz. geograf., dotaz. Infrastrutturale, ecc.)

64 FATTORI DETERMINANTI LA POSIZIONE CONCRETA DI EQUILIBRIO Due variabili sono confrontabili se esse sono rese omogenee dal punto di vista temporale. Ciò è possibile con l’operaz. di anticipaz. o di posticipaz. Il costo di norma è anticipato rispetto al ricavo, per cui questo è reso omogeneo al primo applicando il fattore di anticipaz. Pertanto, il modello che rappresenta la scelta della quantità da produrre va integrato inserendo la curva del Rm attualizzato (Rma), con la conseguenza che la quantità ottimale risulterà inferiore rispetto a quella che definisce la quantità di equilibrio teorica La posizione concreta di eq. dipende dai seguenti fattori: a) dalla funz. di produz. teorica (andamento delle curve di Cm e Rm) b) dal tempo-organizzaz., vale a dire dal grado di efficienza relativo alla distribuz. del t di utilizzo dei fattori fissi tra le varie operaz. del processo prod. che concorre a determinare il Ct e il Cm c) dal tempo-produz. e dal tasso di i, i quali sono inversamente correlati al Rm Mentre il primo fattore è condizionato dalla tecnica e dalla relaz. input-output, gli altri due sono determinati dalle scelte organizzative, in quanto un’idonea organizzaz. Interna, circa il coordinamento temporale delle operaz. e la contrattaz di i (ricerca del tasso di i più favorevole tramite i rapporti istituz. con l’esterno), consente di avvicinare le curve di Cm e di Rm a quelli teorici Il significato ec. di quanto precede sta nel fatto che l’imprenditore deve decidere come anticipare il ricavo, cioè come valutare il t con la scelta di i. Questo spiega l’innovaz. e la dinamica del suo comportamento

65 IMPLICAZIONI CONNESSE ALL’ASSUNZIONE DEL TEMPO COME FATTORE DI VALUTAZIONE DEL RISCHIO Assumere il t come fattore di valutaz. del rischio comporta la consideraz. di esso come variabile esplicativa, cioè come elemento attivo nel processo decisionale, oltre le tradiz. variabili di p e quantità Specie in A, l’imprenditore può tentare di modificare continuamente la funzione di produz. solo se l’az. è gestita sul filo del t, in cui cioè esso non è un semplice fluire fenomenico, ma, al contrario, una variabile esplicativa diretta per cui la durata del ciclo produttivo (tempo-produzione) assume un ruolo rilevante in quanto variabile direttamente connessa alle regole naturali che accentua la sfasamento tra input e output La consideraz. del t, oltre a consentire il passaggio dall’eq. statico all’eq.dinamico, comporta la necessità di operare una correzione in quanto il valore della Pr di ciascun fattore non si realizza, come suppone la funzione di produzione, sincronicamente all’introduz. dell’input, ma dopo. Sostenendo i costi connessi all’anticipaz. dell’input, l’imprenditore si assume l’alea che l’output si realizzi secondo le previsioni, la quale dipende da fattori di rischio di ordine tecnico e di ordine ec. Per anticipare al momento delle decisioni il valore del prodotto che è legato a un tempo futuro, egli tiene conto di questi rischi con la scelta del tasso di sconto: quanto più il ciclo produttivo è lungo tanto maggiore sarà il rischio che la produz. effettiva non corrisponda alle aspettative o che i p si discostino da quelli previsti. In questi casi maggiore sarà il tasso di sconto da applicare

66 COME MISURARE IL TEMPO-PRODUZIONE L’operaz. di anticipaz. è necessaria perché costi e ricavi non sono valori economicamente omogenei. Ora, il fattore a dipende dal t futuro (tempo-produz.) e da i, cioè dal tasso di sconto che è legato a i. Perciò, trascurare il tempo di produz. significa trascurare lo scopo dell’interesse e del π, poiché c’è una relaz. Inversa tra i e π (a parità di ricavo e degli altri costi, maggiore è i minore è π) Quindi l’esistenza del tempo-produz. ne comporta la misura per mezzo del tasso di sconto, a sua volta collegato a i e al π atteso. Questo perché, da un lato, il mercato del K ha un costo tanto più elevato quanto maggiore risulta la sua anticipaz. rispetto alla realizzaz. del prodotto e, dall’altro lato, per la relazione inversa tra i e π Insomma, la scelta di un tasso di sconto è in relazione alla capacità dell’imprenditore di valutare i rischi connessi all’attività produttiva, vale a dire al suo orizzonte ec. Infatti, cambiando il tasso di sconto cambia il VA della produttività futura Per questo possiamo affermare che la misura del t rappresenta una sintesi del rischio d’impresa

67 LE DECISIONI AZIENDALI IN PRESENZA DI RISCHIO E INCERTEZZA Il tempo-produzione rappresenta la sintesi del rischio di impresa nel senso che la presenza del t spiega l’alea del processo prod. Il rischio d’impresa è dovuto al fatto che l’imprend. non ha conoscenza di come i processi prod. si realizzeranno e dell’evoluzione dei mercati Le cause di aleatorietà che determinano il rischio d’impresa hanno origini diverse: a) i p cambiano per cause di natura macroec. (inflaz,) o per motivi naturali o anche microec., o perché cambiano i costi per l’introduz. di nuove tecnologie e quindi cambiano i risultati produttivi per motivi endogeni ed esogeni (interventi di pol, ec,) b) nel l.p. cambiano i gusti e e le preferenze dei cons. ma anche le regolamentaz. dell’esercizio dell’attività agr. Tutte queste cause sono riassunte nella distinz. tra rischio e incertezza: 1) si parla di rischio per indicare quella situaz. in cui si conosce la probabilità che si verifichino risultati div. da quelli effettivi. La probabilità può essere oggettiva nei casi in cui i valori della probabilità si riferiscono a un n. ampio di osservaz. (ad es. distribuz. delle precipitaz.), mentre è soggettiva quando non si dispone di informaz. che permettono la determinaz. della probabilità oggettiva, per cui è preferibile ricorrere all’esperienza o anche all’intuiz. 2) si ha incertezza quando non è possibile conoscere la probabilità del verificarsi di un evento (per es. la variaz. di un p)

