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IL CIBO CHE FA BENE LA CONSAPEVOLEZZA, LA MISURA, LE EMOZIONI PARROCCHIA MARIA SS. ADDOLORATA OPERA DON GUANELLA – BARI Anno Pastorale 2014-2015.

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1 IL CIBO CHE FA BENE LA CONSAPEVOLEZZA, LA MISURA, LE EMOZIONI PARROCCHIA MARIA SS. ADDOLORATA OPERA DON GUANELLA – BARI Anno Pastorale

2 Il cibo certamente occupa un posto di primo piano nella vi­ta. Dedichiamo tempo ed energia a procurarlo, a prepararlo e a portarlo in tavola. Prestiamo attenzione alla qualità del cibo, a com’è stato coltivato o prodotto, da dove viene e che cosa contiene.

3 Il rapporto con il cibo è cambiato profondamente. Nei paesi svi­luppati il rapporto con l’alimentazione è diventato più complesso. La qualità dell’alimentazione è sicuramente migliorata: la popola­zione è mediamente più sana e l’età della vita si è sensibilmente allungata.

4 La salute, tuttavia, oggi è ancora minacciata da nuove e pericolose malattie legate spesso all’alimentazione sovrabbon­dante o scorretta. Inoltre residui di concimi e pesticidi, additivi e conservanti aggiunti dall’industria alimentare, sostanze tossiche provenienti da un ambiente sempre più inquinato, passano nella catena alimentare e possono produrre squilibri dell’omeostasi e danni alle cellule e ai tessuti.

5 Si consumano in quantità alimenti prodotti industrialmente, che hanno un rapporto a volte irriconoscibile con ciò che viene coltivato o allevato. Ogni tipo di cibo è disponibile in qualsiasi stagione. La maggior parte delle persone è fisicamente e psicologicamente lontana dalla produzione del cibo.

6 Sono aumentate le conoscenze e la sensibilità ma la competenza circa il mangiare che fa bene è ancora a uno stato iniziale. Oggi è necessaria una nuova forma d’intelligenza, per scegliere i cibi «buoni» fra le innumerevoli possibilità proposte, e una diversa sensibilità emozionale per approcciarci non solo a un cibo sano ma anche per accogliere alimenti che ci facciano (star) «bene».

7 L’educazione a un rapporto diverso con le cose può rivelarsi insufficiente se non è accompagnata da ritualità familiari, vale a dire, da simboli, metafore, espressioni, significati che danno alle parole una pregnanza tale da trasformare le dichiarazioni d’intento in stile di vita.

8 Possiamo intervenire sulle nostre abitudini alimentari soltanto attraverso una complessa sinergia delle nostre facoltà e capacità: o l’attività della mente (mangiare con consapevolezza), o l’esercizio della volontà (la buona misura), o l’esperienza emozionale (le sane emozio­ni).

9 La pratica quotidiana di quest’opera di umanizzazione della tavola aiuta le persone ad amarsi, governarsi e condividere trasfor­mando il cibo in intermediario. La consapevolezza Il triangolo della consapevolezza

10 1. MANGIARE CON CONSAPEVOLEZZA Si può mangiare nella distrazione perdendosi nei propri pensieri, senza accorgersi degli altri e dello stesso cibo. Si può man­giare invece nella consapevolezza e accogliere tutta la vitalità del cibo. In un semplice pezzo di pane, in una minuscola por­zione alimentare è possibile gustare l’energia della vita.

11 Attra­verso il cibo si può sperimentare come la creazione intera stia sostenendo la propria esistenza. Il cibo esprime, infatti, la totale appartenenza alla terra. La cucina vi aggiunge l’arte e, soprattut­to, quando si mangia in famiglia o tra amici, la cura e l’amore di chi lo prepara.

12 Servire il cibo, accoglierlo nel piatto, portarlo alla bocca, sono gesti che indicano la trasmissione e l’accoglienza di un dono, in cui confluiscono i molteplici elementi di cui è espressione: la terra e le sue sostanze nutritive, l’acqua e l’aria che entrano negli alimenti, il sole e la luce che raggiunge la pianta fin dalle radici e la orna di colore, profumo e gusto.