68 TIPOLOGIE DI INCERTEZZA Incertezza tecnologica per indicare le situaz. relative all’adoz. di innovaz. disponibili oggi o a quelle disponibili in futuro Incertezza istituzionale per indicare gli interventi che concorrono a determinare la struttura az. e a influire sulle decis. (regolamentaz. dei p e/o quantità, dei contratti; incentivaz. degli I., ecc.) Rischio-incertezza di natura finanziaria si riferisce alla possibilità di insolvenza in seguito all’incapacità di di far fronte all’anticipo delle spese e/o al pagamento di debiti. In quanto incide sul circuito del K, esso può rappresentare una fonte di instabilità, qanche se, nella realtà dell’A italiana, esistono forme istituz. di incentivi indiretti (benefici fiscali) che rendono tale categoria di rischio meno gravosa Rischi personali d’impresa riguardano quei rischi coperti dalla previdenza e dall’assistenza sanitaria relativi alla capacità a svolgere l’attività d’impresa La distinzione tra rischio e incertezza non così netta come potrebbe apparire soprattutto in A dove sono frequenti le situaz. intermedie in quanto non tutte le info relative alla probabilità che si verifichino determinati eventi si conoscono. Pertanto, essa può essere più utile se si guarda alla concreta strategia per affrontare i problemi di aleatorietà delle produz. e dei p. Mentre è possibile assicurarsi contro il rischio produttivo, non lo è per l’incertezza (per es. dei p), ma non per la difficoltà di calcolarne la probabilità quanto per il motivo che essa rappresenta la condiz. di sv. dell’impr., proprio nel senso che la stessa ragione dell’imprenditore consiste nel fronteggiare non il prevedibile, ma l’aleatorietà assumendosene i rischi. Per questo non si può acquistare un Y garantito o compensare una perdita. L’incertezza non è uno stato completamente neg.

69 STRATEGIE AZIENDALI PER LA RIDUZIONE DEL RISCHIO Preferire l’alternativa a minor rischio significa preferire l’atteggiamento di avversione al rischio, normalmente seguito dagli imprenditori. Questi, di fronte a un certo ammontare di costi con le stesse prospettive di Y, scelgono l’alternativa che comporta l’alea minore. Comunque, l’impr. ha diverse possibilità di scelta a seconda che l’evento sia assicurabile o meno Le strategie da applicare nel caso di decisioni di I, cioè di quelle situazioni di rischio valutabili in termini di probabilità soggettiva, sono quelle rientranti nel management finanz. (tasso di i in funz. del liv. di rischio considerato). Nel caso di scelta se sostituire un coltura a rendim. certo con un’altra più produttiva ma anche più onerosa, la strategia che si dovrebbe seguire è la stessa dell’I finanz.: si deve valutare se il prob. Y futuro bilancia o meno il rischio connesso all’introduzione dell’innovazione

70 STRATEGIE AZIENDALI PER LA RIDUZIONE DELL’INCERTEZZA Siccome non si può acquistare la sicurezza di avere un Y garantito o la compensaz. di una perdita, una strategia possibile è quella di aumentare il grado di flessibilità strutturale dell’az.: con l’attivaz. di colture annuali anzichè permanenti; con la scelta di attrezzature multiuso anziché specializzate; con il ricorso al noleggio La riduz. dell’incertezza si può ottenere con la diversificazione della produz., attuando ordinamenti policolturali, in tal modo si suddivide su più produz. l’incertezza tecnica e quella ec. (dei p). Quest’ultima può essere ridotta con i contratti di produz. e con i contratti future Con il contratto di produz. l’alea del p è eliminata in quanto l’acquirente garantisce il p all’agricoltore il quale si impegna a fornire in esclusiva un determinato prodotto Il contratto future è una promessa di vendita o di acquisto a un p prefissato e a data prestabilita di una certa quantità di prodotto con determinate caratteristiche. Il p è una stima del p del prodotto che sarà consegnato. L’agricoltore ha la garanzia del p, ma se le previsioni di p cambiano, egli può compensare le perdite previste vendendo il contratto a un intermediario a al p più conveniente sul mercato dei contratti

71 L’INCERTEZZA COME PROBLEMA DI INFORMAZIONE Il rischio e l’incertezza aumentano per le difficoltà nell’acquisire informazioni nella vendita dei prodotti, per inadeguata conoscenza del sistema dei p, del meccanismo della loro formaz., o nell’acquisto dei mezzi produttivi, per i quali al rischio ec. si associa il rischio tecnico. Questo determina un meccanismo di formaz. di p diverso da quello che si forma in situaz. con perfetta informaz. E’ evidente che situazioni di asimmetria informativa sul mercato dei prodotti si traduce nella collocazione non ottimale del prodotto e nell’impossibilità di ottenere il ricavo che si sarebbe ottenuto in libera concorrenza. Non essendoci perfetta informazione, se ne avvantaggia il soggetto meglio informato (cioè l’acquirente) Lo stesso vale per il mercato dei fattori quando l’imprenditore utilizza un fattore le cui caratteristiche non sono perfettamente conosciute. E’ possibile rappresentare ciò con un diagramma che mostri come si forma il p in situazione di asimmetria informativa Le conseguenze di tale situazione sono particolarmente evidenti nella definiz. dei contratti di integrazione in cui l’asimmetria info. a vantaggio dell’impr. integrante riduce il potere negoziale di quella integrata Per determinare i p della contrattazione in tale situaz. è utile il modello del monop. bilaterale

72 LA VALUTAZIONE DELLE SCELTE DI L.P. Le scelte di l.p. sono scelte di governo dell’az., in quanto riguardano la sua struttura e gli obiettivi che si intende realizzare. Fanno parte di queste scelte gli I di l.p. come i miglioramenti fond., ma anche l’assetto istituz. dell’impr., il suo assetto finanz. e patrimoniale, come la quota di K proprio e la dimens. territ. Le scelte di b.p. sono invece scelte di gestione, quali l’acquisiz, di fonti finanz, per il funzionamento, di info., di fattori produttivi Tutte le scelte sono prese in presenza di vincoli, i quali sono oggettivi se non dipendono dalla volontà dell’impr., soggettivi se dipendono dalla condiz. Particolare (capacità di lav., liv. prof., ecc,) o dalla volontà decisionale dello stesso Dal punto di vista ec., il vincolo cruciale è rappresentato dall’impossibilità di modificare i p dei fattori e dei prod. Per trattare più compiutamente la questione della valutazione delle scelte aziendali è bene riprendere il discorso sull’orizzonte ec. e sugli obiettivi dell’imprenditore

73 ANCORA SUGLI OBIETTIVI DELL’IMPRENDITORE Individuare gli obiettivi è indispensabile per elaborare un modello di impresa agr. Per la dottrina standard si assume che il fine dell’impr. puro è la max del π Di fronte all’impr. concreto l’obiettivo si ridefinisce in termini di Y netto. È bene precisare che se i fattori conferiti dall’impr. sono remunerati a p di mercato e le scelte sono prese seguendo il principio di max, è sempre valido l’obiettivo del max π. Detto altrimenti, se i fattori conferiti sono valutati a costo opportunità la ricerca del max Y netto equivale alla ricerca del max π Questo però è un punto controverso: è la stessa cosa assumere la max del Y netto o la max del π? Al riguardo sono state formulate alcune ip. Alternative Secondo l’ip. del tornaconto soggettivo, l’impr. a. non desidererebbe una remuneraz. dei fattori al loro costo opportunità, ma si accontenterebbe di un compenso min. stabilito soggettivamente, anche inferiore al costo opportunità. Si può osservare che questa ip. non è in contrasto con l’obiettivo della max, in quanto l’obiettivo da perseguire è quello che va al di là del π soggettivo (se questo è ipotizzato in misura inferiore)

74 L’IPOTESI DELLA FUNZIONE DI UTILITA’ PLURIDIMENSIONALE Un’altra ip. è quella che assume che il π non è l’unico obiettivo ma che il comportamento dell’impr. si basa su una funz. di utilità pluridimensionale, nella quale si possono includere molteplici obiettivi, come crescita del fatturato, degli occupati o ricerca di aumento della quota di mercato, ecc. Questa ip. è più valida per l’impr. ind., meno per l’impr. A. per le condiz. strutturali in cui essa opera (dimens, territ., asimmetria info., scarsa capacità contrattuale). Si può aggiungere l’influenza dei fattori extra-mercantili, quali l’impiego di L famil., il maggior peso che hanno i fattori legati alla tradizione, anche se detti fattori sono più dei vincoli che ostacolano il perseguimento del π che una valida alternativa alla max del π La funz. di utilità plurid. può aiutare a definire il comportamento dell’impr. se questi max un solo obiettivo ma con il vincolo che gli altri obiettivi siano considerati soddisfacenti C’è da chiedersi allora se la vera natura dell’impr. possa essere individuata intorno al concetto di max (del π o dell’U), soprattutto quando ci poniamo nell’ottica del p.l. E’ corretto assumere come obiettivo la max del π o dell’U? Se l’impresa è considerata come l’istituz. in cui si attua il cambiamento o l’invenzione, è possibile esplicare tali attività senza che ci si ponga l’obiettivo di max? E’ nec. acquisire una concez. dell’attività impr. diversa da quella consueta.

75 CARATTERI DELL’ATTIVITA’ IMPRENDITORIALE NEL P.L. Natura dell’attività impr.: l’impr. dovrebbe coordinare soggetti, risorse, prodotti, le decisioni attuali con quelle future, i p attuali con quelli futuri, cercando di realizzare un eq. dinamico in continua evoluz. Ciò è tanto più valido quando si considera il p.l. Il p.l. non sta a indicare la maggiore durata del processo produttivo, ma la condizione nella quale tutti i fattori possono variare. Una volta, però, che sia stato attuato un programma di cambiamento della struttura az., si ricade nel p.b. in cui almeno un fattore ridiventa fisso, per cui, anche nel p.l., la posizione dell’impr. è in sostanza statica Questa logica, tuttavia non è applicabile alla produz. a. che necessita di tempi lunghi. Essa, per il fatto che si dispiega su cicli variabili in continua alternanza di p.b. e p.l., non solo non consente di programmare con una certa esattezza ma non permette di effettuare scelte limitate a un solo ciclo prod. Piuttosto le scelte vanno estese a più cicli. E, siccome i cicli si sovrappongono, spesso non è possibile completare in ciascun ciclo l’applicaz. dei criteri di scelta in quanto elementi casuali legati al trascorrere del t impongono vincoli che sono tra loro interdipendenti. Ciò comporta un ulteriore fattore di incertezza mentre il t assume un ruolo determinante L’orizzonte ec. dell’impr. va calato quindi nel t storico sia di b.p. sia di l.p.

76 LA MAX DEL VAN Un modo per quantificare l’orizzonte ec. costituito da n cicli è quello di determinare il VAN dei probabili risultati ec. futuri Il VAN così max è coerente con l’ip. che lo scopo dell’impr. è più quello di sviluppare il potenziale futuro dell’az. che non ai risultati di b.p. Il valore di max VAN è finalizzato ad aumentare il liv. del patrimonio az., in quanto l’obiettivo della max non è quello di un Y futuro determinabile in val. ass., quanto un val. patrimoniale realizzabile con un piano produttivo (di per sé aleatorio a causa dei cicli biol.) e che dipende dal t e dal val. che al t è attribuito (per mezzo di i) Lo scopo dell’aumento del patrimonio az. è coerente con il comportamento asimmetrico della S dei prodotti agr. rispetto alle variaz. dei relativi p. Questo si spiega perché l’impr. non punta solo al maggiore ricavo futuro, ma mira a dare maggiore importanza a valorizzare il patrimonio az. con l’acquisizione di tecnologie e impianti più avanzati quando i p salgono senza smobilitarli quando i p scendono Comunque, il risultato di ogni piano produttivo è soggettivo in quanto condizionato dalla misura del t (dal val. attribuito al t quale misura dell’aleatorietà, di b.p. e di l.p., dell’orizzonte ec. dell’impr.) e quindi dal tasso di i

77 LA VALUTAZIONE DELL’INVESTIMENTO Per valutare un I è nec. che si cosiderino due entità: 1) il costo dell’I, cioè il K nec. per eseguire un progetto 2) il risultato atteso dell’I, rappresentato normalmente dal Y netto annuo Un primo criterio è quello del VA che consiste nell’attualizzare il costo (negativo), che si sostiene all’inizio, e i flussi netti relativi a ogni es. futuro di cui si compone il progetto di I, il cui val. va reso omogeneo con l’operaz. di sconto, scegliendo un tasso di i che tenga conto del rischio e dell’incertezza del K e dei risultati futuri Solo se il VAN è positivo, il progetto sarà adottato; sarà scelto quello che presenta il VAN più alto Un secondo criterio è il TIR o efficienza marg. dell’I: si tratta di calcolare il tasso che rende il VA dei Y netti futuri = al C dell’I. Il TIR non è esogeno, ma deriva internamente da detta uguaglianza; è perciò oggettivo e serve per confrontarlo con I alternativi Se r è il tasso di mercato o costo opportunità (saggio di preferenza temporale di mercato), deve essere t > r perché il progetto risulti conv.; se t < r non conv.; se t = r indifferente Rendendo uguale l’attualizzaz. di R e C il TIR annulla il VAN, in quanto se r = t l’espressione si annulla e il VAN = 0