13 Accogliere il cibo come dono della terra e del lavoro quotidia­no suscita sentimenti di gratitudine ed espressioni di gioia per la bontà e la preziosità degli alimenti, trasformati da quella raffinata forma culturale e da quel linguaggio dell’amore che è la cucina.

14 La consapevolezza diventa quindi gratitudine, godimento ma anche rispetto per ciò di cui la vita umana non può fare a me­no. L’attenzione permette anche di riconoscere e trasformare le emozioni e le pulsioni non salutari, come l’avidità, l’impazienza, la ricerca della gratificazione istantanea, la fretta, e imparare a trasformarle.

15 Mangiare consapevolmente concentra l’atten­zione al cibo e alle conseguenze che esso produce nel corpo e nell’anima. Aiuta a compiere le scelte alimentari giuste affinché si possa assumere soltanto cibo che nutre e che fa bene alla salute.

16 La cura della consapevolezza aiuta ad ascoltare il corpo, a osservare l’attività della mente riguardo al cibo, le sue prodigiose capacità di comprensione e i suoi ottusi condizionamenti.

17 Un’alimentazione equilibrata e moderata contribuisce sicuramente alla qualità della vita. Il cibo può essere considerato, infatti, come un «linguaggio», un mezzo per entrare in armonia con se stessi e con l’ambiente in cui si vive.

18 Vi partecipano tutti i sensi ma sono implicati anche i legami affettivi e le scelte morali. Delle diverse dimensioni, nessuna è separabile. La consistenza di una rafforza le altre.

19 La cattiva alimentazione, invece, è man­giare non importa cosa, trascurare le radici familiari, perdere il radicamento a un territorio e a un luogo di vita. Una cucina di qualità, all’opposto, è il più efficace rimedio contro il diffondersi dell’indifferenza.

20 Mangiare consapevolmente concentra l’attenzione al cibo che si consuma e alle conseguenze che produce su di noi. Ci aiuta a compiere le scelte alimentari giuste affinché possiamo assumere soltanto cibo che nutre e che fa bene alla persona.

21 Nelle comunità religiose monastiche (non solo cristiane) spesso si assumono i pasti in silenzio per concentrare l’attenzione sul cibo e far tesoro della presenza delle persone che formano la co­munità, mangiando lo stesso cibo. La loro presenza è un elemento che le aiuta a fare di una necessità (mangiare bisogna) un’esperien­za spirituale di accoglienza del dono della vita.

22 1.1. Amarsi Il numero minore di pasti consumati insieme ha conseguenze evidenti nella cura dei legami. Nel mondo di ieri, le condizioni dure della vita materiale, la quotidiana lotta per la sopravvivenza, spingeva le persone verso la ricerca della protezione reciproca, nella solidarietà familiare e comunitaria.

23 Il legame con i figli si alimentava anche attraverso il cibo preparato in casa. La sicurezza affettiva e la cura dei legami della famiglia allargata, nel buon vi­cinato e nella comunità locale, stemperavano il bisogno affettivo. Oggi invece la domanda affettiva è diventata pesante. Nel mondo competitivo le persone sono messe costantemente a confronto tra loro.

24 Si alza la soglia delle rilevanze, gli individui hanno costan­temente bisogno di sapere se sono importanti. Cresce il bisogno di autostima. Più la vita è individualizzata e le responsabilità si addossano ai singoli, più forte è la domanda di conferma circa il valore personale.

25 Diminuisce il legame, cresce la dipendenza. Anche gli orientamenti recenti del costume gastronomico cercano di rimediare all’individualismo crescente, proponendo un diverso rapporto con il cibo.

26 I comportamenti alimentari hanno quindi sempre bisogno di essere corretti, i gusti modificati e ampliati, riconoscendo i con­dizionamenti di un’educazione sfasata, dell’ambiente familiare, degli stili di vita squilibrati.