78 IL GIUDIZIO DI CONVENIENZA DELL’INVESTIMENTO FONDIARIO L’I fond. è effettuato con immobilizzazioni perm. allo scopo di aumentare il Y az. (come le coltivazioni perm., impianti di irrigaz. e altri impianti fissi che aumentano stabilmente le rese o quelli che riducono i costi) o il val. del Kf (tutti gli I che migliorano le condiz. di vivibilità) Giudizio di convenienza in termini di Y Si confronta l’incr. di Yf dovuto al miglioramento fond. con i annuo sul C dello stesso. Ipotizzando che i flussi di Y netto, prima e dopo il miglioramento, siano costanti e che il C sia conosciuto e stabilito a priori e che l’incremento di Y netto vada a compensare il possessore del Kf (Yf), il giudizio di conv. sarà positivo se Yf > Kr dove Yf = Yf t - Yf 0 e il costo K = Q + Sp + Sa + St + Ir + Bf (cioè la somma delle retribuz. alle persone ec. che forniscono i servizi di L, di K e di Kf) Relazione tra giudizio in termini di Y e in termini di TIR Il giudizio di conv. In termini di Y può essere portato alla situaz. di indifferenza espressa dal VAN..., in cui se VAN = 0, r è il TIR con il consueto significato e cioè che il miglioramento risulta conv. se il TIR è > r (tasso di mercato di K). E’ evidente che il rend. dell’I (nel senso che nell’espressione Yf/r = K, per avere K costante, è nec. che all’aumentare di r aumenti anche Yf) K sia superiore a quello che lo stesso K riceverebbe se investito in impiego alternativo, come il compenso del K al tasso r corr.

79 CONFRONTO TRA I DUE CRITERI Tra il giudizio espresso in termini di Y e quello in termini di TIR esiste un’analogia formale in quanto entrambi si riferiscono alla fruttuosità di un K corrispondente al costo K dell’I, espressa dal ΔYf/K Concettualmente però i due criteri sono differenti in quanto quello in termini di Y, non attualizzando il flusso dei Y futuri a un i endogeno, considera tale flusso indipendentemente dal valore del t durante il quale si manifesta e questo perché si punta sull’entità del Y in quanto tale e non, come nel TIR, sul valore del K originato dal K Una conseguenza che evidenzia la differenza tra i due criteri. Il criterio del TIR fornisce il max liv. del tasso di mercato per giudicare la conv. (o al limite indifferente) ad attuare il miglioramento fond., espresso in termini di Y Suo significato ec.: il campo di variaz. tra il liv. di i di mercato e quello del TIR esprime una pluralità di soluzioni di div. liv. di convenienza. Proprio per il motivo che il TIR fornisce il max liv. del tasso di mercato, fornisce anche il C min nec. per ottenere il risultato. Dato che r = Yf/K, r è tanto più alto quanto maggiore è la differenza tra YF e K che risulta essere equivalente a max VAN = Yf - K. Nel giudizio espresso in termini di Y, invece, si possono indicare soluzioni a caso che non corrispondono a quella soluzione di min costo K idonea a raggiungere il risultato prefissato dell’incremento di Y

80 IL CASO DEGLI IMPIANTI ARBOREI Se il miglioramento fond. consiste nell’impianto di un arboreto che procura un Y cost. per n anni, è nec. portare all’annualità sia i Y sia i C per realizzare l’impianto Nella prima fase i C superano i Y, successivamente, con l’impianto in produz., la differenza tra Y e C diventa positiva e crescente, per poi stabilizzarsi; infine, nella terza fase, decrescente Si tratta dapprima di calcolare il cumulo dei Y netti, dato alla differenza di (Plv - Sp) per n anni e che va trasformato nell’annualità A tramite una regola finanz. Questa annualità costituisce il Yf dopo l’attuaz. del miglioramento che va confrontato con il Yf prima del miglioramento. L’impianto sarà conveniente se Yf t > Yf 0

81 ALTRI CRITERI DI GIUDIZI DI CONVENIENZA In termini di saggio di fruttuosità Consiste nel calcolare il rapporto tra l’incremento del Yn conseguente all’I e il suo costo (entrambi riferiti al tempo t o al tempo 0) e confrontarlo con il tasso di mercato r. Il miglioramento fond. risulta conveniente se ΔYf/K = f > r E’ evidente che per calcolare f bisogna ricorrere a un parametro esterno e quindi scegliere un i di riferimento, normalmente quello di mercato maggiorato per tenere conto della durata e del rischio dell’I La logica di questo criterio è diversa da quella del TIR dove il tasso di attualizzazione è un’incognita (quel tasso che annulla il VAN) ed è quindi indip. dal i di mercato I due criteri possono fornire misure div. della fruttuosità dello stesso I. Ma se si mantiene l’ip. della certezza, costanza e permanenza dell’incremento del Y conseguito per mezzo del miglioramento il tasso di rendimento risulta identico: - nel caso del TIR, si ha ΔYf/TIR = K, ossia ΔYf/K = TIR - nel caso del saggio di fruttuosità, ΔYf/K = f E quindi TIR = f, per cui si può affermare che f rappresenta un caso particolare del TIR

82 IN TERMINI DI VALORE Consiste nel confrontare l’incremento del valore del Kf con il C dello stesso miglioramento. Questo risulterà conveniente se Vf t - Vf 0 = ΔVf > K Questo criterio è valido quando lo scopo è quello di aumentare il valore del Kf sia per il maggior Y sia per altri interventi che sono maggiormente apprezzati quando si intende alienare il fondo Per questo motivo, il criterio in termini di valore è quello che meglio valorizza il patrimonio come tale e non solo come conseguenza del Y netto futuro che esso è in grado di fare conseguire

83 GIUDIZIO DI CONVENIENZA ALLA TRASFORMAZIONE DEI PRODOTTI DIRETTI Concettualmente il criterio che informa il giudizio di convenienza a trasformare o meno il prod. in az. consiste nel confrontare il val. del prod trasformato e del prod prima della trasf con il costo K della trasf. Il giudizio sarà positivo se Pt - Po > K

84 IL POTENZIAMENTO DELLA CAPACITA’ OPERATIVA I SISTEMI CONTRATTUALI L’insieme dei rapporti contrattuali che l’az. a. instaura con l’esterno rappresenta lo strumento per configurare il suo luogo ec. Fenomeni recenti come il contoterzismo e la pluruattività hanno riproposto il problema della definiz. dell’ampiezza del proc. prod. az. Esso è affrontato dall’ec. contrattuale, anche se in A il contratto non ha assunto la funz. e il rilievo che ha in altri settori E’ più facile che le imprese a. realizzino un’ec, contrattuale in forme spontanee, allacciando relaz. intersettoriali con l’organizzaz. ec. dei produttori a. in quanto il peso della singola az. negli stessi rapporti di filiera è spesso insuffic. per cui risulta nec. potenziarne l’organizzaz. ec. a liv. collettivo L’organizzaz. ec. dei produttori a. si articola in: - sistema coop (di I e II grado) che ha funz. di integraz. sia a monte sia a valle dell’az. a. - sistema associativo (dei produttori) avente funz. di regolamentaz dell’offerta e di intervento sui p - sistema contrattuale che si esprime tramite gli accordi interprofessionali, i quali sono lo strumento per coniugare interesse generale e interesse dei singoli vincolando l’intero comparto prod. oltre alla singola az.