27 La tavola diventa luogo di rivelazione di se stessi: manifesta­zione del sano amore verso di sé, espressione del rispetto e della comunione oppure svelamento della trasandatezza, del disordine o dell’indifferenza.

28 Prendere consapevolezza della differenza tra mangiare in fretta e mangiare lentamente ci aiuta non solo ad ac­corgerci delle abitudini alimentari dannose ma anche a osservare i nostri attaccamenti non riconosciuti, le manie per certi cibi, le golosità più ingovernabili. È dunque di grande aiuto diventare più consapevoli del rapporto con il cibo a vari livelli.

29 L’attenzione per un cibo migliore è inscindibile dalla cura di sé e dalla lotta per una società migliore.

30 2. LA BUONA MISURA Alcune domande a proposito del nostro stare a tavola diventa­no buoni criteri per imparare a fare del rapporto con il cibo una piacevole esperienza di salute e di comunione. «Come mi sento subito dopo averlo mangiato? E nelle ore che seguono un pasto? Il modo di stare a tavola che oggi ho avuto, mi ha fatto bene? Sono riuscito a farmi presente nelle incombenze della preparazione del cibo e nell’atto del mangiare?».

31 Attraverso l’alimentazione consapevole si diventa più compe­tenti circa i propri desideri: «Che cosa desidero veramente, quan­do preparo il cibo o mi siedo a tavola? Che cosa stimola i miei desideri e li mette in azione? Il mio modo di mangiare raggiunge quello che desidero?».

32 Diventa così possibile accorgersi del cibo- compensazione, quando prevale un uso del cibo come antidoto alla perdita del­la stima in sé: si compensa nell’alimentazione quello che manca nella quotidianità, quando si giustifica, con la fretta, la difficoltà a entrare in comunione con l’altro.

33 Il cibo allora riempie un’esisten­za vuota di relazioni autentiche, il suo piacere è istantaneo ma di breve durata. La vita ritorna poi insoddisfatta e annoiata.

34 La consapevolezza non riguarda quindi solo la qualità del cibo e non consiste solo nel leggere con attenzione le etichette sulle confezioni degli alimenti, nello scegliere prodotti di qualità, nel rispettare un sano equilibrio alimentare.

35 Gradualmente diventa possibile anche riconoscere e correggere le pulsioni della voracità, quando si cerca di «divorare» il cibo (come si fa con la vita convul­sa) invece di riceverlo in dono, di pretendere invece di ringraziare, di assecondare solo i propri gusti anziché sintonizzarli con quelli degli altri.

36 Nella mentalità passata, impregnata di valori religiosi, esisteva il «peccato di gola», considerato «vizio capitale», cioè deviazione etica all’origine di tanti comportamenti errati.

37 L’espressione troppo diretta del piacere dei sensi doveva essere contenuta, all’opposto di oggi, dove l’amore familiare richiede di poterlo esprimere. La gola si trasforma oggi in virtù: il piacere del piccolo goloso è piacere della mamma.

38 Nella nostra cultura non esiste più la nozione di «peccato» riferito ai comportamenti alimentari. I difetti e i cedimenti da vizi sono diventati espressioni psicopatologiche.

39 I sensi di colpa per l’indisciplina a tavola sono diventati così ben maggiori e più pesanti delle pratiche ascetiche di un tempo.

40 Le domande della consapevolezza diventano così più ampie: «Come diventano le mie pratiche alimentari quando mi sento teso, insoddisfatto o stanco? Quanta importanza attribuisco all’educazione alimentare in famiglia?».

41 La moderazione riguardo al cibo non si ferma alla voracità ma considera anche l’attenzione verso l’altro. Quando ci si ac­comoda a tavola, con cibo abbondante e gustoso, si ha motivo di ritenersi più che fortunati.

42 2.1. Governarsi Cambiare il rapporto con il cibo non è facile. Lo dimostrano gli sforzi che le persone compiono per attenersi alle diete di cui condividono la necessità e la bontà. Gli eccessi non sono solo quantitativi. La «follia della gola» può diventare eccesso nella ricerca della stessa qualità del cibo.