85 IL MARKETING AZIENDALE La capacità competitiva può essere aumentata tramite il marketing la cui logica consiste nel raggiungere un determinato risultato ponendo in primo piano i bisogni del cliente-consumatore piuttosto che le esigenze della produz. In quanto struttura organizzativa, il marketing interessa relativamente l’az. a., la quale, solo se essa assume capacità di potere di mercato, dilatando così il proprio spazio ec., potrebbe orientare le decis. sulla base di tale logica ed avere un’organizzaz. strutturata a tal scopo Il fatto è che il segnale del p non è per l’az. a. un segnale diretto, ma è derivato per due ragioni: - per la distanza esistente tra fase a. e fase di cons., - per il minor peso che ha il VA a. rispetto al VA della trasformaz.-commercializz. Entrambe pongono un problema di effic. del segnale del p perché non è l’az. a. che determina il p finale. Pertanto, per esaminare il percorso di formaz. del p a. è nec. partire dal p al cons. determinando il Mc Il Mc è dato dalla differenza tra il val. finale del prodotto trasformato e il val. iniziale del prodotto a., oppure, se espresso in val unitario, dalla differenza tra p finale e p iniziale Mc = Pf - Pi Graficam., il Mc è rappresentabile dallo scarto esistente tra il punto di incontro di D e di S al cons. (p al cons.) e il punto di incontro di D e di S alla prod. (p all’az.a.)

86 LA QUESTIONE DELLA DIMENSIONE TERRITORIALE DELL’AZIENDA AGRARIA Nella concezione tradizionale dell’azienda agraria quale unità tecnico- economica la dimensione territoriale deriva e dipende dalle condizioni che ne determinano la dimensione economica. Questo significa che la determinazione della quantità di T fa parte delle scelte di gestione. Vale cioè l’ipotesi dell’invarianza del Kf, per cui quanto, come e cosa produrre - che corrispondono, rispettivamente, alle scelte di livello, tecnica e settore - sono subordinati all’entità di tale K. La dimensione territoriale diventa oggetto di scelta se si assume quale elemento invariante il K/L, nel senso che, dati il K e il L, occorrono dimensioni territoriali più grandi per i terreni meno dotati rispetto a quelli più dotati per conseguire lo stesso risultato economico. E’ necessario quindi definire i criteri che informano tale tipo di scelta.

87 LA TERRA QUALE PROBLEMA ORGANIZZATIVO DI LUNGO PERIODO La condizione dell’invarianza del Kf esclude l’esistenza di un orizzonte di l. p., per cui la disponibilità di T, diversamente dal K e L e pur in presenza di un p di mercato proprio, non è considerata una variabile. Considerando invece le relazioni di reciproca influenza tra azienda, mercato e ambiente che comportano l’utilizzo congiunto di criteri di attività non solo gestionali, ma anche di strategia, governo e organizzazione, esse introducono l’organizzazione del territorio agricolo quale ulteriore problema di scelta. DIMENSIONE ECONOMICA E DIMENSIONE TERRITORIALE DELL’AZIENDA Reciproca influenza tra ampiezza produttiva e dimensione territoriale, ma non necessariamente positiva: az. con modesta sup. territ. possono realizzare alte produzioni se gestite in modo intensivo (con più elevate immissioni di K e L / Ha), viceversa per le aziende gestite estensivamente. Perciò, l’ampliamento della base territ. rappresenta solo una delle modalità con cui aumentare la dimens. ec. L’aumento della produzione può infatti essere ottenuto con una serie di interventi - come incrementando l’impiego dei mezzi produttivi (adattamento parziale), modificando il rapporto tra le coltivazioni (adattamento totale), eseguendo miglioramenti fondiari, allargando la base territ. applicando la stessa o altra tecnica - che non comportano la modifica della quantità di T a disposizione.

88 LA TERRA QUALE VARIABILE CONDIZIONANTE L’ATTIVITA IMPRENDITORIALE NEL L. P. Come è evidente, questi interventi sono indotti dalle variazioni dei p dei prod. e del costo del K in rapporto a quello del L, per cui si ha convenienza ad aumentare la produz. quando il rapporto di scambio migliora a favore dei prod. rispetto ai mezzi di produzione. Mentre, però, la quantità disponibile per la singola az. di K e L dipende dal p. di mercato poiché la D e l’O di questi fattori sono caratterizzate da un certo grado di elasticità, nel caso della T il p. è determinato prevalentemente dalla D essendo l’O rigida. E’ vero che la quantità di T disponibile per l’az. dipende dal p., ma a formare questo concorrono altri fattori che sono ancorati ad aspetti economico- istituzionali che determinano una situazione di oggettiva intrasferibilità del fattore. Per questo possiamo affermare che la dimensione territ. dell’az. è definita diversamente da come sono stabilite il K e il L. Pertanto, se si rimuove l’ipotesi dell’invarianza del K fondiario, nell’orizzonte di organizzazione di l. p., la dimensione territ. dell’az. assume il ruolo autonomo di un ulteriore criterio di scelta rispetto a quelli tradizionali

89 DA COSA DIPENDE LA DIMENSIONE TERRITORIALE? Per rispondere alla domanda è necessario partire dalla constatazione che nell’economia di mercato si ha una stretta correlazione tra la dimensione territoriale e il p. d’uso della T. (la rendita) o il costo di acquisizione del Kf (il Bf). E’ quest’ultimo a definire la dimensione territoriale dell’azienda. Definizione di T secondo gli economisti classici: fattore produttivo naturale (non prodotto dall’uomo), cioè quegli elementi che non possono essere modificati dall’attività umana In economia agraria la T è Kf, vale a dire la T resa idonea all’attività produttiva agricola Sulla base di questa definizione ne consegue che il p. d’uso del Kf è il Bf: un reddito misto, comprensivo di rendita (compenso per le proprietà naturali della T) e di i (compenso per gli investimenti di K) In termini di organizzazione di l. p., bisogna considerare una terza categoria di componenti del Kf. Vogliamo riferirci a quei vincoli, non modificabili dal singolo e di incerta attribuzione, costituiti da fattori istituzionali (diritti, divieti) relativi a interventi di sviluppo territoriale generale (programmi di costruzione stradale o ferroviaria, progetti di bonifica, vincoli paesaggistici, ecc.) capaci di condizionare l’utilizzo di Kf e che sono al di fuori del controllo dei singoli proprietari della T. Si tratta di quei dispositivi normativi-istituzionali che esaltano la rigidità dell’O di T Il Bf riassume dunque le tre caratteristiche inglobate nel Kf in termini di: –rendita al proprietario della T quale bene naturale –i al capitalista per il K investito –compenso differenziale al proprietario-capitalista-imprenditore per i vincoli istituzionali associati al diritto di proprietà e/o all’esercizio dell’impresa

90 IN CHE MODO SI MANIFESTA L’EFFETTO SELETTIVO DELLA RENDITA SULLA DIMENSIONE TERRITORIALE DELL’AZIENDA Distinzione tra comportamento del K (che rappresenta la D d’uso della T) e comportamento dei capitalisti (che regolano l’O in uso della T), vale a dire di come essi “governano” l’attività econ. Per quanto riguarda il primo aspetto, quello cioè volto a interpretare il meccanismo di funzionamento del mercato fondiario per giungere a definire la dimensione territoriale dell’az,, è necessario fare riferimento alla teoria ricardiana della rendita CAUSE DELLA FORMAZIONE DELLA RENDITA L’ipotesi di partenza è che l’O della T sia fissa per i suoi differenti livelli di fertilità naturale. Il meccanismo di formazione della rendita si può rappresentare in modo semplice ipotizzando che si abbiano tre tipi di T aventi livelli di fertilità via via minori sui quali è possibile realizzare una produttività decrescente con lo stesso investimento di K/L, oppure la stessa quantità di prodotto ottenibile con una quantità di K/L maggiore. L’es. mostra che, in presenza di richiesta crescente di T, il tasso di i pari a quello che si realizza sulla T marginale determina per i terreni divenuti intramarginali un p. d’uso (rendita differenziale) dato dalla differenza tra l’i sul K investito e l’i del K impiegato sul terreno marg. Ciò si verifica perché l’imprenditore è disposto a pagare per l’utilizzo del terreno più dotato un p. (la rendita) pari alla differenza di i ottenibile da tale terreno

91 LA FUNZIONE DI SELEZIONE DELLA RENDITA Il meccanismo di formazione della rendita differenziale provoca un effetto selettivo nel processo di acquisizione della T che si manifesta con le modalità risultanti dall’es., in cui il K si colloca dove trova la maggiore remunerazione (cioè sui terreni intramarginali) e questi potranno essere ottenuti solo da chi è disposto a pagare le rendite più elevate. Ciò significa che è la dimensione del K a determinare la dimensione territoriale dell’az. Ma l’effetto selettivo della rendita sulla dimensione territoriale dell’az. dipende anche dal comportamento dei proprietari, i quali hanno interesse a realizzare la più elevata rendita possibile per il fatto che la T concessa in uso ha una funzione patrimoniale, in quanto stock di K che deve fornire un rendimento. LE DETERMINANTI DELL’O. E DELLA D. DI T. Si può, perciò, affermare che: – il livello delle rendite sul mercato, e quindi la dimensione territoriale dell’az., dipenderà dalla composizione della D e dell’O di T derivanti dai comportamenti che sono informati a ragioni esogene rispetto a quelle che regolano altri beni ec., le cui condizioni rendono rigida l’O –essendo le condizioni normativo-istituzionali strettamente collegate a qualche caratteristica originaria del terreno (come l’ubicazione territoriale), la dimensione territ. dell’az, la causa prima di l.p. è data dalle cause naturali che giustificano l’insorgenza della rendita.

92 LE DIVERSE MOTIVAZIONI DELLA DIMENSIONE TERRIT. DELL’AZ. Dall’analisi svolta risulta che la dimensione territ. non è una semplice questione di scelta di gestione, ma di organizzazione nel l.p. La dimensione territ. é connessa al p.t. e al processo di sostituzione tra K e L e ai p. di questi fattori Essa ha: –una motivazione costitutiva data dalle qualità originarie e industruttibili del suolo sulle quali si forma la rendita differenziale –una motivazione istituzionale connessa all’intervento normativo che, determinando la compresenza di rendite derivate, contribuisce a rendere più rigida l’O di T e il ruolo selettivo della rendita differenziale

93 INDIVIDUAZIONE DEI CRITERI ISTITUZIONALI CHE CONFIGURANO LA BASE TERRITORIALE DELL’AZIENDA AGRARIA In via preliminare è necessario osservare che: –le parti di T disponibili sul mercato fondiario nel l. p. non sempre presentano una dimensione tale da combinarsi in modo ottimale (secondo la teoria delle scelte) con K e L –in relazione alla funzione di erogazione di servizi (ambientali, ecc.) e non solo di produzione di beni riconosciuta all’az. agricola, la politica agr. proprio per favorire questa multifunzionalità genera norme riguardanti il diritto di proprietà, provocando così rendite differenziali che si riferiscono più al mercato della T come bene patrimoniale che come bene produttivo Se l’imprenditore è in grado di acquisire una superficie di T tale da impiegare il K e il L necessari per organizzare un’az. della dimensione ec. voluta, in tal caso il criterio di scelta può essere, dal punto di vista teorico, informato al livellamento delle produttività marginali ponderate. Nel l. p., però, le caratteristiche di “irriproducibilità istituzionali”, a differenza di quelle naturali, non possono essere considerate immutabili. Ne deriva che la funzione di produzione corrispondente, non essendo continua, sarà espressa in termini di valori medi e non marginali.

94 In una situazione caratterizzata da una funzione di produzione continua del K, ma non della T, la quale può essere espressa rilevando che le caratteristiche di O della T sono tali da non rispecchiare le caratteristiche di irriproducibilità fisica e istituzionale, si ha che a parità di impiego di K (e L) si otterrebbero rendimenti differenziati la cui somma non coinciderebbe con il rendimento medio ottenibile impiegando il K (e il L) sull’intera superficie e compatibile con l’ampiezza ec. dell’az. Con tale situazione non è agevole individuare un criterio generale della D di T dell’imprenditore nel momento in cui egli intende avviare il processo organizzativo nel l. p. volto a definire la dimensione territoriale dell’az., la quale è condizionata al ruolo selettivo della rendita. L’analisi è più semplice per i terreni marginali, con rendita nulla. In tal caso, la dimensione territoriale può essere stabilita in funzione del migliore rendimento possibile di K e L rispetto a impieghi alternativi ed essendo l’O di T elastica si tratta di dimensionarne una quantità che renda possibile questo obiettivo seguendo il criterio del livellamento delle produt. marg, pond, di K e L L’analisi è invece più complessa per la D di terreni intramarginali con rendita crescente e quindi a O rigida. Il pagamento della rendita rappresenta un costo fisso qualunque sia il livello produttivo realizzato, per cui un criterio possibile è quello di rendere min. detto costo