43 C’è chi è tentato sulla quantità del cibo e chi non mangia a dismisura, ma cerca solo cibi raffinati, chi mangiando trascura la salute e chi nella scelta della qualità diventa fanatico.

44 Esaminando i propri comportamenti alimentari, è possibile che il cibo sia vissuto prevalentemente come consolazione e compen­sazione: «Altri fumano, prendono droghe, hanno gratificazioni affettive... io ho il cibo». Il cibo diventa conforto, compagnia, hobby. «Quando sono depresso, giù, apro il frigo...», «Mi capita a volte di perdere ogni controllo sul cibo...».

45 3. LE SANE EMOZIONI L’atto del mangiare, appartiene al registro del desiderio, rive­ste importanti connotazioni affettive e simboliche. La tavola è un’attività sociale ad alta intensità emozionale, condizionata e rafforzata dalle consuetudini di una vita intera. Vari sentimenti sono legati al fatto di mangiare certi cibi, in determinate quantità e con particolari caratteristiche, in certi luoghi, in certi momenti, con certe persone.

46 Mangiare insieme può diventare un’esperienza intensa come una vera e propria meditazione con la quale, attraverso il cibo, si può entrare in contatto profondo con le persone che sono a tavola. In numerose altre situazioni il cibo opera come un sostegno psicologico ed emozionale.

47 Il tempo della malattia, una delusio­ne affettiva, un insuccesso scolastico o lavorativo, un dispiacere profondo, oppure il conseguimento di un risultato, il raggiungi­mento di un traguardo diventano condizioni che non suscitano solo l’immediata solidarietà e la comprensione di tutti i familia­ri, ma sviluppano vere e proprie ritualità che modificano anche profondamente abitudini e consuetudini del ménage quotidiano: dalla preparazione del cibo alla vicinanza fisica, dalla scelta di certi piatti ai ritmi familiari della tavola.

48 3.1. Condividere La tavola è il luogo per eccellenza dell’incontro e dell’integra­zione, dove le persone, da sempre, rigenerano i legami, stringono amicizia e creano cultura, a patto che il cibo non sia semplice­mente consumato ma diventi intermediario.

49 L’educazione a un rapporto diverso con il cibo può rivelarsi, infatti, insufficiente se non è accompagnata da ritualità, vale a dire, da simboli, metafore, espressioni, significati che danno alle cose (agli alimenti) una pienezza tale da trasformare la materia in simbolo.

50 La condivisione che può essere realizzata intorno al cibo ha la forza di contrastare la desertificazione dei legami che avanza, la disintegrazione delle reti protettive dei legami familiari, l’esperien­za devastante dell’abbandono e della solitudine, cui si sommano il vuoto interiore, il relativismo etico nell’affrontare scelte autonome e responsabili.

51 In una società senza regole comuni, eticamente neutra, che suggerisce criteri di scelta esclusivamente individuali, ognuno è considerato l’unico titolare e responsabile della propria strada.

52 Oggi la società è descritta come complessa: il suo modello è il supermercato (la profusione fino allo sperpero); la sua metafora, il telecomando (poter scegliere, passare da un’esperienza all’altra, non rimanere troppo a lungo nel medesimo luogo). Tutto pare sottoposto a un criterio commerciale generalizzato, come se valessero in ogni campo le regole del marketing: ci si concentra sui guadagni, non sulla coerenza.

53 I centri commerciali sembrano lo specchio coerente di questa descrizione. Essi sono pensati e realizzati in modo da far circolare la gente, da costringerla a guardarsi attorno, da tenerla occupata e divertita. Non sono fatti certo per incoraggiarla a fermarsi, a guardarsi a vicenda, a parlarsi, a pensare, ponderare o discutere qualcosa che sia diverso dagli oggetti in mostra.

54 Non lo stare insieme, ma l’evitarsi e lo stare separati sono diventate le principali strategie per sopravvivere nelle megalopoli contemporanee. Non è più questione di amare od odiare il prossimo: tenere il prossimo a distanza risolve il dilemma e rende superflua la scelta; elimina le occasioni nelle quali bisogna scegliere fra amore ed odio.


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