95 INDIVIDUAZIONE DELLA DIMENS. TERRITORIALE SULLA BASE DELLA FUNZIONE DELLA PRODUTTIVITA’ MEDIA DELLA T ESPLICAZIONE DEL CRITERIO DELLA MIN. DEL COSTO DELLA RENDITA Siccome, a parità di K/L, la Pr media della T segue la regola dei rend. decr., l’imprenditore che sia in grado di scegliere tra un ventaglio di aree territ. deve disporre di una superf. che gli consenta di rendere min il costo della T rapportato all’unità di prodotto. Si tratta di min r/(Q/T) r, rendita per unità di superf. della T meglio dotata Q, produz, in valore della quantità fisica di T, vale a dire della dimensione territoriale dell’az. (incognita) Il livello di Q/T (Pr media) dipende dalle caratteristiche irriproducibili della T. Ora la min di r/(Q/T) si avrà quando Q/T sarà max e il valore di T corrispondente definirà la dimensione territoriale ricercata. L’acquisizione di T comporterà un costo fisso (un impiego di K) pari T*moltiplicato r; e, a parità di K impiegato, la dimens. territ. media costituita dal terreno più produttivo economicamente sarà inferiore a quella del terreno meno produttivo E’ chiaro che questa conclusione dipende dal K disponibile. Se questo non è sufficiente bisogna verificare se non conviene acquisire T di qualità inferiore in modo da poter realizzare la suddetta dimens, effic., piuttosto che acquisire una quantità inferiore a T* di terreno più prod. che non consentirebbe di min. il costo di r.

96 COME VARIA IN REALTA’ LA DIMENSIONE TERRITORIALE? A parità di r, Q/T tende a variare in relazione alle modalità con cui l’impresa realizza la produzione Q. Perciò, in concreto, la dimensione territoriale dipende dalla disponibilità a investire K e L e dal loro rapporto di p. Se si aumenta Q con tecniche intensive, soprattutto con maggiore impiego di L che non comporta incremento di impiego di T, significa che la dimensione territoriale tenderà a essere contenuta. Siamo nella situazione che caratterizza l’impresa contadina che impiega più L, valutato a p. soggettivo Viceversa, se si investe più K che comporta un maggiore utilizzo di T per unità di prodotto, siamo nel caso dell’impresa capitalistica, la quale valuta i fattori a costo opportunità impiegando più K in sostituzione del L divenuto più caro L’individuazione della dimens. eff. min. interessa l’impresa cap., la quale potrebbe trovarsi nella situazione della Pr decrescente. Mentre per l’impresa contadina normalmente la dimens. territ. è inferiore alla dimens. effic. min.

97 ECONOMIA DELL’AZIENDA AGRARIA ED ECONOMIA DELL’AMBIENTE Rapporto tra A e natura da fisiologico a patologico Due conseguenze: –trade-off tra dimensione produttiva e qualità ambientale –costo sociale di produzione superiore al costo privato dell’azienda Costo privato e costo sociale –il costo sociale nasce dal fatto che uno standard di inquinamento provoca esternalità –esternalità si ha nel caso in cui la produzione di un bene incide sulla produzione di un altro bene i cui effetti non sono valutabili dal mercato e che possono essere positivi (esternalità positive) o negativi (esternalità negative) La conclusione della dimostrazione grafica è che la presenza di esternalità negative allarga lo spazio ec. dell’az.: essa interessa non solo le altre az. ma anche le istituzioni aventi responsabilità ambientali e i consumatori. Ne consegue che il comportamento dell’impresa si configura diversamente nel senso che essa acquista nuove possibilità, come quella di produrre beni quantitativamente minori ma dotati di migliore qualità ambientale. Questo ha implicazioni sulla gestione, organizzazione e strategia dell’impresa, nel senso che si modificano e si articolano le scelte relative ai beni scambiati sul mercato, ma assumono importanza i meccanismi decisionali e relazionali connessi alla produz. di esternalità che influenzano la produz di altri beni (compresa la qual. amb.) che essendo privi di mercato non hanno p.

98 MODALITA’ DI SOLUZIONE DEL PROBLEMA DELLE ESTERNALITA’ I problemi posti dalla presenza di esternalità. Essi riguardano: – come tentare una soluzione. Due modi: - la regola chi inquina paga attraverso l’introduz. di una tassa che rappresenta un modo di “internalizzare” l’esternalità e quindi risponde all’esigenza di dare un p. alla stessa - la distribuzione dei diritti di proprietà - quali meccanismi all’interno dell’az. possono essere messi in atto per adottare scelte coerenti con i vincoli ambientali

99 IL PRINCIPIO “CHI INQUINA PAGA” La mancanza di un mercato delle esternalità provoca un eccesso di effetti negativi in quanto ai produttori conviene scaricare sulla collettività i costi del disinquinamento o comunque a non considerare i danni ambientali Un modo di intervento sta nell’obbligare il produttore a sostenerne i costi in base alla regola del “chi inquina paga” E’ possibile perseguire questo scopo con l’introduzione di una tassa (detta di Pigou) pari alla differenza tra il MSC e il MPC. In questo modo l’aumento del costo marg. di produz. determina una riduzione della prod, verso l’eq. socialmente ottimo Per introdurre una tassa occorre conoscere il livello ottimo di inquin. accettato dalla collettività. Se tale livello fosse noto sarebbe sufficiente imporre all’az. di non superare la produz. che rispetta quel limite, senza bisogno di introdurre tasse La quantità di produzione dipende però dalla quantità di inquin., dal limite fissato per legge, la cui ricerca richiede raccolta dati e continuo monitoraggio con costi elevati e risultati non sempre attendibili Occorrerebbe quindi quantificare l’entità dell’inquin. di ciascuna az. per poterne misurare il grado di responsabilità e la conseguente tassa In teoria l’applicazione della tassa è più efficace rispetto all’imposizione di limiti alla quantità di inquin. Infatti se ogni impresa ha lo stesso costo (tassa) per ogni unità marg. di inquin. in modo che la produz. sia limitata al costo marg. di riduz. dell’inquin., per cui sul mercato sopravvivono solo le imprese aventi i costi più bassi, la tassa crea un incentivo alla riduzione delle emissioni. Se invece si fissa uno standard l’impresa non è indotta a diminuire l’inquin. al di sotto del livello concordato.

100 I CRITERI DI SCELTA QUANDO E’ APPLICATO IL PRINCIPIO “CHI INQUINA PAGA” L’imposizione di una tassa di inquin. comporta un aumento sia del costo tot. di produz. sia del costo unitario medio. Se nel b. p. la differenza tra p del prodotto e costo unitario medio si annulla (profitto nullo) o è negativa (profitto negativo), l’impresa è indotta a cambiare attività o a modificarla orientandosi verso prod. di qualità per i quali è possibile lucrare p più elevati Se l’impresa, dopo l’imposizione della tassa, rimane in attività nel settore d’origine o in altri settori, può sorgere un problema di scelta di tecnica e di livello prod. dovuto all’effetto dell’incremento di costo Diversi sono gli effetti sul comportamento imprenditoriale nel caso di limiti stabiliti dalla legge (applicazione di standard) oltre i quali l’az. non può inquinare pena sanzioni e limitazioni della stessa attività. Se il limite si traduce nella impossibilità di superare un determinato tetto produt. esso comporta o meno un costo unit. medio inferiore o super. al p di vendita. Nel primo caso l’az. è costretta a cessare l’attività. Nel secondo dovrà limitarsi a considerare liv. di prod. che comportano eq. di max profitto relativo, non più assoluto Gli standard possono essere tradotti in permessi o crediti distribuiti alle az ed aventi un mercato. Le az. che sono al di sotto possono vendere parte dei propri crediti per favorire le az. meno ecologiche. Il mercato dei permessi è inquadrabile nel quadro teorico della distribuz. dei diritti di proprietà

101 IL PRINCIPIO DELLA DISTRIBUZIONE DEI DIRITTI DI PROPRIETA’ Due approcci (tra loro connessi) –definizione dei diritti di proprietà da lasciare alla negoziazione delle parti –commercio dei permessi di inquinare (crediti di emissione) Il primo approccio si ispira al teorema di Coase secondo cui le esternalità negative possono essere corrette per via istituzionale tramite il meccanismo di mercato purché le parti possano far valere i loro diritti di proprietà Se per es. al diritto a inquinare (quantificato in quote) di un’azienda corrisponde per la collettività che subisce il danno il diritto ad acquistare le quote, l’inquin. potrà essere ridotto fino al punto in cui il costo dell’ultima quota acquistata (costo marg. inquin.) sarà pari al beneficio per la riduzione dell’inquin. (beneficio marg. inquin.). Perciò, attraverso una normale transazione di mercato dei diritti di concessione potrà essere raggiunto un punto di eq. di inquin. che soddisfa sia l’azienda sia la collettività. Il risultato non cambia se è la collettività a possedere il diritto all’ambiente pulito, diritto che può essere venduto all’az. Perché il meccanismo funzioni è necessaria la definizione istituzionale dei diritti di proprietà. Mentre nell’approccio chi inquina paga (tassa pigouviana) si fa riferimento a una situazione iniziale priva di inquin., nell’approccio di Coase si assume che nei diritti di proprietà siano comprese le esternalità, che cioè ci sia simmetria ad avere ambiente non inquinato e diritto di inquinare Il secondo approccio consiste nel commercio dei diritti di inquin. L’ente pubblico stabilisce il livello max di inquin. Il cui raggiungimento è lasciato al libero funzionamento del mercato dove le az. si scambiano i diritti di inquin. In tal modo le az che trovano difficoltà a ridurre le emissioni acquisteranno i diritti dalle az. che si trovano in situazione inversa. La concorrenza tra le az. sul mercato delle concessioni tende a contenere il costo della concessione, con la conseguente diminuz. di inquin.

102 I CRITERI DI SCELTA DELL’AZIENDA CHE UTILIZZA I DIRITTI DI PROPRIETA’ Se l’az. che inquina e l’az, inquinata sono titolari di diritti di inquinare o di non essere inquinati bisogna valutare se il diritto di cui essa è titolare consente di mantenere l’attività nello stesso settore e di operare con la stessa tecnica. Ove ciò non si verificasse occorrerebbe riconsiderare le scelte di settore e di tecnica. IL COMPORTAMENTO AZ. NEL CASO DELLE SCELTE DI LIVELLO PRODUT. Come risulta evidente la scelta di liv. prod. è indeterminata e affidata all’abilità contrattuale delle parti. Ciò significa che l’approccio dei diritti di proprietà stabilisce chi deve risarcire chi, ma non l’entità del risarcimento. STRUMENTI DI SCELTA ORGANIZZATIVA Inclusione della variabile amb. nelle scelte è recepita dalla contabilità amb. Due approcci di contabilità ambientale aziendale: –il primo rileva grandezze fisiche –il secondo grandezze monetarie La rilevazione delle grandezze fisiche è diretta verso l’esterno e riguarda indirettamente i risultati ec. della gestione az. E’ quindi finalizzata all’informaz. sugli effetti amb. derivanti dall’attività del settore da utilizzare in relazione agli standard stabiliti dall’autorità pubblica

103 CONSEGUENZE SUL PIANO ORGANIZZATIVO DALL’ADOZIONE DELL’ECOBILANCIO La rilevazione delle grandezze monetarie riguarda i conti ec. az. e comporta una riclassificazione del bilancio. L’aspetto cruciale sta nell’isolare l’attività destinata alla protez. amb. da quella ec. Lo schema di bilancio è distinto in due “centri” di costi e ricavi che riflettono entrambe le situazioni. Le difficoltà nascono dal fatto che esistono costi congiunti e ricavi complementaribper i quali manca un criterio ec. di distribuzione tra i due centri (per es. reciproci vincoli tra agriturismo e attività produttive) Una prima conseguenza riguarda l’impossibilità di distinguere la competitività ec. da quella economico-amb. In altri termini, la contabilità ambientale ci può dare solo la misura della competitività complessiva dell’az. in quanto l’attività amb. è recepita solo formalmente senza che gli indicatori contabili ne possano misurare l’entità effettiva. La competitività ec. si differenzia da quella ec.-amb.: la prima è conseguenza delle leggi di mercato (confronto prezzi-costi), la seconda conseguenza di aspetti relazionali di b. m. e l. p. caratterizzati da incertezza (scarsa conoscenza delle problematiche amb.), avente natura soggettiva e dipendente da fattori esterni (istituz., normativi, ecc.) In secondo luogo l’adattamento organizzativo basato sugli indicatori amb. è autoreferenziale perché non esiste il mercato delle esternalità.


Scaricare ppt "ECONOMIA E POLITICA AGRARIA A. A. 2007-08 Corso di lezioni del Prof. Michele Distaso Testi consigliati: F. Messori, L’azienda agraria, CLUEB, Bologna,"

Presentazioni simili


Annunci Google